Dal Nepal al Giappone: lo strano effetto domino che colpisce i Governi inclini a collaborare con India e Cina

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Politica /

I governi di mezza Asia sono alle prese con gravi situazioni di emergenza, rivolte popolari e instabilità politiche. I media internazionali le raccontano semplicemente come se fossero crisi sistemiche o, nei casi più violenti, insurrezioni popolari alimentate da una Generazione Z stanca di abusi e soprusi di leader corrotti e senza scrupoli. C’è, tuttavia, chi sta iniziando a ipotizzare la presenza di una regia esterna, di una longa manus interessata ad appiccare l’incendio in aree strategiche per minare il cortile di casa di potenze rivali, nemiche o appartenenti al cosiddetto “resto del mondo”.

La mappa delle proteste parla chiaro: la recente destabilizzazione ha coinvolto gran parte del Sud Est Asiatico, laddove si trovano Paesi più o meno inclini a collaborare con Cina e India, e pure storici alleati statunitensi collocati in Estremo Oriente. Ebbene, se in un primo momento questi scossoni geopolitici danneggiavano per lo più Pechino, con progetti della Belt and Road Initiative congelati (in Pakistan), governi inclini a collaborare con Xi Jinping saltati in aria come mine (Bangladesh) e ingenti investimenti perduti nel nulla (in Sri Lanka), adesso riguardano anche Delhi.

Il caso del Nepal, piccola nazione incastonata nel cuore dell’Himalaya, è emblematico: a lungo satellite indiano, e poi abile nel mantenere un certo equilibrio tra i due giganti asiatici, Kathmandu è ora diventata un rebus tanto per il Dragone quanto per l’Elefante.

Lo strano caso del Nepal

In Nepal non c’erano segnali economici allarmanti. Nel 2024 il Pil del Paese è aumentato del 3,9% e per la fine del 2025 ci si attendeva un incremento compreso tra il 4,5 e il 4,6%. La World Bank forniva persino una proiezione del 5,4% medio annuo per il 2026-2027 “grazie a servizi, energia idroelettrica e commercio interno”. In tutto questo, come spiegato qui, il Pil pro capite è passato dai circa 1229 dollari del 2019 ai 1447 del 2024.

Pare sia bastata una stretta sui social network, poi ritirata in fretta e furia dopo le prime proteste, per scatenare una specie di guerra civile costata le dimissioni del primo ministro KP Sharma Oli e la vita di decine di persone. Sarà senza dubbio un caso, ma nel 2024, al termine di una visita di Oli a Pechino, Nepal e Cina hanno firmato il “Quadro per la cooperazione sulla Belt and Road“, dopo che il governo nepalese aveva aderito al progetto cinese nel 2017.

Erano stati individuati dieci progetti da realizzare nell’ambito della Bri: la strada-tunnel Tokha-Chhahare; il progetto stradale Hilsa-Simikot; la strada e il ponte Kimathanka-Khandbari; la ferrovia transfrontaliera Jilong-Kerung-Kathmandu; il municipio di Amargadhi a Dadeldhura; la linea di trasmissione Jilong-Kerung-Rasuwagadhi-Chilime da 220 kV; l’Università Madan Bhandari; il centro scientifico e il museo della scienza di Kathmandu; il parco industriale dell’amicizia Cina-Nepal a Damak; e il complesso sportivo e atletico di Jhapa. Difficilmente adesso questi progetti andranno in porto.

Il Sud Est Asiatico in fiamme, il Giappone nel caos

Pochi giorni dopo che la Cina era riuscita a rafforzare i rapporti con l’India, a includere la Russia in un pantheon di governi desiderosi di cooperare per creare un’alternativa al blocco occidentale, ad arruolare i leader del ruspante Sud Est Asiatico, e persino a istituzionalizzare Kim Jong Un, ecco che sono esplose rivolte in Indonesia e Nepal.

Detto di Kathmandu, dove potrebbe salire al potere un governo molto diverso rispetto a quello precedente, anche Jakarta rischia di scivolare nel caos. Per il momento il governo Subianto – che ha appena portato l’Indonesia nei Brics – resiste ma le tensioni sociali nella quarta economia della regione restano altissime.

Che dire, invece, di Bangladesh, Sri Lanka e Pakistan? Negli ultimi anni rivolte popolari e insurrezioni hanno trasformato radicalmente l’ossatura politica di questi tre Paesi allontanando dal potere leader eccessivamente inclini al dialogo con la Cina (fatta eccezione per lo Sri Lanka dove è salito al potere addirittura un marxista).

In Giappone, infine, non ci sono state guerre civili ma Shigeru Ishiba, l’uomo che avrebbe dovuto traghettare Tokyo attraverso il mare dei dazi di Trump e arruolare il Paese ai diktat militari di Washington, è stato fagocitato dal Partito Liberal Democratico. Al suo posto potrebbe essere scelto un uomo d’ordine molto meno spigoloso e più incline a collaborare con gli Stati Uniti