Nella notte di lunedì inizierà, in via telematica, la convention nazionale del Partito Repubblicano statunitense che incoronerà ufficialmente Donald Trump come candidato alla difesa della carica di presidente nelle imminenti elezioni di novembre. Pochi giorni dopo che i democratici hanno elevato il presidente in carica a loro vero e proprio “federatore”, celando dietro l’unità d’intenti della sua sconfitta il fragile compattamento attorno a Joe Biden, anche il partito dell’elefantino celebra la sua convention, un passaggio decisivo in vista di un voto autunnale che si preannuncia apertissimo.

E nelle settimane in cui Trump appare in rimonta su Biden nei sondaggi il tradizionale partito dei conservatori statunitensi si polarizza attorno alla sua figura. Piuttosto che di Grand Old Party, il tradizionale appellativo della formazione, dovremmo parlare di Trump Old Party: quattro anni fa il tycoon newyorkese scalò i repubblicani alle primarie da vero e proprio “alieno”, come un outsider capace di unire a una piattaforma politica estremamente appetibile per la base conservatrice (sicurezza, riduzione delle imposte, sostegno all’identità statunitense, appoggio alla destra religiosa) una critica feroce e tagliente all’establishment di partito, ritenuto responsabile di disastri politici ed economici durante l’ultima esperienza di governo con George W. Bush e di eccessiva morbidezza nell’opposizione a Barack Obama. Quattro anni dopo, Trump è diventato l’ago della bilancia nel campo repubblicano, la sua influenza si fa sentire profondamente e nel discorso ideologico, nel posizionamento dei candidati e nelle prospettive di lungo periodo dei conservatori Usa tutto, in un modo o nell’altro, richiama alla sua figura.

In questo contesto vi è un problema: se per i democratici Trump è un pur labile fattore di unione, in campo repubblicano il presidente è ritenuto divisivo. Lo prova da un lato la continua fronda di alti papaveri del partito contro la sua amministrazione: il defunto senatore John McCain è risultato a lungo una spina nel fianco per Trump, l’ex candidato presidenziale e senatore dello Utah Mitt Romney ha votato a favore del fallito procedimento di impeachment contro l’inquilino della Casa Bianca e l’ex governatore dell’Ohio, John Kasich, voltando le spalle a Trump durante la Convention Nazionale Democratica ha dato il suo sostegno a Joe Biden.

Per Kasich “Trump ha tradito i valori conservatori”; per i sostenitori del Presidente, invece, è stato il Grand Old Party a tradire sè stesso. Trumpin questi anni, è riuscito a essere presidente e capo dell’opposizione, ispiratore dell’azione di governo e sostenitore del rimanente clima anti-establishment e anti-èlite nel partito. Negli ultimi mesi, a più riprese, tale clima ha preso la forma del sostegno di esponenti repubblicani alla teoria del complotto su Q-Anon, il presunto funzionario dell’amministrazione che rivelerebbe dall’esterno i particolari di una lotta senza esclusione di colpi tra il Presidente e il Deep State legato ai circoli liberal e neoconservatori maggioritari in passato nei due partiti di governo statunitensi.

In questo contesto, in vista della convention i repubblicani più moderati e all’antica contestano a Trump di aver favorito l’ascesa di candidati estremisti, come la prossima deputata della Georgia, Marjorie Greene, candidata del Gop in un collegio blindato, che è apertamente sostenitrice del complotto su Q-Anon e, come si è lamentata l’ex governatrice del New Jersey Christine Todd Whitman, di aver “favorito l’ascesa del razzismo. Constatazioni eccessivamente inclementi verso il presidente, che in radicalità è certamente superato dagli esponenti del Tea Party, che lo precede di diversi anni come anzianità nel partito, e al contempo si è inserito in un’onda lunga di polarizzazione dell’opinione politica americana che è figlia dei duri scontri dell’era Obama. Anche il populismo trumpiano non nasce dal nulla, ma somma a questa polarizzazione l’onda lunga della culture wars degli Anni Novanta e il mutato vento della globalizzazione, che ha reso possibile la coltivazione del pensiero “America First”.

Al contempo, è comunque vero il fatto che Trump abbia, per la sua natura di outsider, depotenziato di fatto le strutture del partito, sostituendo alle tradizionali strutture di governo dei repubblicani un’architettura informale fondata sul suo (mutevole) team di governo, sulla sua famiglia e su un’ampia platea di pensatori, ideologi e opinionisti favorevoli all’amministrazione, che hanno preso piede nel partito dopo il precoce siluramento di Steve Bannon. I nomi presentati come ospiti alla convention repubblicana lo confermano: nei quattro giorni prenderanno la parola la moglie di Trump, Melania, il figlio primogenito Donald Trump jr. con la fidanzata e fundraiser della campagna Kimberly Guilfoyle, l’altro figlio Eric con la moglie Laura, la nipote Tiffany Trump, la figlia-consigliera del Presidente Ivanka Trump, prima dell’intervento dello stesso capo di Stato nella serata di giovedì. Al loro fianco, una platea di ferrei sostenitori del presidente, pronti a presentare la sua parabola come una grande storia americana. Da Mark e Patricia McCloskey, i coniugi di Saint Louis che hanno puntato le armi contro i manifestanti di Black Lives Matter pronti a entrare nelle loro case a giugno, fino all’ex sindaco di New York Rudy Giuliani, la convention presenterà l’essenza del trumpismo.

La dialettica trumpiana ha affondato numerose polarizzazioni tradizionalmente interne al partito, come quella tra conservatori più o meno ortodossi e liberali di stretta osservanza o l’asse tra interventisti neo-con e isolazionisti; in vista del voto di novembre, ai repubblicani è data la scelta di decidere o meno se sposare questa svolta, in vista di capire come, indipendentemente dall’esito delle presidenziali, sul lungo periodo l’effetto Trump si farà sentire nel Grand Old Party. La sensazione è che oramai il presidente Trump sia più moderato del ciclone trumpista: il primo è sostenuto anche da membri degli apparati di potere repubblicani come i senatori Ted Cruz, Marco Rubio e Tom Cotton, che prevedono di puntare la nomination nel 2024, il secondo si pone tuttora in antitesi a Washington, alle sue logiche, alle ristrettezze del mondo del potere a stelle e strisce. La scommessa elettorale di Trump non è tanto nella conquista di uno zoccolo duro di elettori già assicurati, quanto piuttosto nella vittoria nella maggioranza silenziosa moderata e preoccupata dalle ultime evoluzioni sanitarie, economiche, politiche. Un elettorato che prima ancora di denunciare problemi chiede soluzioni: e come successo più volte in passato, in particolar modo col trionfo di Richard Nixon nel 1972, sarà la risposta ai problemi e non i danni da essi inferti a decidere la sfida.

Allora si parlava della guerra del Vietnamoggi di un contesto micidiale segnato dalla pandemia di coronavirusdal tracollo economico più rovinoso degli ultimi decenni e da un’insicurezza sociale che i democratici hanno pensato, cinicamente, di cavalcare utilizzando l’arma del razzismo contro la Casa Bianca. Trump si gioca tutto sul riflusso dei contagi, sulla scoperta di un vaccino, sul rimbalzo dell’economia e sull’isolamento delle ali più radicali della protesta. Una serie di mosse per cui servirà il Trump presidente, non l’affermato padrone del Trump Old Party.

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