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John Bolton è tornato alla sua maniera: dichiarazioni forti, gaffe che rivelano mezze verità, forte presenzialismo. L’ex National Security Councilor di Donald Trump, esponente dell’ala neoconservatrice del Partito Repubblicano, ha parlato in un’intervista alla Cnn del ruolo che ha giocato nel programmare e organizzare “colpi di Stato” nel mondo. Un’ammissione in piena regola che Bolton ha legato ai fatti del 6 gennaio: “dato che sono una persona che ha aiutato a organizzare dei colpi di Stato – non qui, ma sapete, in altri posti – posso dire che richiede un sacco di lavoro”.

L’intervista è partita in relazione al commento di Bolton sulla presunta natura golpista dell’assalto di Capitol Hill del 6 gennaio 2021 condotto dai sostenitori di Donald Trump di cui, in passato, il falco del Grand Old Party aveva detto che non era abbastanza “intelligente e capace” per organizzarne uno.

Le parole di Bolton riecheggiano quanto aveva detto, sempre alla Cnn, un anno fa: un golpe richiede “capacità di pensiero, pianificazione e strategia”:

Doti che mancherebbero a The Donald mentre, al contrario, Bolton afferma di possederle parlando a Jack Tapper della Cnn. Il quale ha, maliziosamente, chiesto a Bolton se si riferisse anche a “colpi di Stato di successo”. Bolton nicchia e fa riferimento a un episodio risoltosi in un insuccesso: il tentativo di rovesciamento condotto dagli Stati Uniti dell’amministrazione Trump contro Nicolas Maduro per imporre Juan Guaidò come presidente del Venezuela nel 2019. A detta di Bolton, golpe non andato a buon fine ma giustificato dall’intento di rimuovere un presidente ritenuto illegittimo.

Venezuela, il flop di Bolton

L’analisi del fatto in questione mostra che, all’epoca, la mossa Usa fu un vero disastro. Per quattro mesi, tra inizio  gennaio e fine aprile 2019, Guaidò esistette come presidente “alternativo” a Maduro soprattutto per l’esistenza di un grande sostegno politico internazionale e una grancassa mediatica atta a sostenerlo. Poi le sue rivendicazioni si sono affievolite e la sua figura è andata scomparendo a partire dal momento in cui fu Bolton, a Washington, a prendere in mano il dossier.

Decisivo in tal senso il ruolo giocato in seno al governo Maduro dal ministro della Difesa Vladimir Padrino Lopéz e del vice presidente del partito socialista Diosdato Cabello. I due hanno praticato un astuto doppio gioco fornendo a Guaidò e Bolton finte assicurazioni circa la volontà di promuovere unammutinamento dei militari fedeli a Maduro, vero ago della bilancia nel Paese, per scatenare il cambio di regime. Guaidò a il 30 aprile 2019 ha chiamato il Venezuela alla rivolta in un discorso salvo poi non ricevere alcun sostegno al pronunciamiento. Pardino Lopéz e Cabello hanno fatto perdere le loro tracce per poi presentarsi di fronte all’ex delfino di Hugo Chavez nel suo discorso di invito all’unità nazionale contro Guaidò.

Ai tempi su Inside Over prendemmo posizione sul fatto sottolineando che quella mossa aveva segnato uno spartiacque: Maduro aveva vinto, Guaidò aveva perso. Così è stato. E secondo tutte le ricostruzioni dei media Usa, fu proprio l’eccessiva fiducia data da Bolton ai presunti rivoltosi golpisti a far mettere le mani degli americani su un dossier così bollente. Da cui poi Washington è uscita scottata. Si è trattata della seconda mossa negativa per Bolton in Venezuela. Già nel 2002, da Sottosegretario di Stato per il controllo delle armi e la sicurezza internazionale nella presidenza di George W. Bush, giocò un ruolo, per quanto non di primissimo ruolo, nel tentativo di rovesciamento di Chavez conclusosi in un fallimento.

L’incidente del 2019 fu l’inizio della fine della parabola politica del National Security Councilor, licenziato nel settembre successivo da Trump dopo soli diciassette mesi di mandato. Ma si è trattato solo dell’ultima di una lunga serie di processi politici in cui Bolton, classe 1948, è stato coinvolto fin dall’inizio della sua carriera che, dopo la laurea a Yale e un’esperienza nel mondo della consulenza legale, lo ha condotto a essere fellow dell’American Enterprise Institute (Aei), noto think tank conservatore, e a ricoprire ruoli di peso in diverse amministrazioni repubblicane da quella di Ronald Reagan a quella di Trump.

L’America Latina: l’ossessione di Bolton

Sono quasi quarant’anni, in particolare, che Bolton è coinvolto, direttamente e a vari livelli, nei progetti di ricostruzione dell’ordine politico dell’America Latina in senso favorevole a Washington e ostile a qualsiasi tentativo di penetrazione di forze rivali, come quelle socialiste affermatesi negli ultimi decenni da Cuba fino a Venezuela, Bolivia, Nicaragua.

Da alto funzionario del dipartimento della Giustizia, ai tempi di Reagan, Bolton giocò un ruolo per coprire l’espansione delle indagini del Congresso sul caso Iran-Contras. Bolton ai tempi lavorava prestando servizio come assistente procuratore generale del General Attorney Edwin Meese. Quando l’allora senatore John Kerry nel maggio 1986 acconsentì a fornire al dipartimento di Giustizia le informazioni raccolte dal suo staff che dimostravano che i Contras nicaraguensi impegnati contro il governo socialista di Daniel Ortega e i loro sostenitori statunitensi erano “impegnati in attività criminali”, Bolton promise che tali prove sarebbero state “vigorosamente e rapidamente analizzate”.

Tuttavia, come ha riportato Mint Press News, in seguito Bolton non ha dato seguito a questi propositi, “rifiutandosi di soddisfare le richieste del Congresso per le informazioni che aveva ricevuto da Kerry e altre fonti e rifiutandosi anche di testimoniare”. Bolton ha affermato che “le informazioni richieste dalla commissione giudiziaria della Camera erano altamente classificate” e che “nessun membro della commissione di inchiesta del Senato avesse le autorizzazioni adeguate” per esaminarle.

Inoltre, prosegue l’analisi, “Bolton è un collaboratore di lunga data dello studio legale Covington & Burling con sede a Washington, che ha una lunga storia di lobby per colpi di stato in America Latina” e che è andata sotto scrutinio per il ruolo che avrebbe avuto nel lobbying per il “colpo di stato militare del 2009 che ha estromesso Manuel Zelaya in Honduras” su pressione della compagnia di frutta Chiquita, ostile alle manovre del capo di Stato sul salario minimo e i diritti dei lavoratori. Hillary Clinton, “l’allora Segretario di Stato, ha ammesso apertamente il ruolo dell’amministrazione Obama nel colpo di stato”. Bolton ai tempi parlando alla Fox espresse la sua soddisfazione per la riuscita del golpe.

Oltre al Venezuela, da lui attenzionato sia nel 2002 che nel 2019, il Nicaragua è stato un obiettivo di Bolton fino agli ultimi giorni del suo mandato, assieme a un terzo Paese della regione: Cuba. Nel 2002 Bolton ha provato a far inserire nell’Asse del  Male dell’amministrazione Bush anche L’Avana, dichiarando che il governo di Fidel Castro era illegittimo e stesse preparando programmi per realizzare armi batteriologiche. Nel 2018, ha definito l’asse L’Avana-Caracas-Managua come la “Troika della Tirannia”. Nel’aprile 2019, inoltre, l’opposizione boliviana facente riferimento a Jeannie Anez ha fatto riferimento a Bolton nel dichiarare la necessità di un intervento Usa per fermare la volontà di Evo Morales di ricandidarsi alle elezioni. Il governo socialista di La Paz è stato poi rovesciato da un golpe a novembre, due mesi dopo l’uscita di Bolton dall’amministrazione.

Bolton e il Medio Oriente

Un’altra area di interesse di Bolton è stato il Medio Oriente. Fautore della Guerra in Iraq, Bolton è stato inoltre molto interessato all’idea di cambi di regime in Iran e Siria fin dai tempi dell’amministrazione Bush jr.

In Siria, Bolton ha fin dal 2004, come ricordato da Le Monde Diplomatique, giocato un ruolo di sostegno all’opposizione a Bashar al-Assad, aperto presupposto della destabilizzazione che dopo il 2011 ha portato alla guerra civile.

Ma il vero bersaglio politico di Bolton in Medio Oriente è stato l’Iran, verso cui ha apertamente invitato al cambio di regime. Come ha osservato il giornalista Gareth Porter, dal 2002 al 2004, mentre era il principale decisore politico dell’amministrazione Bush sull’Iran, Bolton – violando il protocollo del dipartimento di Stato e compiendo diversi viaggi senza preavviso in Israele – “cospirò attivamente […] per stabilire le condizioni politiche necessarie per l’amministrazione di svolgere un’azione militare” e destabilizzare i governi rivali. Lo spostamento della discussione sul nucleare iraniano al Consiglio di Sicurezza Onu è arrivato quando Bolton era inviato speciale dell’Amministrazione Usa al Palazzo di Vetro (2005-2006) e dopo che lo stesso aveva attaccato l’atteggiamento dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica sull’Iraq, ritenuto eccessivamente multilateralista.

Noti sono i legami di Bolton con Mujahedeen Khalq (MEK), un gruppo di opposizione iraniana che è stato elencato come “Organizzazione terroristica straniera” dal governo degli Stati Uniti dal 1997 al 2012 e, più recentemente, ha collaborato con l’intelligence israeliana per uccidere scienziati iraniani. Dalla sua rimozione dall’elenco dei gruppi terroristici del governo, il Mek ha cercato di prendere la forma di un gruppo di opposizione iraniano “moderato” che Bolton ha indicato come potenziale capo di un governo iraniano alternativo alla Repubblica Islamica nel 2018. Nel 2020 l’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale ha affermato di aver ricevuto ricche donazioni dal Mek per partecipare agli eventi dell’opposizione iraniana. Lobbying, interessi particolari e una visione interventista delle relazioni internazionali si sommano in Bolton, l’uomo dei golpe. Decisamente non all’altezza, però, nel suo ruolino di marcia della destabilizzazione, della sua autopercezione.

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