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L’ambasciatore americano in Israele, intervistato da Tucker Carlson, ammette che in base alla Bibbia Israele avrebbe diritto a conquistare mezzo Medio Oriente. Poi prova a ritrattare, ma è troppo tardi. La frase rivela la vera natura di un’alleanza che sta portando il mondo verso una guerra catastrofica.

La frase arriva dopo quasi un’ora di braccio di ferro teologico. Tucker Carlson ha incalzato Mike Huckabee sui confini della “terra promessa” citando Genesi 15: “dal Nilo all’Eufrate”. Gli ha chiesto se, in base a quella promessa, Israele avrebbe diritto a prendersi Giordania, Siria, Libano, Iraq. Huckabee si è divincolato, ha parlato di sicurezza, di confini attuali, di diritto all’esistenza. Poi, messo alle corde, lascia cadere la maschera:

“Sarebbe giusto se prendessero tutto”

La frase è talmente esplosiva che Huckabee tenta subito di smussarla: “Non è di questo che stiamo parlando oggi”, “Non lo stanno chiedendo in questo momento”, “Se venissero attaccati e vincessero, sarebbe un altro discorso”. Ma la confessione è stata fatta. E nulla potrà cancellarla. Quella frase è la chiave che apre tutte le porte. Rivela cosa pensa davvero chi guida il sionismo cristiano. Rivela la natura teologicamente espansionista del progetto. E rivela, soprattutto, il baratro verso cui questa dottrina sta spingendo il mondo.

Una teologia senza confini

Per Huckabee, pastore battista e ora ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, la Bibbia non è un libro di fede, ma un atto notarile. Dio ha promesso quella terra agli ebrei. Tutta. Dal Nilo all’Eufrate. Che oggi su quella terra vivano egiziani, giordani, siriani, libanesi, iracheni è un dettaglio. Che esistano Stati sovrani, riconosciuti dalle Nazioni Unite, è irrilevante. La parola di Dio, per lui, annulla qualsiasi confine tracciato dagli uomini.

“Perché fermarsi ai confini del 1967?”, incalza Carlson. E Huckabee non sa rispondere. Perché in effetti non c’è risposta. Se il diritto è divino, è assoluto. Non si ferma al 1967, non si ferma al 1948. Si ferma solo dove Dio ha detto che si ferma: all’Eufrate.

Ecco allora che il “diritto di Israele a esistere in sicurezza” – la formula con cui Huckabee aveva definito il sionismo all’inizio – si rivela per quello che è: un cavallo di Troia. Dentro ci sta un’espansione potenzialmente illimitata. Dentro ci stanno le guerre di conquista. Dentro ci sta la cancellazione di interi popoli, purché non siano i discendenti di Abramo – anche se poi, come Carlson fa notare, nessuno sa davvero chi siano questi discendenti.

Chi sono gli eredi di Abramo? Huckabee non lo sa

E qui viene il bello. Perché se la terra è stata promessa ai discendenti di Abramo, bisognerebbe capire chi sono. E Huckabee, su questo, si impantana. Da una parte dice che sono gli ebrei, identificati da lingua, cultura, tradizioni. Ma Carlson porta l’esempio di Netanyahu: i suoi antenati vengono dall’Europa orientale, non parlavano ebraico, non erano religiosi, anzi spesso atei. Non ci sono prove che abbiano mai messo piede in questa terra prima del Novecento. Su quale base lui ha più diritto di un contadino cristiano la cui famiglia vive lì da duemila anni?

Huckabee balbetta. Prova a dire che è una questione di “sangue”, ma poi deve ammettere che un ebreo convertito al cristianesimo perde il diritto di tornare in Israele. Allora non è solo sangue. Prova a dire che è anche religione, ma allora i fondatori atei di Israele che diritto avevano? La definizione di “ebreo” si rivela un imbuto logico in cui tutto passa e niente si spiega.

E su questa base torbida, su questa identità fluttuante che può essere invocata o negata a seconda delle convenienze, si costruisce l’apartheid quotidiano in Cisgiordania. Si giustificano i check-point per i cristiani che vogliono andare al Santo Sepolcro. Si legittima l’esproprio di terre a famiglie che ci vivono da prima che Maometto nascesse.

L’ambasciatore che fa il tifo contro l’America

Ma la parte più inquietante dell’intervista non è nemmeno la teologia. È il ruolo di Huckabee. Un ambasciatore americano, pagato dai contribuenti statunitensi, che usa il suo tempo per incontrare Jonathan Pollard – il più famoso traditore americano, colui che rubò segreti militari per Israele e che oggi incoraggia gli ebrei americani a spiare per il Mossad. Un ambasciatore che, quando Carlson gli chiede conto delle vittime civili a Gaza, risponde lodando l’esercito israeliano come più etico di quello americano in Iraq e Afghanistan. Traduzione: un rappresentante degli Stati Uniti denigra il proprio Paese per esaltare una potenza straniera. E nessuno, a Washington, sembra trovarlo strano.

Quando Carlson gli fa notare che un cittadino americano accusato di pedofilia (Tomer Alexandrovich) è fuggito in Israele e non viene estradato, Huckabey risponde che “non è competenza dell’ambasciata”. Ma quando si tratta di incontrare Pollard, o di spingere per la guerra contro l’Iran, allora l’ambasciata è competente eccome.

Il pericolo per la pace mondiale

E veniamo al punto più drammatico. Carlson ricorda che Netanyahu è stato alla Casa Bianca sette volte in un anno. Sette. Più di qualsiasi rappresentante del popolo americano. E la sua richiesta è sempre la stessa: guerra all’Iran.

I sondaggi dicono che oltre il 70% degli americani non vuole un’altra guerra in Medio Oriente. Ma i sondaggi non contano. Conta ciò che vuole Bibi. E Bibi vuole che gli Stati Uniti facciano il lavoro sporco: bombardare l’Iran, distruggere i suoi alleati, tenere in piedi un equilibrio di terrore.

Huckabee nega che Netanyahu voglia la guerra. “Non vuole la guerra”, dice. Ma intanto l’apparato militare americano si schiera nel Golfo, le portaerei incrociano, le teste intelligenti parlano di “opzione militare inevitabile”. E se la guerra arriverà, sarà pagata con il sangue dei soldati americani e con i dollari dei contribuenti statunitensi. Per difendere il “diritto divino” di Israele a possedere terre che forse, un domani, “sarebbe giusto prenderle tutte”.

Il sionismo cristiano come minaccia globale

La confessione di Huckabee – “sarebbe giusto se prendessero tutto” – non è un lapsus. È la dottrina. È ciò che credono milioni di evangelici americani. È ciò che insegnano nelle chiese. È ciò che predicano nei convegni finanziati da chissà quali fondi. E questa dottrina, oggi, siede negli uffici del potere. Determina la politica estera della nazione più armata del pianeta. Spinge il mondo verso un conflitto che potrebbe coinvolgere mezzo Medio Oriente, chiudere lo Stretto di Hormuz, far saltare i prezzi del petrolio e trascinare tutti in una depressione peggiore di quella del 1929.

Tutto questo sulla base di una promessa fatta quattromila anni fa a un pastore nomade, di cui nessuno può dimostrare la discendenza, e i cui confini – dal Nilo all’Eufrate – travolgerebbero almeno sei Stati sovrani e decine di milioni di persone.

Alla fine dell’intervista, Huckabey dice a Carlson di non odiare nessuno. Forse è vero. Ma non serve odiare, quando si sostiene una teologia che legittima l’espansione illimitata, la discriminazione sistematica e la guerra preventiva. Basta credere. Basta non farsi domande. Basta ripetere che “sarebbe giusto” mentre il mondo intero trattiene il fiato.

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