Si chiamava European Recovery Program ma è più comunemente conosciuto come Piano Marshall, dal nome del Segretario di Stato ed ex generale George C. Marshall. Il Piano, arcinoto, prevedeva una serie di ingenti aiuti economici, per la durata di quattro anni, da parte statunitense all’Europa, che era appena uscita completamente distrutta dalla Seconda Guerra Mondiale. Era il 1947 quando Marshall propose il programma di sostegno che porta il suo nome, si era all’inizio della Guerra Fredda e l’Unione Sovietica, che dominava su metà del continente europeo, aveva razziato la Germania, e anche altri Paesi dell’Est, di tutto quanto poteva caricare su treni o camion per pagare le spese di guerra ma soprattutto per saldare l’enorme debito di sangue e distruzione che l’invasione tedesca le aveva arrecato.

Il Piano Marshall di sostegno all’Europa Occidentale – curiosamente ma non inaspettatamente a beneficiarne di più fu la Francia – costrinse Mosca a fare dietrofront e a ricostruire l’industria della Germania Orientale, che nei progetti originari dei sovietici avrebbe dovuto invece essere una sorta di enorme distesa di campi coltivati. I macchinari pesanti razziati e trasportati in Urss dalle truppe di occupazione tornarono al punto di partenza ed il Cremlino si adoperò nell’aiutare i Paesi dell’Est, ormai diventati suoi satelliti, nell’opera di reindustrializzazione e riparazione dei danni di guerra.

Dall’altra parte della Cortina di Ferro, il Piano Marshall non portò solo grano, trattori, camion e soldi per la ricostruzione, ma anche il libero mercato, con concetti quali “libera impresa”, “spirito imprenditoriale”, e “tutela della concorrenza” che in molti Paesi erano praticamente sconosciuti prima della guerra; con essi anche le truppe di occupazione delle potenze vincitrici: non solo la Germania venne divisa in settori tra Francia, Regno Unito, Unione Sovietica e Stati Uniti, ma anche altri Paesi che non si possono annoverare tra quelli sconfitti videro l’arrivo di basi americane, mentre dall’altra parte, in Europa Orientale, l’Urss aveva praticamente occupato manu militari Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Romania oltre ad essersi annessa le Repubbliche Baltiche. Era cominciata la contrapposizione in blocchi tra due sistemi antitetici di pensare l’economia e lo Stato.

L’Europa, per la prima volta dopo secoli di storia, cessava di essere un attore protagonista per diventare terreno di conquista, smembrata, ai margini del palcoscenico se non per i piccoli aneliti di vita coloniale rimasti a Francia e Gran Bretagna. Gli aiuti americani, come la presenza sovietica, hanno avuto un prezzo salatissimo da questo punto di vista per il Vecchio Continente: la perdita della centralità decisionale e la relegazione ai margini dello scenario internazionale dominato da due superpotenze. Un prezzo che paghiamo ancora oggi che esiste l’Unione Europea, più un moloch finanziario ed economico che una reale unione di Stati accomunati da intenti condivisi, e forse se è così è proprio per via dei più di quarant’anni di “occupazione” subita da potenze esterne.

Del resto chi investe nella ricostruzione di un Paese, o di un intero continente come nel caso dell’Europa, è impensabile che si ritiri presto accontentandosi di un grazie, così noi ora abbiamo un sistema economico, sociale e perfino statuale che è comunque il riflesso di quanto impostoci dai nostri conquistatori. La fine della Guerra Fredda ha solo sancito la sparizione di uno dei due contendenti, e come era facile intuire, l’altro non ha fatto altro che occuparne gli spazi lasciati liberi ridisegnandoli a proprio piacimento: anche la geopolitica, come la natura, aborrisce il vuoto.

Questi meccanismi sono ancora validi: senza scomodare eventi lontani nel tempo, come il conflitto coreano o quello vietnamita, in anni recenti abbiamo l’esempio datoci dall’Iraq di Saddam Hussein. La caduta del dittatore, dopo il conflitto del 2003 che prende il nome di Seconda Guerra del Golfo (ma in realtà si può pensare che vi sia un unico conflitto iniziato nel 1990 e terminato nel 2003), ha aperto uno Stato tra i più ricchi di petrolio al libero mercato e alla libera impresa. Sotto Saddam gli investimenti esteri erano consentiti solamente ai cittadini arabi, residenti in Paesi arabi, dopo il conflitto, eliminato il regime, con l’ordinanza 39 del 20 settembre del 2003, l’Autorità Provvisoria della Coalizione (Cpa) ha stabilito, in sostituzione della legislazione pre-esistente, nuove disposizioni in materia d’investimento estero.

In dettaglio l’ordinanza, che non si applica alle banche ed alle compagnie d’assicurazione, disciplina l’investimento estero in Iraq in qualsiasi tipo di bene, inclusa la proprietà tangibile ed intangibile, i relativi diritti di proprietà, azioni e altre forme di partecipazione in entità economiche, i diritti di proprietà intellettuale e l’expertise tecnica, tranne per quanto concerne la proprietà diretta ed indiretta del settore estrattivo delle risorse naturali e la loro trasformazione iniziale le quali rimangono vietate. Un Paese aperto al libero mercato come quelli occidentali.

Per quanto riguarda il settore petrolifero, che è quello che, da solo, tiene in piedi la fragile economia di un Paese ancora non del tutto pacificato – si calcola che i proventi della vendita degli idrocarburi si aggirino tra i 50 e 100 miliardi dollari in due anni – è oltremodo facile notare come l’Occidente, ma non solo, abbia penetrato l’Iraq molto di più rispetto al periodo precedente la caduta del dittatore. Se diamo un’occhiata alla lista di compagnie che operano attualmente si noteranno molti nomi stranieri e – sorpresa – tanti nomi cinesi. Si scrive soft power, perché si costruiscono raffinerie, porti e terminal petroliferi, ma si legge neocolonialismo.

E’ sempre stato così. Anche quando l’Iraq era un Paese sovrano, ma alle prese con la guerra contro l’Iran, gli aiuti – in questo caso militari – sono stati pagati a caro prezzo cedendo parte delle risorse nazionali: è il caso della Russia, o di quella che allora era l’Urss, che come pagamento per le forniture militari della guerra che ha insanguinato per quasi un decennio quelle terre ha ottenuto concessioni nel settore petrolifero. Per pagare un debito che si ritiene sia compreso tra i 7 e i 10 miliardi di dollari, Mosca ha avuto un canale preferenziale per quanto riguarda la ricostruzione dei terminal petroliferi e per l’assegnazione degli stessi contratti di sfruttamento: in un articolo del 2002 – altri tempi geopolitici – apparso sul New York Times si ricordava come la Lukoil avesse firmato, nel 1997, un contratto di 23 anni con Baghdad per la riattivazione dei campi petroliferi del valore di miliardi di dollari. Di certo non un caso a fronte del debito di guerra contratto ai tempi dell’Urss: passano gli anni ma le cambiali restano.

L’Iraq di oggi è ancora un Paese che ha bisogno di essere ricostruito dopo un decennio di conflitti interni. È stato calcolato che servano circa 100 miliardi di dollari, ma questa volta gli Stati Uniti, che pure hanno speso tanto anche solo per il conflitto, sembrano voler ritirarsi dalla gara: gli Stati Uniti hanno infatti fatto sapere di non voler sborsare un centesimo per la causa irachena; una posizione inaspettata ma in linea con la volontà di disimpegno dell’America First trumpiana.

Atteggiamento che stiamo osservando anche oggi nel pieno della crisi epidemica. Washington pare titubante nel voler elargire aiuti a pioggia in Europa ai Paesi più colpiti, ma sebbene qualcosa si stia muovendo, soprattutto in risposta a quanto i suoi concorrenti hanno messo in campo, sembra sempre troppo poco, complice anche una propaganda italica che ha posto l’accento più sugli interventi cinesi e russi che su quanto fatto dagli Usa. Qui però, più che essere coerenti col pensiero trumpiano, sembra esserci una presa di coscienza che il nuovo coronavirus potrebbe colpire duro negli Stati Uniti, che proprio in queste ore stanno vedendo un incremento esponenziale dei contagiati, e da qui la necessità di trattenere tutte le risorse possibili sul proprio territorio.

Questa epidemia ha reso evidente i meccanismi del cosiddetto soft power, così magistralmente messi in pratica dalla Cina che, magicamente, è passata da essere la causa del contagio globale, a nazione salvatrice del mondo, e dell’Italia, anche e soprattutto grazie all’impianto propagandistico messo in piedi da Pechino – e ripreso a piè pari da Roma – che mette l’accento sull’invio di aiuti sanitari, magari dimenticando di dirci che sono stati regolarmente pagati.

Del resto, come abbiamo già avuto modo di dire, anche la geopolitica aborrisce il vuoto, è la dove è mancata Washington è arrivata Pechino, ma anche Mosca, che proprio in questi giorni ha messo in piedi un importante ponte aereo per trasportare in Italia medici, attrezzature e rifornimenti sanitari, la cui maggior parte è stata donata a titolo gratuito. Una tale solidarietà, però, ha sicuramente un costo così come ha un costo qualsiasi intervento di soft power messo in atto: che sia la ridefinizione di alcune posizioni verso la Russia, ancora sotto embargo, durante il prossimo consiglio d’Europa o solamente un qualche tipo di collaborazione nel settore energetico dove già Eni e Rosneft sono in affari da lungo tempo, oppure ancora la richiesta di intermediazione, fatta al momento giusto, con Washington non è dato saperlo, e francamente poco importa.

Quello che è importante è capire che, ovunque ed in ogni tempo, l’aiuto fornito in qualche modo si paga e a volte lo si paga con cessioni di sovranità, come l’esempio dell’Africa dovrebbe far capire: le infrastrutture costruite dalla Cina, o dalla Turchia, in alcuni Paesi come ad esempio l’Etiopia o la Somalia di certo non vengono consegnate chiavi in mano per poi tornare in patria solo col portafoglio gonfio, ma sono sempre accompagnate da una presenza fisica di società, o addirittura di militari o personale civile, che “occupano” lentamente e silenziosamente una fetta di territorio.

Risulta difficile pensare a una cessione di sovranità di qualche tipo da parte dell’Italia a Mosca, nonostante l’enorme sforzo profuso per venirci in soccorso, anche per una questione di opportunità e contingenze politiche, ma se guardiamo a quanto sta facendo silenziosamente la Cina in questi anni, anche grazie al progetto della Nuova Via della Seta, possiamo notare che il dragone ha già messo lo zampino su alcune nostre infrastrutture portuali – come ad esempio a Vado Ligure – e che di certo non intenderà fermarsi qui, soprattutto ora che avrà una carta molto pesante da giocare a livello diplomatico.