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Il governo Conte II è prossimo ad andare in soffitta, ma tra i grand commis e gli alti papaveri della politica romana la partita sotterranea per il posizionamento delle forze, istituzionali e non, che reggono i principali equilibri è appena cominciata. Fresco della trasferta in terra saudita, Matteo Renzi ha ottenuto l’obiettivo di disarcionare da Palazzo Chigi l’avvocato pugliese, mossa che nella sua ottica avrebbe dovuto creare credito nei suoi confronti oltre Atlantico, tra quei democratici Usa che mal sopportano “Giuseppi” e cercano nella ricostruzione dei legami tradizionali la via maestra per mediare con l’Italia. Non a caso un uomo abituato a sussurrare ai potenti dem come Joseph LaPalombara ha dichiarato recentemente che gli Usa vedrebbero un Conte-ter come un “disastro” e mal tollerano la presenza alla guida del governo di una forza ritenuta poco affidabile come il Movimento Cinque Stelle.

Renzi sogna la segreteria della Nato e di aver posto le basi della sua scalata aprendo le porte di Palazzo Chigi a una figura apprezzata oltre Atlantico come Mario Draghi. Ma la strada non è affatto tracciata in partenza. Prima di tutto perché Renzi sconta, come lo stesso Conte ha a lungo fatto, quel misto di provincialismo e sicurezza di sé che porta molti esponenti istituzionali italiani a esagerare la loro importanza per Washington. In secondo luogo, perché già dalla fase finale dell’amministrazione Trump gli Stati Uniti stanno cercando un crescente coinvolgimento e un rafforzamento dell’ancoraggio con i loro referenti tradizionali, che si trovano principalmente in seno alla Lega, sponda Giancarlo Giorgetti, e nel Partito Democratico.

Nel mondo del centro-sinistra Renzi deve confrontarsi con un avversario di primario spessore per accattivarsi la simpatia dei dem Usa di Joe Biden, un esponente del potere italiano che, anche dopo l’uscita di scena dalla politica attiva, non ha mai cessato di pesare nella dialettica istituzionale: Massimo D’Alema.

Renzi, scrive Italia Oggi, vede ovunque nel governo Conte II “l’ombra di Massimo D’Alema, che secondo il leader di Iv aveva messo le sue impronte non solo sull’esecutivo, ma soprattutto sulla gestione del Recovery Fund”. Dalemiano è il regista del ritorno del Pd al governo, Goffredo Bettini; a lui legato il Ministro degli Affari Europei Enzo Amendola; antico sodale dell’ex premier Roberto Gualtieri, che prima di essere nominato ministro dell’Economia è stato professore di storia, vicepresidente dell’istituto Gramsci, entrando in direzione Ds nel 2007 proprio come un fedelissimo di D’Alema. Nella fondazione Italianieuropei, stato maggiore della corrente di potere dalemiana, Gualtieri ha giocato a lungo un ruolo di primo piano; sui numeri della rivista della fondazione, negli anni scorsi, abbondavano gli articoli del Ministro del Sud Giuseppe Provenzano e, notano Gli Stati Generali, anche il ministro della Salute Roberto Speranza gli è molto vicino, “avendo seguito il leader Massimo anche fuori dalle colonne d’Ercole, avendo lasciato il Pd e seguito la scissione che ha portato alla nascita di Leu”. E deve a D’Alema l’ingresso nella cerchia dei boiardi di stato anche il supercommissario all’emergenza coronavirus, Domenico Arcuri.

Il partito dalemiano, anche dopo l’uscita del suo patriarca dal Pd, è forte e sopravvivrà alla fine del Conte II. Non a caso l’ex dalemiano Amendola è ora indicato come uno dei principali referenti italiani degli Usa, mentre negli scorsi giorni Gualtieri ha aperto il dialogo con la collega di oltre Atlantico Janet Yellen, aprendo alla possibilità che nei mesi a venire la politica italiana discuta modifiche alla digital tax in vigore dall’1 gennaio scorso e che colpisce i giganti tecnologici di oltre Atlantico. La mossa sembra voler esser tatticamente volta a riconquistare credito a Washington e a inaugurare un reset in vista della creazione di nuovi equilibri politici che giocoforza porteranno i partiti progressisti di tutto il mondo a fare i conti con l’influenza dei democratici americani.

Inoltre, la segreteria dem di Nicola Zingaretti, su cui Bettini ha forte potere, ha subito accolto la svolta istituzionale di Sergio Mattarella e aperto al governo di Mario Draghi, uomo che a Washington è conosciuto e stimato dai democratici.

Renzi non è solo, dunque, nella corsa alla guida del partito americano e sa bene che l’antico avversario può contare su una rete di potere formale e informale ben inserita a Roma. In cui la posta in gioco è ben manifesta dalla rilevanza assunta da D’Alema sia come portavoce formale di LeU che come consigliere occulto del governo Conte in recenti procedure di nomine che hanno visto uomini a lui vicini accedere a posizioni rilevanti. D’Alema, nota Dagospia, ha inaugurato un nuovo canale di contatto con il mondo di oltre Atlantico assumendo la guida del board di consulenti di Ernst&Young Italia. Ey, società di consulenza britannica, è ben inserita nel contesto finanziario e imprenditoriale statunitense e nel nostro Paese vanta una presenza diffusa. Non è sfuggito a Dagospia il fatto che di recente Donato Iacovone, capo di Ernst & Young Italia, sia diventato il presidente del gruppo infrastrutturale Webuild-Salini Impregilo (partecipata di Cdp), mentre a novembre 2019. Rodolfo Errore, già partner di Ey, è finito in Sace con il ruolo di presidente.

Chiaramente, diventare punto di riferimento della nuova amministrazione Usa per l’Italia aumenterebbe quelle rendite di posizione funzionali a ramificarsi nei poteri nazionali per le correnti del centro-sinistra che ambiscono a consolidarsi. E Renzi, alla guida di un partito personale cha appare destinato a evaporare molto presto, non ha nemmeno avuto il tempo o la capacità di costruirsi una rete simile a quella di D’Alema, uomo che anche fuori dal palazzo è regista di equilibri e rapporti di forza insospettabili. E manovra leve interne al Pd che, indipendentemente dal nome del prossimo premier, sa gestire da tempo. Perché se ci sarà un governo senza partecipazione dei partiti nella compagine, conteranno i voti in Parlamento: e quelli di Italia Viva sono decisamente pochi. Certamente, da questa panoramica si capiscono sia l’evanescenza della nuova segreteria del Partito Democratico sia la totale assenza dei Cinque Stelle dai tavoli negoziali che contano, nonché l’incapacità di entrambi di capire come mediare e gestire il potere. Mentre dall’esterno D’Alema muove le fila: e se da un lato Renzi è riuscito a porre fine a un governo zeppo di suoi vecchi sodali, dall’altro i rapporti di forza materiali vanno nel senso opposto. E questo agli occhi degli Usa ha una grande rilevanza.

 

 

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