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Dal 15 al 21 gennaio 1921 a Livorno andò in scena il XVII congresso del Partito Socialista Italiano, al termine del quale la corrente più radicale e massimalista della formazione optò per completare la scissione che diede vita al Partito Comunista d’Italia. Il Pcd’I/Pci, presto costretto a subire l’esperienza della clandestinità e forgiatosi attraverso l’opposizione al regime fascista e la Resistenza, sarebbe stato per oltre mezzo secolo e fino alla fine della Guerra Fredda la colonna portante della sinistra italiana.

A circa un secolo di distanza, quella che è stata storicamente definita “sinistra” è difficilmente riconoscibile nelle aree politiche che occupano la galassia progressista. Il Partito democratico è figlio dell’era post-Guerra Fredda, in cui la transizione politico-culturale degli eredi del Pci ha portato molti di essi ad abbracciare i dogmi politico-economici della globalizzazione neoliberista, a virare verso le élite urbane e i ceti professionali il loro obiettivo politico, a dimenticare le fondamenta di una lunga tradizione.

Indipendentemente dall’opinione che se ne ha, è innegabile il fatto che la cultura politica che ha avuto la sua fonte in formazioni come il Psi e il Pci sia stata un’importante protagonista della storia italiana. In sinergia con la cultura politica cattolico-democratica ha portato al grande compromesso della Costituzione repubblicana del 1948. Ha consentito, con la cooptazione al governo del Psi a fianco della Democrazia Cristiana, l’avanzamento dell’economia pubblica, dei servizi essenziali, della dialettica politica interforze nel contesto di “bipolarismo imperfetto” che, come ha sottolineato Giorgio Galli, pur precludendo al Pci la via del potere nazionale gli permetteva di esercitare un enorme peso culturale e di portare la sua cultura politica a dialogare con le coalizioni maggioritarie nel Paese. Una dialettica a tutto campo che ebbe nello Statuto dei Lavoratori del 1970 e nell’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale nel 1978 il suo punto più alto.

Lungi dall’essere un monolite, la sinistra italiana ha presentato al suo intero, a lungo, una profonda vivacità interna. Già ai tempi dell’inizio della Repubblica si segnalavano divergenze tra chi, come il segretario del Pci Palmiro Togliatti, pensava a un’istituzionalizzazione della sinistra e chi, Pietro Secchia in testa, aveva un atteggiamento più barricadero; la rivoluzione ungherese e i fatti di Praga furono, nel 1956 e nel 1968, cesure importanti per i rapporti con il blocco sovietico, fattisi sempre più autonomi alla fine dell’era Togliatti e durante le segreterie di Luigi Longo ed Enrico Berlinguer. Il Pci e il Psi furono poi due dighe fondamentali per frenare l’eversione brigatista e contenere la rabbia e il dissenso verso lo Stato, mentre le scissioni più importanti del Pci, come quella del gruppo del Manifesto, contribuirono a stimolare il dibattito interno all’area.

Il filologo Luciano Canfora, in particolare, parlando a La Verità ha ben descritto quali fossero a suo avviso gli obiettivi del Pci nel periodo post-bellico: “Lo sbocco di quella linea doveva essere il recupero della tradizione social democratica, l’approdo a una socialdemocrazia seria, che difendesse gli interessi dei più deboli. Ma mi rendo conto che tutto questo si è perso per strada”. Canfora lo spiega nel suo recente saggio “La Metamorfosi”, edito da Laterza, in cui spiega come le dinamiche del mondo post-Guerra Fredda hanno influenzato la sinistra italiana.

Ci troviamo dunque di fronte a un mondo che è stato profondamente turbato a partire dagli Anni Ottanta e Novanta. A partire cioè da quella “mutazione genetica” che ha fatto perdere alla sinistra italiana diversi punti di riferimento che, condivisi o meno che fossero dal grande pubblico, le garantivano coerenza interna e organicità: la difesa dei diritti del lavoro, un sostanziale processo di accettazione della Costituzione materiale, un’attenzione non solo politica ma anche culturale e “pedagogica” alle fasce più svantaggiate della popolazione. La svolta portò con sè la focalizzazione su temi di maniera come l’ambientalismo, il pacifismo, i diritti civili al posto della spinta sui diritti sociali. La sinistra di popolo si fece individualista, e anche il suo spirito riformista si perse graudalmente. L’elettorato tradizionale iniziò a liquefarsi, a garantire il proprio consenso agli avversari tradizionali della sinistra, e spesso gli esponenti di quest’ultima non hanno saputo rispondere in maniera diversa dalle solite semplificazioni sul populismo e sulla presunta “ignoranza” di chi ne ha abbandonato le schiere.

Le roccaforti operaie e popolari della sinistra classica hanno iniziato a non essere più tali. Città come Siena, Genova e Pisa hanno eletto amministrazioni di centro-destra e perfino la “Stalingrado italiana”, l’operaia Sesto San Giovanni, è passata alla Lega. Canfora non si stupisce di tutto ciò: nella sinistra italiana “c’è stata una sorta di mutazione antropica”: dal popolo alle élite, dall’inclusione allo spirito di casta, dalle classi dirigenti di estrazione eterogenea ai ceti di partito che riproducono se stessi. “Cassate tutte le altre prospettive ideali, è rimasto solo l’europeismo, che nel migliore dei casi è un autoinganno, nel peggiore una grave scorrettezza”, nota lo studioso della storia classica e navigato militante comunista.

La sinistra italiana, in fin dei conti, prima di perdere i fini del suo operato politico, ha smarrito i mezzi: ovvero lo stimolo ad analizzare criticamente l’attualità, la realtà e i sistemi politici ed istituzionali e a mediare uno studio complesso del contesto di riferimento con le proprie priorità ideologiche. Capacità del genere consentirono a Togliatti di giocare le sue carte nella redazione della Costituzione, di dissuadere i comunisti dalla suicida insurrezione che andava scatenandosi dopo l’attentato da lui subito nel 1948, a redigere il memoriale di Yalta, pubblicato postumo, in cui avvertiva dei rischi di un eccessivo legame con l’Urss. Già Enrico Berlinguer, trincerandosi sulla “questione morale” e sulla presunta superiorità ed incorruttibilità del partito iniziò a peccare di scarsa lucidità, ma questo non gli impedì di guidare il Pci alla responsabile avventura della solidarietà nazionale durante gli anni più duri dell’offensiva terroristica contro lo Stato tra il 1976 e il 1979.

La “mutazione” che Canfora fa notare è in primo luogo quella di un mondo a cui la sinistra italiana ha voluto con troppa fretta adeguarsi perdendo lo stimolo ad interrogarsi criticamente su di esso. Un riflesso condizionato che ha il suo acme nel riflesso europeista che porta a vedere l’Unione come un fine e non come un mezzo dell’interesse nazionale e le formazioni progressiste scattare in difesa di qualsiasi iniziativa sia promossa da Bruxelles con acritico fideismo. Salvo poi rimuginare su come sia stato possibile regalare agli avversari ampie sacche di voto operaio e di classe media. A cento anni dalla scissione di Livorno la sinistra italiana è un guscio vuoto sotto il profilo ideale, e i partiti moderati e progressisti che hanno nel Pd il loro esponente maggiore sono tenuti assieme più dalla comune aspirazione al potere che da un reale stimolo ideale. E questo è un grave problema per l’intera dialettica istituzionale del sistema-Paese: è solo dal confronto di idee contrapposte, infatti, che può nascere lo stimolo a una crescita politica e civile per cittadini e istituzioni. Latitando le idee, cioè i mezzi, non ha neanche più senso interrogarsi sui fini di questo confronto.

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