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Politica

Dal Sud Sudan al Myanmar, la diplomazia vaticana e il faro acceso sulle guerre dimenticate

Dal Sud Sudan al Myanmar, la diplomazia vaticana e il faro acceso sulle guerre dimenticate nel pianeta ha fatto strada con Francesco

La morte di Papa Francesco ha avuto ripercussioni e interesse in tutto il mondo non solo perché la scomparsa del pontefice ha privato del punto di riferimento religioso gli oltre 1,3 miliardi di cattolici nel mondo, ma anche perché l’impatto diplomatico del Santo Padre scomparso ieri è stato fondamentale.

Abbiamo scritto su queste colonne del grande impegno per la pace e la cooperazione internazionale che Papa Francesco e la sua Chiesa hanno promosso dal 2013 ad oggi, ma probabilmente il fronte in cui maggiormente si sentirà la necessità di dare propulsione all’azione di Francesco dopo la sua scomparsa è quello del sostegno agli sforzi diplomatici nelle periferie esistenziali del mondo e alla risoluzione di quelle “guerre dimenticate” che feriscono in più ambiti le relazioni internazionali.



Le guerre dimenticate di Papa Francesco

Dal Myanmar al Congo, dal Sud Sudan al Sahel, sono molti gli scenari spesso ricordati dal Santo Padre negli Angelus e interessati dalla diplomazia pontificia guidata dal cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Francesco, per appianare i focolai di quella “Terza guerra mondiale a pezzi” che Jorge Mario Bergoglio vedeva emergere a ogni angolo del pianeta. E che a suo avviso andava sanata partendo dai suoi fronti apparentemente più remoti, per mandare un messaggio d’inclusione a chi ne era coinvolto, per tutelare i principi di libertà religiosa e per perorare la sfida della pace, ovunque.

Nel 2015, aprendo la Porta Santa del Giubileo della Misericordia a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana a lungo sconvolta dalla guerra, Francesco ha dato un messaggio chiaro in tal senso. Il continente più critico del pianeta è stata poi attenzionato, ha ricordato Africa Rivista, otto anni dopo quando Francesco è tornato in Africa per un nuovo pellegrinaggio, toccando la Repubblica Democratica del Congo e il Sud Sudan. Il viaggio, profondamente segnato dall’appello alla pace e alla riconciliazione, ha voluto dare voce a popolazioni spesso dimenticate, vittime di guerre civili, sfruttamento e gravi crisi umanitarie”.

Nei due Paesi africani la Santa Sede ha svolto opera di mediazione, nel Sud Sudan direttamente, in Congo con il ruolo centrale dell’arcivescovo di Kinshasa Fridolin Ambongo Besungu, inascoltato a metà 2024 quando parlava del deteriorarsi della situazione nell’Est del Paese poi esplosa con l’attuale conflitto nel Kivu. Ancora tre settimane fa Papa Francesco rinnovava la sua mediazione per cercare un tentativo di accordo per fermare le guerre civili in Sudan e Congo e la nuova crisi del Sud Sudan.

L’attenzione alle periferie esistenziali

Papa Francesco poteva interessarsi di questioni che, nel loro piccolo, permettevano di prevenire conflitti, come ha fatto già malato a marzo ringraziando in un Angelus Tagikistan e Kirghizistan per l’accordo della delimitazione dei confini e nella strutturazione della sua “geopolitica della misericordia” si interessava all’idea che ogni punto caldo del pianeta, trascurato da diplomazia e media, potesse trasformarsi in un’arena di scontro tra potenze contribuendo all’entropia complessiva del sistema.

Nell’ottobre 2022, nel corso di un’udienza concessa ai redattori e collaboratori di «Mondo e Missione», Francesco lo disse chiaramente: “Le guerre dimenticate sono un peccato“. L’invito era chiaro: “raccontare il mondo mettendosi dalla parte di chi non ha diritto di parola o non viene ascoltato, dei più poveri, delle minoranze oppresse, delle vittime di guerre dimenticate”. L’invito a politica, stampa e operatori religiosi era quello a mantenere alta l’attenzione per le “periferie geografiche ed esistenziali, che, in un mondo dove la comunicazione apparentemente ha accorciato le distanze, continuano però a rimanere relegate ai margini”. Non per la diplomazia vaticana: e in un contesto che vede la Chiesa capace di operare come attore globale, preservare questa proiezione dovrà essere al centro degli obiettivi di chi verrà dopo Jorge Mario Bergoglio.

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