La traiettoria di Guy Neivens dice molto meno di un singolo uomo e molto di più sul funzionamento reale del potere negli Emirati Arabi Uniti. Britannico, originario di Londra, con un passato lontano dai circuiti classici della grande finanza o della diplomazia, Neivens è oggi una delle figure più vicine allo sceicco Tahnoon bin Zayed Al Nahyan, consigliere per la sicurezza nazionale e perno dell’architettura strategica emiratina. La sua ascesa non segue percorsi istituzionali canonici: si sviluppa piuttosto lungo reti di fiducia personali, costruite nel tempo e consolidate in contesti informali.
Il punto di contatto iniziale tra Neivens e Tahnoon nasce negli anni Novanta, attorno al Brazilian Jiu-Jitsu. Non uno sport qualunque, ma una disciplina che negli Emirati viene rapidamente elevata a strumento identitario e di soft power. Tahnoon, praticante e promotore della disciplina, fonda nel 1998 l’Abu Dhabi Combat Club (ADCC), destinato a diventare il torneo di riferimento mondiale nel submission grappling. Neivens è coinvolto fin dalle origini, non solo come atleta e organizzatore, ma come figura di raccordo strategico. L’ADCC cresce, si internazionalizza, apre accademie e circuiti competitivi in decine di Paesi. In parallelo, Abu Dhabi si impone come capitale globale del jiu-jitsu, trasformando lo sport in uno strumento di proiezione dell’immagine e dell’influenza emiratina.
Tra la metà degli anni Ottanta e il primo decennio Duemila, Neivens lavora in diversi ambiti dell’amministrazione emiratina, occupandosi di gestione patrimoniale, amministrazione aziendale e protocolli per figure di altissimo livello. Incarichi poco visibili, ma centrali per costruire reputazione, affidabilità e accesso ai livelli più sensibili del sistema. In parallelo gestisce programmi speciali, come allevamenti di cavalli da corsa arabi in Europa e negli Stati Uniti, capaci di ottenere riconoscimenti di primo piano. È un percorso che lo colloca progressivamente in quella zona di intersezione tra pubblico e privato che caratterizza molti sistemi di potere del Golfo.
Dalle forniture marittime alla proiezione globale
Nel 2003 Neivens fonda Al Seer Marine. Da società di forniture marittime, l’azienda si trasforma nel tempo in uno dei principali attori del settore navale e logistico degli Emirati e del Medio Oriente. Oggi Al Seer Marine è parte della International Holding Company, il grande conglomerato presieduto da Tahnoon bin Zayed, attivo in difesa, energia, tecnologia, finanza e infrastrutture. Il gruppo gestisce asset marittimi per oltre due miliardi di dollari, impiega più di 1.200 persone ed è presente nella costruzione navale, nello yachting, nel trasporto di gas, petrolio e prodotti chimici, oltre che nelle infrastrutture portuali. Le acquisizioni di tanker, i finanziamenti per centinaia di milioni e le collaborazioni con grandi operatori logistici regionali segnalano una proiezione ormai globale. Accanto a questo, l’attenzione all’innovazione – dalla stampa 3D applicata alla cantieristica ai veicoli marini senza equipaggio – inserisce l’azienda in una dimensione apertamente strategica.
Neivens non è semplicemente un amministratore delegato. È soprattutto un uomo di fiducia, inserito in un sistema in cui l’impero finanziario – tra holding, gruppi industriali e asset strategici – è uno strumento diretto di sicurezza nazionale. Settore navale, difesa, tecnologie dual use e controllo delle infrastrutture critiche sono tasselli di una stessa architettura di potere. La sua parabola, dal tappeto da lotta all’industria marittima, non è un’anomalia folkloristica. È una chiave di lettura. Negli Emirati, relazioni costruite nello sport, nella sicurezza o in ambiti informali diventano spesso la base di strutture economiche e industriali di scala globale.
La storia di Guy Neivens mostra come il potere contemporaneo, soprattutto in sistemi fortemente personalizzati, non si costruisca solo attraverso carriere lineari o titoli accademici. Contano la prossimità, la lealtà dimostrata nel tempo, la capacità di muoversi tra mondi diversi senza mai perdere l’allineamento con il centro decisionale. È anche così che si spiega la solidità del modello emiratino: uno Stato che usa sport, impresa e finanza come estensioni naturali della propria strategia di sicurezza e di influenza internazionale.

