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Politica

Dal massacro dei Sioux a quello dei palestinesi, la legge del più forte e la distribuzione di medaglie

Il Pentagono ha confermato la Medal of Honor, la più alta decorazione al valor militare, a venti degli autori del massacro di Wounded Knee.
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Il 29 dicembre del 1890 un folto gruppo di Sioux Lakota (130 uomini e 230 tra donne e bambini) fu intercettato da quattro squadroni della cavalleria americana (circa 500 soldati) nella valle del fiume Wounded Klee. I Sioux, guidati dal capo Piede Grosso, avevano avuto notizia della morte del capo Toro Seduto, assassinato da uomini dell’Agenzia indiana pochi giorni prima., e si erano messi in marcia nel tentativo di raggiungere la riserva di Pine Ridge e mettersi sotto la protezione del capo Nuvola Rossa, lì confinato ormai da anni.

Il capo Piede Grosso era gravemente ammalato di polmonite e praticamente inabile. Quando i soldati chiesero ai Sioux di deporre le armi, si ebbe l’incidente fatale. Un giovane guerriero di nome Coyote Nero, sordo dalla nascita, tardò a posare il suo fucile. Cercarono di disarmarlo, partì un colpo e iniziò il massacro: i soldati cominciarono a sparare con le mitragliatrici sull’accampamento dei nativi, sterminando 300 persone, vecchi, donne e bambini compresi. Scamparono al fuoco 4 uomini e 47 tra donne e bambini, mentre la cavalleria perse 25 soldati.

Dal West al Vietnam

Il massacro di Wounded Klee è sempre stata una piaga aperta nella storia americana. Basterà ricordare che nel 1970 uscì il libro Bury my Heart at Wounded Knee di Dee Brown che è in costante ristampa e che nel 1974 fu persino messo al bando in Wisconsin perché “divisivo”. In quegli anni gli Usa era impegnati nella guerra in Vietnam e a molti l’accostamento tra le stragi di nativi americani e quelle di civili vietnamiti veniva spontaneo. Dopo tutto, il ricordo del massacro di My Lai (quando gli uomini della 23° Divisione di fanteria Usa sterminarono 504 civili) era ancora fresco. E il processo al tenente William Calley, l’unico militare americano finito sotto accusa, era cominciato proprio nel dicembre del 1970.

Wounded Knee, inoltre, fu l’ultimo capitolo della decimazione programmata dei nativi americani, cui si affiancava quella non programmata ma non meno efficace dovuta alle malattie arrivate dall’Europa (soprattutto vaiolo e morbillo) e alle politiche di segregazione. Non è un caso, insomma, se in anni più recenti negli Usa è stata avviata una riflessione su quell’episodio, culminata nel 1990 in una risoluzione del Senato e, ancor più, nel 2022 in una raccomandazione del Congresso a rivedere gli atti con cui era stata assegnata la Medal of Honor a venti dei soldati che parteciparono al massacro.

La Medal of Honor è la più alta decorazione al valor militare degli Stati Uniti. Paragonabile alla Victoria Cross britannica, alla Legion d’onore francese, alla Medaglia d’oro italiana. Discende direttamente dal Badge of Military Merit istituito da George Washington nel 1782 L’hanno ricevuta, finora, solo 3.445 persone, tra le quali una sola donna. Che sia andata a 20 dei soldati di Wounded Knee è di certo sorprendente. Non a caso nel luglio del 2024 l’allora ministro della Difesa Lloyd Austin ordinò una revisione della pratica, in vista di un eventuale ritiro delle medaglie.

“Medaglie meritate”

Pochi giorni fa, però, il nuovo ministro della Guerra (il Pentagono è stato così rinominato per un ordine esecutivo di Donald Trump), Pete Hegseth, ha fermato tutto: le medaglie resteranno alla memoria dei venti soldati perché, ha tenuto a dire il ministro, “sono ben meritate”. Si deduce quindi che nel nuovo pensiero Usa essere molto più numerosi, molto meglio armati e sparare con le mitragliatrici su vecchi, donne e bambini sia un atto di valore, tale da meritare la massima consacrazione. Se negli anni Settanta era difficile, per molti americani, non fare il parallelo tra Wounded Knee e My Lai, oggi diventa impossibile per noi non vedere l’analogia tra Wounded Knee e quanto accade a Gaza, dove un’altra forza più numerosa e molto meglio armata si esercita quotidianamente in stragi impunite di vecchi, donne e bambini. E non notare l’intesa di fondo tra questa, Israele, e gli Usa, che continuano a provvederla degli strumenti necessari per condurre la sua insensata campagna militare, dagli elicotteri Apache ai mezzi corazzati.

D’altra parte è stato proprio questo, come abbiamo già sottolineato, il senso dei discorsi che Trump e Benjamin Netanyahu hanno di recente tenuto all’Onu: l’esaltazione delle forza bruta come strumento di regolazione dei rapporti tra i popoli e la rivendicazione della più totale impunità. A proposito: William Calley, il capro espiatorio scelto dall’esercito Usa per sciacquare i panni di My Lai, fu condannato all’ergastolo il 31 marzo del 1971. Il giorno dopo, 1° aprile, il presidente Richard Nixon con un atto di indulgenza lo fece trasferire agli arresti domiciliari. Nel 1974 Calley fu definitivamente liberato. Chiaro, no?

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