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Politica

Dal Messico al Canada, Trump da l’addio alla politica di buon vicinato

Come si muoverà l'amministrazione Trump con i vicini continentali, da Nord a Sud, tra immigrazione e dazi doganali.

Gli Stati Uniti torneranno isolazionisti“: questo è il refrain caro a chi vede nella prossima amministrazione Trump un palese intento di Washington di battere in ritirata. Ma è davvero così? A questo proposito occorre fare due precisazioni: sebbene il futuro presidente degli Stati Uniti non abbia una grande passione né per la politica estera tantomeno per i multilateralismo, l’isolazionismo è cosa ben diversa. A questo occorre aggiungere che, a ben vedere, gli Stati Uniti isolazionisti non lo sono stati mai. E di certo non cominceranno adesso.

Il passato e l’attuale fotografia delle relazioni tra Washington e i vicini possono aiutare a fare qualche previsione. Trump certamente impronterà la sua idea di “buon vicinato” sul pragmatismo e sulla centralità degli interessi americani, in linea con la sua filosofia “America First“. Le relazioni con i Paesi confinanti, come Messico e Canada, e con l’America Latina nel suo complesso, saranno certamente gestite in modo selettivo, puntando a vantaggi economici e strategici diretti per gli Stati Uniti. È probabile, inoltre, che Trump mantenga il suo tradizionale scetticismo verso le organizzazioni regionali come l’Organizzazione degli Stati Americani, privilegiando un dialogo bilaterale con i singoli Paesi, giudicato più vantaggioso e gestibile. C’è da aspettarsi che il filo conduttore di questa strategia resterà un severo nazionalismo economico e politico, con una netta riluttanza a investire risorse diplomatiche o finanziarie in relazioni che non apportino benefici diretti.

Nell’immediato esiste un’emergenza Canada che va sanata prima creare una frattura storica nel blocco nordamericano. Di certo, le boutade sul 51esimo stato non giovano alla situazione, aggravatasi con le dimissioni di Justin Trudeau. Quest’ultimo, che si dimetterà dall’incarico di primo ministro all’inizio di marzo, promette contromisure se Trump metterà in atto la sua minaccia e vuole una risposta unita dal Governo federale e da dieci province. Ma stanno emergendo delle divisioni interne, con alcune province scontente di quella che ritengono una mancanza di leadership da parte di Ottawa. “Il governo federale … deve darsi una mossa“, ha affermato il premier dell’Ontario Doug Ford. L’Ontario, la provincia più popolosa e il cuore industriale del Canada, potrebbe perdere fino a 500.000 posti di lavoro se venissero imposte delle tariffe capestro. Trudeau terrà una riunione del suo Governo proprio tra il 20 e il 21 gennaio, mentre Trump si insedierà alla Casa Bianca. Il governo canadese sta preparando miliardi di dollari in misure di ritorsione sulle esportazioni statunitensi in Canada se il presidente eletto dovesse dare seguito alla minaccia di imporre dazi sui prodotti canadesi, dando il via a una potenziale resa dei conti tra due Paesi che sono uno il maggiori partner commerciale dell’altro. “Supporto il principio di una risposta dollaro per dollaro“, ha detto il premier dimissionario Trudeau.

Guardando al confine meridionale, nei confronti del Messico è prevedibile un rinnovato impegno nel controllo dell’immigrazione irregolare, con la possibile ripresa dei progetti di rafforzamento della sicurezza al confine, incluso il famigerato muro. Parallelamente, potrebbero emergere pressioni per una maggiore cooperazione nel contrasto al narcotraffico, ma con un approccio che spinga il Governo messicano a farsi carico di un ruolo più rilevante nei costi e nelle responsabilità. Sul piano economico, la rinegoziazione di accordi come l’USMCA potrebbe rappresentare un ulteriore capitolo di tensioni e aggiustamenti, soprattutto in nome della tutela del lavoro e dell’industria americana. Sulla questione migratoria Trump ha giocato almeno la metà della sua campagna elettorale, ma non è l’unica vicenda in ballo. Questo mese, durante una conferenza stampa nella sua tenuta di Mar-a-Lago, Trump ha annunciato la sua ultima visione per la revisione della mappa del mondo: “Cambieremo il nome del Golfo del Messico in Golfo d’America, che ha un suono meraviglioso“. Si tratta di bordate che vanno comunque prese sul serio, considerando il rango del leader che le propone. In effetti, Trump incolpa ferocemente il vicino meridionale degli Stati Uniti per il flusso di migranti “illegali” e droga verso Nord, come se la domanda di sostanze illecite non giungesse dal cuore degli Stati Uniti. Né, di certo, la dipendenza economica degli Stati Uniti dalla manovalanza clandestina è un dato da poter ignorare.

Le nomine di Trump, tra cui Marco Rubio come Segretario di Stato, Christopher Landau come Vice Segretario di Stato e le rapide nomine di ambasciatori statunitensi in diversi paesi latinoamericani, come il Messico, indicano che la regione sarà una priorità più alta per la politica estera degli Stati Uniti, soprattutto per quanto riguarda migrazione e droghe illecite. Il crescente allineamento di Trump con leader populisti, spesso autoritari in America Latina, come Javier Milei in Argentina, Nayib Bukele di El Salvador e la famiglia Bolsonaro in Brasile, potrebbe incoraggiare gli attori antidemocratici, agitando le sabbie mobili dell’area. Tuttavia, in qualità di massimo diplomatico del Paese, Rubio avrebbe il compito di guidare gli sforzi volti a espandere l’influenza degli Stati Uniti. A lui, inoltre, l’ingrato compito cercare di disinnescare alcune delle tensioni derivanti da tale minaccia e dall’effettiva imposizione di tariffe, se ciò dovesse verificarsi.

Dal Canada alla Groenlandia, dunque, passando per il Panama affair, le parole di Trump annunciano che la passività degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale è finita. Negli ultimi decenni, una lunga tradizione di attenzione Usa verso i propri vicini è stata abbandonata in maniera bipartisan. Con la fine della Guerra Fredda, Washington ha dato per scontato di “essere al sicuro”, lanciandosi soprattutto in Medio Oriente: dal primo conflitto in Iraq fino alla War on terror. Intimidita dall’insicurezza da “scontro di civiltà” ha lasciato che gli avversari degli Stati Uniti colmassero i vuoti: vedasi la Cina in America Latina. Ma anche Russia e Iran (a mezzo Hezbollah), lesti a promuovere i loro interessi nell’America caraibica e meridionale. Si tratta di un ritorno alla dottrina Monroe? Sostanzialmente sì, ma con una differenza: le mappe geografiche non sono più quelle del 1823.

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