Skip to content
Politica

Dal nucleare alla difesa: quando Israele e Iran erano amici

La storia dei rapporti tra Israele e Iran prima della rivoluzione islamica del 1979, interpretata in chiave storica e geopolitica.
Iran

Non serve riferirsi alla cosiddetta guerra dei dodici giorni per valutare lo stato delle relazioni tra Israele e la Repubblica islamica dell’Iran. Eppure storicamente queste ultime non sono sempre state così tese. Un discorso più o meno analogo lo si potrebbe fare per il Sudafrica, che negli anni dell’apartheid intrattenne ottime relazioni con Tel Aviv, mentre oggi è capofila nelle iniziative volte a portare Israele dinanzi agli organi di giustizia internazionale per i massacri in corso nella striscia di Gaza.

Tornando ai rapporti con Teheran, esiste una dichiarazione dell’allora primo ministro (e fondatore) dello stato ebraico, David Ben-Gurion, che affermava come “l’amicizia tra Israele e Iran esiste ed è stabile perché è basata sui vantaggi reciproci, di cui entrambi i Paesi godono in virtù della loro cooperazione”: siamo nella seconda metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, e queste parole dimostrano come di fronte all’ostilità dei Paesi arabi – coi quali si era già consumata la guerra del 1948 –  ci fosse la necessità di intessere relazioni con altre nazioni musulmane, non arabe, a cominciare dall’Iran (allora retto dallo Scià Reza Pahlavi) e dalla Turchia, altro Paese col quale i rapporti paiono essersi deteriorati, nonostante la permanenza di importanti relazioni economiche.

Tra le iniziative messe in campo per rinsaldare i rapporti con l’antico regno di Persia (divenuto Iran nel 1935), l’inaugurazione proprio in quei decenni di un programma in lingua farsi, trasmesso dall’emittente radiofonica di stato, Kol Israel. E non finiva qui, visto che Tel Aviv si mosse in diverse direzioni per implementare i rapporti con Teheran, inviando propri emissari e creando un ufficio economico nella capitale iraniana Teheran, divenuto una sorta di rappresentanza diplomatica non ufficiale.

Israele, inoltre, appoggiò le riforme volute dallo Scià nei primi anni Sessanta in vari ambiti (economico, sociale, scientifico e securitario), ribattezzate “rivoluzione bianca”, offrendo collaborazioni in diversi progetti che andavano dall’irrigazione, alla formazione, all’agricoltura e all’allevamento, favorendo un importante interscambio di professionalità tra le due nazioni. La conseguenza fu l’aumento sia del numero di israeliani che andavano in Iran, sia di persiani che arrivavano nello Stato ebraico.

Non fu escluso neanche il settore bellico e securitario, tanto che nel 1970 fu avviata una produzione militare congiunta, incentrata sulla missilistica. In un certo senso, tale cooperazione nasceva in funzione antiaraba, in quanto volta a contrastare la strategia del presidente egiziano Nasser che, puntando a divenire il leader del mondo islamico, si intestò, tra le altre, una campagna propagandistica contro la monarchia dei Pahlavi, rivendicando per i popoli arabi il possesso della zona del Khuzestan, la regione iraniana dove si concentrano le maggiori risorse petrolifere e minerarie. Fu proprio per difendersi da tali rivendicazioni che Teheran decise di rafforzare la collaborazione con l’intelligence e le forze armate d’Israele, che fu di ausilio anche nel contrasto alla propaganda nasseriana, tanto da indurre il leader egiziano ad abbandonare i suoi propositi.

Inoltre, in occasione di alcuni contrasti su questioni di confine rivierasco con l’Iraq, che si riverberavano sul controllo del traffico mercantile, Teheran chiese nuovamente l’aiuto di Tel Aviv, affinché favorisse agli iraniani il supporto degli miliziani curdi che osteggiavano il governo di Baghdad: per la cronaca, nonostante un primo accordo tra Iran e Iraq sembrasse aver risolto la controversia, le intese raggiunte non furono mai realmente rispettate, il che divenne uno dei pretesti per lo scoppio del conflitto tra le due nazioni, destinato a protrarsi per circa otto anni (1980-1988).

Per quanto si sia portati a credere che fu la rivoluzione khomeinista a far naufragare i rapporti tra Israele e Iran, in realtà già nel corso degli anni Settanta le relazioni si raffreddarono progressivamente. Le ragioni della svolta furono essenzialmente due: il sostegno alla causa palestinese da parte dello Scià, ma prima ancora la politica nucleare iraniana, maturata in quel decennio in collaborazione con diversi governi occidentali, e funzionale alla costruzione del primo reattore nucleare di Teheran. Inutile aggiungere che una volta deposto lo Scià e proclamata la repubblica islamica (1979) i rapporti naufragarono definitivamente, con la rottura delle relazioni diplomatiche, mai più ripristinate.  

Va precisato che, nonostante ciò, in Iran ha continuato a vivere pacificamente un’importante comunità israelita, critica nei riguardi della politica dello stato ebraico riguardo la questione palestinese, oggi più che mai. Per quanto non manchino episodi singoli di antisemitismo, enfatizzati dagli oppositori degli ayatollah, il dato di fatto rimane impregiudicato.

A partire dalla fine degli anni Settanta tra Israele e Iran si è registrato un crescendo di tensioni – resta celebre lo slogan attribuito a Khomeini, che presentava gli Stati Uniti e il loro maggior alleato nell’area come, rispettivamente, il grande e il piccolo Satana – con un ancora più marcato sostegno alla causa palestinese e alle forze nemiche dello stato ebraico. Il resto è storia e assieme cronaca degli ultimi tempi, alla quale non possiamo che fare rinvio.

Ma se le relazioni tra la dirigenza politica dei due Stati restano ancorate a posizioni assolutamente inconciliabili, anche a prescindere dagli ultimi sviluppi, resta un’amicizia e una stima tradizionale tra i due popoli, che va avanti da oltre due millenni, e che potrebbero quantomeno indurre a un ottimismo per un futuro non meglio precisato.

Una cosa è certa: se i dirigenti di Israele (e i loro sostenitori) vedono nella caduta dell’attuale assetto di potere a Teheran come l’unica strada per una nuova fase di relazioni con l’Iran, sarebbe arduo negare che lo stesso discorso – valendo la reciproca – lo potrebbero fare dall’altro lato della barricata: l’estremismo, di qualunque provenienza, ben difficilmente potrebbe condurre a quelle logiche di compromesso che preludono all’instaurazioni di buoni rapporti. O, per dirla con le parole di Jean Monnet: “Bisogna costruire l’unità tra i popoli e non la cooperazione tra gli Stati.”

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.