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Politica

Dalla BRI alla GDI: ecco la mappa dell’agenda politica, economica e militare della Cina

Progetti economici spalmati nel lungo periodo. Road map stilate, punto per punto, per sviluppare i settori strategici dell’economia del XXI secolo. Proposte concettuali di respiro globale che abbracciano molteplici contesti, dalla sicurezza nel mondo alla condivisione della salute. E poi...

Progetti economici spalmati nel lungo periodo. Road map stilate, punto per punto, per sviluppare i settori strategici dell’economia del XXI secolo. Proposte concettuali di respiro globale che abbracciano molteplici contesti, dalla sicurezza nel mondo alla condivisione della salute. E poi strumenti per raggiungere obiettivi interni, come il traguardo – ufficialmente tagliato – di eradicare la povertà assoluta o quello di trasformarsi in un Paese “moderno e avanzato” entro il 2050. Senza dimenticare la necessità di modernizzare l’esercito e l’intero apparato tecnologico.

Districarsi tra tutti questi progetti, in mezzo a così tante sigle, non è semplice. Ma, una volta uniti i punti, ci ritroviamo di fronte all’agenda della Cina. Un’agenda che, tra le sue pagine, include tematiche economiche, sociali, politiche e pure militari. E che dovrebbero traghettare l’ex Impero di Mezzo verso un futuro di stabilità e ricchezza.

È dunque fondamentale che l’Occidente, prima di collaborare o contrastare Pechino, impari a conoscere le sue mosse, i suoi desideri, il suo modus operandi.

Il XIII piano quinquennale

La cornice principale di ogni progetto e iniziativa cinese coincide con la stesura, ogni cinque anni, di un piano quinquennale. L’ultimo, il 13esimo, promosso dalla leadership cinese per lo sviluppo della Cina dal 2021 al 2025, dà la priorità al cosiddetto “ciclo interno”, con il quale Pechino mira a rafforzare l’economia domestica e consolidare lo sviluppo sociale.

L’obiettivo principale è chiaro: smarcare il Paese, il più rapidamente possibile, dalla dipendenza dalla tecnologia straniera e da quella dalle risorse importate.

Attenzione però, perché c’è anche un obiettivo a lungo termine – ben lontano dagli obiettivi di crescita economica e verso la resilienza sistemica – che non riguarda soltanto l’autosufficienza nelle risorse essenziali e nelle tecnologie chiave. Il vero traguardo è far diventare la Cina una “superpotenza manifatturiera” e un leader globale nelle industrie emergenti strategicamente importanti. Detto altrimenti, il Partito Comunista Cinese intende “completare la modernizzazione socialista” entro il 2035.

Scendendo nei dettagli, il governo cinese ha promesso di concentrarsi sul raggiungimento di “importanti scoperte nelle tecnologie di base”, tra cui l’intelligenza artificiale di prossima generazione, i semiconduttori, il cloud computing e altre aree chiave, nonché di istituire più laboratori nazionali e centri di innovazione. Pechino punterà anche a portare il 56% del Paese su reti 5G. Entro il 2025, il governo mira a far sì che l’economia digitale rappresenti circa il 10% della nuova produzione economica nazionale.

La Belt and Road Initiative

Croce e delizia della Cina. Presentata nel 2013 da Xi Jinping in persona, la Belt and Road Initiative (BRI) nasce come un maxi progetto infrastrutturale per connettere la Repubblica Popolare Cinese al resto del mondo. In realtà viene inizialmente presentata nei paper accademici e nei discorsi ufficiali con un nome diverso, One Belt, One Road (OBOR), in seguito ricalibrato per offrire un’immagine migliore e di maggiore impatto internazionale.

L’obiettivo del piano: creare molteplici “relazioni win-win”, ovvero di mutuo vantaggio, tra i Paesi che avrebbero aderito alla BRI. Il tutto nella cornice di un sistema aperto a chiunque volesse farne parte.

Nel giro di pochi mesi, Pechino dimostra di avere serie intenzioni. Crea appositi fondi d’investimento e banche ad hoc – come il Silk Road Fund (China Investment Corporation-Export and Import Bank-China Development Bank), un fondo da 40 miliardi volto ad attrarre investimenti esteri, e la Banca Asiatica d’investimento per le infrastrutture (Aiib) – per riversare fiumi di denaro nella costruzione di infrastrutture oltre confine, nel territorio delle nazioni che hanno aderito alla Nuova Via della Seta.

La pandemia di Covid-19 e la conseguente crisi economica hanno ridimensionato la potenza di fuoco della BRI, senza dimenticare le accuse sui debiti che hanno iniziato ad affliggere alcuni governi coinvolti nel progetto. Il governo cinese ha quindi chiuso qualche rubinetto, congelato le spese meno convenienti e, in generale, ha riadattato il suo progetto all’attuale presente.

Se in un primo momento la Cina auspicava di coinvolgere l’Europa, adesso sembra che la Via della Seta preferisca puntare sui Paesi in via di sviluppo situati nel sud del mondo (e quindi Africa, Sud-est asiatico e, in parte, America Latina). Al marzo 2022, il numero di Paesi che hanno aderito alla BRI, firmando un Memorandum of Understanding (MoU) con la Cina, ammontava a 147 (tra cui l’Italia, unico membro del G7 a fare questo passo).

La Global Security Initiative e la Global Development Initiative

Sia la Global Security Initiative (GSI) che la Global Development Initiative (GDI) sono state presentate da Xi Jinping nell’aprile 2022.

La GDI intende ridare energia e accelerare l’attuazione dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile, con un occhio di riguardo per lo sviluppo dei Paesi più poveri, e quindi, ancora una volta, del sud del pianeta. In particolare, la Cina propone una cooperazione in otto aree che abbracciano tematiche come la riduzione della povertà, la sicurezza alimentare, la risposta al Covid-19 e i vaccini, il cambiamento climatico e lo sviluppo green. In questo caso, una particolare attenzione è rivolta all’Africa, un continente dove la presenza cinese è cresciuta di anno in anno.

Dallo sviluppo economico alla sicurezza: accanto alla GDI c’è spazio l’iniziativa gemella della GSI che, almeno sulla carta, si prefigge l’obiettivo di salvaguardare la pace e la sicurezza nel mondo. Il piano è formato da “sei impegni”: mantenere l’impegno per una sicurezza globale, cooperativa e sostenibile; rispettare la sovranità e l’integrità territoriale di tutti i Paesi; rispettare i principi della Carta delle Nazioni Unite; prendere sul serio le legittime preoccupazioni in materia di sicurezza di tutti i Paesi; risolvere pacificamente le controversie attraverso il dialogo; e mantenere la sicurezza in entrambi i domini tradizionali e non tradizionali.

Nel documento appena pubblicato, The Global Security Initiative Concept Paper, si fa presente che Pechino incoraggerà maggiori scambi e cooperazioni tra le accademie militari e di polizia a livello universitario, rafforzando i legami di Difesa con l’Asia, l’Africa e, in generale, con i Paesi in via di sviluppo, fornendo addestramento militare e condividendo informazioni di intelligence, anche legate all’antiterrorismo.

Made in China 2025

Made in China 2025” è un piano strategico avviato nel 2015 per ridurre la dipendenza della Cina dalla tecnologia straniera e, al contempo, promuovere i produttori tecnologici cinesi nel mercato globale. L’obiettivo è quello di tagliare i traguardi prefissati entro il 2025, ovvero nell’arco di un decennio dall’inizio dell’iniziativa.

In generale, lo scopo di “Made in China 2025” consiste nel presentare la Cina agli occhi del pianeta non più come un Paese produttore di fascia bassa, bensì come un produttore di fascia alta. Il piano è solo una piccola parte di una direttiva molto più ampia per sviluppare tecnologie e reti guidate dall’innovazione, che l’attuale amministrazione sta spingendo come parte di un’agenda globale.

Sfruttando l’opportunità di raggiungere nuove fonti di crescita, gli amministratori cinesi sperano quindi di potenziare le capacità produttive per metterle in linea con le altre nazioni industrializzate. Aumentando, invece, le capacità tecnologiche del paese, la Cina non sarà più dipendente da terzi per la tecnologia avanzata.

Il progetto fa riferimento all’iniziativa “Industria 4.0” della Germania. Non a caso, i responsabili politici cinesi hanno studiato questo piano creandone uno ad hoc per la Cina.

Dieci sono i settori considerati prioritari: tecnologia dell’informazione di nuova generazione; macchine utensili a controllo numerico avanzate e robotica; tecnologia aerospaziale, inclusi motori aeronautici e apparecchiature aviotrasportate; biofarmaci; apparecchiature mediche ad alte prestazioni; materiale elettrico; macchine agricole; attrezzature ferroviarie; veicoli a risparmio energetico e di nuova energia; ingegneria oceanica. Attraverso accordi e partnership, Pechino sogna in grande.

Rafforzamento militare

In ambito militare, la Cina intende rendere l’Esercito popolare di liberazione una “moderna forza di combattimento” entro il 2027 e un esercito “di livello mondiale” entro il 2050.

Il primo step coincide con la completa modernizzazione delle forze armate, per un traguardo da conseguire giusto in tempo per celebrare il centenario della fondazione dello stesso esercito. Il Dragone ha sostanzialmente ridotto le forze terrestri e, al tempo stesso, rinforzato i settori specializzati, tra cui aviazione e marina. È stata inoltre adottata una gestione più snella nel rapporto tra i vari settori.

Il grande salto, se così possiamo definirlo, è arrivato intorno al 2015, quando la Power Projection cinese è passata dal presidiare il territorio nazionale, le istituzioni e l’area più o meno coincidente con il Mar della Cina, al guardare oltre i confini nazionali. Già, perché a differenza del passato gli interessi politico-economici del governo cinese non sono più localizzati in un’area circoscritta o nel continente asiatico, quanto piuttosto nel mondo intero (basta citare il caso emblematico della Belt and Road Initiative). Possiamo dire che la vecchia struttura sovietica dell’Epl è ormai archiviata.  

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