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Il picco più elevato del populismo britannico è rappresentato dalla Brexit, ovvero dall’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Dal 1 febbraio 2020, Londra non è più un membro organico della Ue. Questa decisione radicale è arrivata in seguito a un referendum tenutosi nel giugno 2016. In quell’occasione, il 51,89% degli elettori ha scelto di salutare le istituzioni europee. La vittoria dei brexiteers è stata definita dai media mainstream una “vittoria populista”, un’etichetta pensata appositamente per sminuire, o quanto meno demonizzare, una presa di posizione per lo più popolare, contraria agli interessi delle grandi élite economico-finanziarie.

Molte analisi superficiali hanno considerato il populismo come la causa principale del terremoto che ha scosso l’Uk. In realtà, questo fenomeno politico non è altro che la conseguenza di quanto, da decenni, stava bruciando nei meandri della società britannica. Istituzioni democratiche sempre più logore, diseguaglianze economiche evidenti, divergenze ormai insostenibili tra centro e periferia, peggioramento generale della situazione lavorativa (dall’ottica della maggioranza, ovvero degli appartenenti alle classi medio-basse) e, last but not least, criminalità e immigrazione a rendere lo scenario perfetto per lo sviluppo di fenomeni populisti. Eppure, il populismo britannico può essere considerato particolare, o quanto meno diverso dagli altri populismi riscontrabili nel resto del continente europeo.

Un populismo “pro tempore”?

“Il populismo britannico è un fenomeno bizzarro. C’è e non c’è. Nel senso che, da decenni a questa parte, non ha mai avuto nessuno sfogo consistente in formazioni politiche organizzate, al di fuori di quelle che hanno espresso una contrarietà all’annegamento delle tradizioni popolari britanniche in un contesto come quello europeo ed europeo-continentale”, ha spiegato Marco Tarchi, politologo, tra i i più importanti esperti in materia di populismo, e professore di scienza politica all’Università di Firenze.

Da questo punto di vista, il fenomeno della Brexit può essere considerato populista, ma con una riserva ben precisa, e cioè che “è populista solo ed esclusivamente nella misura in cui si è avvalso di certi argomenti per arrivare al suo preciso risultato“. Ora che la Brexit è diventata realtà, che cosa resterà del populismo britannico? Continuerà a resistere, aggrappandosi a nuove tematiche, oppure, avendo perso il suo cuore pulsante, perderà di peso e importanza?

“In epoca non sospetta – ha commentato Tarchi – ho scritto che Ukip (il Partito per l’Indipendenza del Regno Unito ndr), pur riprendendo alcune tematiche tipiche del populismo, compresa quella dell’immigrazione, incarnava un populismo pro tempore”. In altre parole, una volta arrivato il risultato che si proponeva, questa formazione politica “non avrebbe avuto più una forza propulsiva per lanciare il suo messaggio”. E, come le elezioni più recenti dimostrano, è in effetti andata proprio così.

Un futuro incerto

Gran parte dell’elettorato britannico è politicamente attivo quando si tratta di votare per le elezioni europee. Il motivo rientra nel particolare contesto in cui si trova(va) il Regno Unito. Abbiamo detto che il populismo sviluppatosi a Londra e dintorni ha sbandierato per lo più un vessillo ben preciso: la rivendicazione delle tradizioni britanniche contro un’Unione europea percepita sempre più pressante e totalizzante.

“Non è un caso che ci sia una sezione dell’elettorato britannico, inglese e in parte gallese, che ha votato o vota il partito di Farage, esclusivamente in occasione delle elezioni europee”, ha ribadito Tarchi, facendo notare un aspetto non secondario. In seguito alla Brexit, partiti del genere non sono più nel parlamento europeo, e dunque “anche quel tipo di sfogo non esiste più”.

Che dire del livello comunale? Possiamo immaginare nuovi fenomeni populisti locali? “Data l’importanza dell’immigrazione, e la constatata difficoltà di integrazione da parte di una notevole fetta della crescente popolazione immigrata, non è da escludere. Al momento vedo tuttavia questi ipotetici fenomeni populisti più legati a fenomeni di circostanza, che non alla possibilità di mettere in piedi un movimento populista”.

Il ruolo di Johnson

Impossibile non fare una panoramica approfondita sulla figura di Boris Johnson, leader del Partito Conservatore britannico e attuale primo ministro del Regno Unito. Se nell’epoca pre Covid, l’immagine di Johnson è stata più volte associata alla Brexit – d’altronde era ed è uno dei fautori dell’uscita del Regno Unito dall’Ue – con lo scoppio della pandemia, il premier inglese ha fatto parlare di sé per le dichiarazioni e le politiche di contenimento messe in atto dal suo governo per arginare l’emergenza sanitaria.

Dall'”abituatevi a perdere i vostri cari” (in realtà il significato delle sue affermazioni era ben più complesso della sintesi apparsa nei titoli dei media) alla scelta di annunciare la road map che avrebbe portato Londra a tornare libera, Johnson è stato travolto, nel bene e nel male, da eventi politicamente non controllabili. “In questa fase – ha spiegato Tarchi – l’immagine pubblica di Johnson è finita in balia di fenomeni pandemici che non ha potuto (e non può) controllare, se non in forma marginale”. D’altronde siamo nell’epoca dei sondaggi, e anche nel caso di Johnson si nota un fenomeno ben preciso: “Lo spostamento di una parte dell’elettorato, a favore o contro la figura del premier, è correlato ai risultati che in un dato momento specifico ha o non ha avuto la gestione della pandemia”.

In altre parole, nell’immaginario collettivo, se i contagi scendono il merito è di Johnson; se aumentano la colpa è sempre di Johnson. Ma quale sarà il futuro politico di Boris Johnson? Tarchi è convinto: “Finché non finiranno questi alti e bassi, secondo me non si possono fare pronostici sul suo futuro. Arriverà però – si presume – il momento in cui la pandemia di Covid non avrà più la rilevanza che ha adesso. A quel punto Johnson dovrà dimostrare di avere altre carte da giocare”. Rientreranno probabilmente in campo i discorsi sui benefici e i danni della Brexit. Le opinioni a riguardo erano e continuano ad essere disparate. “Certo – ha concluso Tarchi – lo sconquasso immaginato in un primo momento non c’è stato. Ma ancora non sappiamo se nel medio periodo ci saranno delle ricadute, positive o negative, dal punto di vista economico”. Da questo dipenderà gran parte del futuro di Johnson e, più in generale, del populismo britannico.

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