Il dossier Taiwan non riguarda soltanto Stati Uniti e Cina, con l’ombrello militare e l’ambiguità strategica dei primi, e la ferma volontà dichiarata della seconda di “riannettere l’isola alla madrepatria”. Il futuro di Taipei chiama in causa altri attori, visto che gli equilibri asiatici sono scanditi anche dalla questione taiwanese.
Nel caso in cui Pechino dovesse sferrare un’offensiva, eventualità che per gli Usa potrebbe accadere nel 2027, c’è il rischio che Washington possa perdere uno dei suoi principali bastioni utilizzati per premere sul fianco cinese. A quel punto, non solo il Dragone acquisterebbe spazio di manovra nel Mar Cinese Meridionale, senza più dover fare i conti con l’ombra di una roccaforte statunitense a limitare le manovre militari nell’area, ma potrebbe anche avventurarsi, con maggiore insistenza, verso le due direttive marittime est ed ovest. Le stesse che portano verso l’Oceano Indiano e l’Oceano Pacifico.
Ci vorranno forse anni e non è nemmeno certo che accada. Ma la sola prospettiva di trovarsi di fronte una Cina versione potenza marittima è uno scenario che gli Stati Uniti vogliono evitare a tutti i costi. Da qui la volontà dell’amministrazione Biden di rafforzare le alleanze con i partner asiatici per blindare il più possibile l’Indo-Pacifico. Taiwan compresa.
Gli Usa e i loro partner: chi difende Taiwan
L’Economist Intelligence Unit (Eiu) ha scritto che Giappone, Filippine e Corea del Sud sarebbero i Paesi più colpiti da qualsiasi conflitto a Taiwan a causa della conseguente “devastazione” delle catene di approvvigionamento regionali. “La devastazione della produzione regionale di tecnologie dell’informazione e della comunicazione e delle reti della catena di approvvigionamento causerebbe shock sproporzionati per il nord-est e il sud-est asiatico”, si legge nel paper.
Ci sono pochi dubbi, dunque, su chi potrebbe, almeno sulla carta, contribuire a sostenere gli Stati Uniti nell’ambito del dossier taiwanese. Joe Biden ha più volte affermato che gli Usa difenderanno Taiwan in caso di attacco cinese. Se così fosse, Tokyo, Seoul e Manila dovranno prendere una decisione critica: scenderanno in campo al fianco di Washington?
I tre Paesi citati, che non hanno né la capacità né la volontà di difendere Taiwan da soli, hanno due opzioni. La prima: potrebbero scendere in campo accanto agli statunitensi – scegliendo di combattere direttamente la Cina oppure inviando armamenti e aiuti militari seguendo il modello ucraino adottato da vari Paesi europei – ma a costo di enormi sacrifici, in termini di vite umane ed economiche. La seconda: restare neutrali perdendo però l’Alleanza con l’Occidente.
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L’asse Cina-Russia
Sul fronte opposto anche la Russia potrebbe intervenire nella questione taiwanese, va da sé, sostenendo la Cina. Intanto, nelle ultime ore Vladimir Putin ha inviato due navi da guerra russe al largo della costa orientale di Taiwan.
Le due fregate hanno navigato in direzione nord e poi si sono dirette verso sud-est al largo delle acque della città portuale di Suao, che ospita un’importante base navale taiwanese, a circa 110 chilometri a ovest dell’isola di Yonaguni, nella prefettura giapponese di Okinawa. Ma la mossa ha destato altro stupore perché la rotta seguita è stata a circa 26 miglia nautiche (48 km) dalla costa di Dong’ao, nella contea di Yilan: è infatti raro che le navi militari straniere si avvicinino così tanto alla zona contigua di 24 miglia nautiche di Taiwan.
In tutta risposta, Taipei ha fatto sapere che continuerà a rafforzare le relazioni con gli Stati Uniti. Il ministero della Difesa dell’isola ha annunciato che l’isola inizierà a produrre veicoli corazzati Clouded Leopard. Stando alla proposta di bilancio presentata dal ministero della Difesa in parlamento, i militari prevedono di produrre 282 veicoli Clouded Leopard di nuova generazione dal 2024 al 2036. La partita a scacchi continua.