“Saeed Montazer al-Mahdi, portavoce del Comando delle forze dell’ordine iraniano (FARAJA), ha dichiarato venerdì che i rapporti sul campo mostravano una ‘calma generale’ nelle città di tutto il Paese”. Così su PressTv, canale televisivo di Teheran. Dichiarazioni che contrastano con le notizie diffuse sui media occidentali, secondo i quali l’ondata di piena del regime-change iraniano sta ancora montando.
È ovvio che le autorità iraniane cerchino di raccontare una versione dei fatti edulcorata, com’è altrettanto ovvio che i media occidentali seguano lo spartito contrario, com’è sempre avvenuto in tali occasioni nella prospettiva di raggiungere lo scopo per cui il regime-change è avviato.
Che si tratti di una rivoluzione colorata in salsa iraniana è alquanto banale: è iniziata subito dopo la visita di Netanyahu alla Casa Bianca, nella quale per l’ennesima volta ha prospettato a Trump l’urgenza di incenerire il nemico regionale.
Stavolta il piano era diverso da quello predisposto nel giugno scorso, quando l’attacco a sorpresa di Israele avrebbe dovuto decapitare la leadership militare e politica di Teheran per innescare una rivoluzione che avrebbe dovuto intronizzare l’autoproclamato principe ereditario del defunto scià, Reza Pahlavi.
All’opposto, si è optato per iniziare con un regime-change che, anche se non riuscirà a rovesciare il governo, dovrebbe comunque innescare una reazione durissima da parte delle autorità, offrendo il destro per un intervento americano risolutivo per “salvare” il popolo iraniano, come da minacce reiterate di Trump (in questo obbediente alle sollecitazioni dell’alleato mediorientale).
L’Iran sarebbe poi affidato all’auroproclamato scià, che avrebbe dovuto finire il lavoro: inutile dire che il Paese sprofonderebbe nel caos e probabilmente si frammenterà, mentre il nuovo regnante sarebbe impegnato anzitutto a eliminare le Guardie della rivoluzione e gli altri residui del passato in una repressione sanguinaria. Tutto ciò dopo che Israele avrà eliminato, com’è avvenuto in Siria dopo la vittoria del regime-change, tutti gli armamenti pesanti del Paese.
Ma, come annota il Middle east eye, il rifiuto di Trump di incontrare l’autoproclamato scià segnala la riluttanza del presidente americano a farsi trascinare in questa avventura. Non solo, proprio nel momento in cui Netanyahu sperava che l’imperatore concentrasse tutte le bocche da fuoco degli States per coronare finalmente il suo sogno, questi straparla di Groenlandia, spostando altrove il focus della politica estera imperiale.
Non è solo la riluttanza di Trump a complicare il piano degli strateghi israeliani, anche gli sviluppi sul campo. Come accennato, questo prevedeva che le rivolte di piazza scatenassero una durissima repressione da parte di Teheran, peraltro sollecitata sia dalle violenze che hanno accompagnato le proteste che dal comunicato del Mossad in cui palesava la sua mano dietro i manifestanti.
Invece, le autorità di Teheran finora hanno evitato di cadere nella trappola, aprendo un dialogo con i manifestanti e i settori colpiti dalla crisi ed evitando di scatenare in tutta la sua forza la sicurezza. Se i media mainestram parlano di decine di vittime, omettono spesso di esplicitare che tra queste ci sono anche civili uccisi dai facinorosi, tra cui un bambino, agenti di polizia e Guardiani della rivoluzione, come dimostrano i video che girano sul web che testimoniano di violenze da ambo le parti.
Mentre dialogavano con quei settori della popolazione giustamente preoccupati per le proprie sorti e varavano misure per tentare di far fronte alle nuove ristrettezze economiche causate dal collasso del rial, le autorità davano mandato all’intelligence e alla sicurezza di dare la caccia alle cellule di facinorosi eterodirette.
Una caccia segreta e mirata che aveva avuto luogo già durante e dopo la guerra di giugno contro Israele e che aveva portato nelle patrie galere più di un migliaio di agenti stranieri et similia.
Poi, negli ultimi due giorni la rete si è stretta. Dopo il discorso alla nazione dell’ajatollah Khamenei, che era evidentemente il segnale di un’inversione di tendenza, le piazze si sono riempite di sostenitori delle legittime autorità, le comunicazioni del Paese sono state interrotte e, per la prima volta, le milizie Basij sono state sguinzagliate in maniera massiva a presidio della stabilità della nazione.
Così oggi la situazione appare più calma. E forse il regime-change iraniano è fallito per l’ennesima volta, anche se è ancora davvero troppo presto per tirare le conclusioni, ché certo quanti hanno avviato questa manovra destabilizzante non demorderanno tanto facilmente.
Quel che è certo è che, al di là del suo esito – sul quale molto peseranno le decisioni di Trump, la cui imprevedibilità, spesso incendiaria, è proverbiale – quanto sta avvenendo in Iran non è un nuovo capitolo di storia iraniana, come vorrebbe far credere la super-esposizione dell’autoproclamato scià, quanto l’ennesimo capitolo dell’espansiosmo israeliano in Medio oriente, volto a realizzare la Grande Israele sulle ceneri dei Paesi della regione.
Un espansionismo avviato col genocidio di Gaza, particolare che la narrazione su quanto si sta consumando in Iran omette con improvvida negligenza.
A margine, un piccolo particolare che dà la misura di quanto alcuni influenti circoli internazionali sostengano nuova avventura mediorientale: su sollecitazione di un “utente”, Nikita Bier, Ceo del social media X, ha deciso che da oggi la bandiera iraniana non è più quella corrente, ma quella in vigore prima della rivoluzione islamica, quando a governare il Paese era lo scià. Un cambiamento che sarà imposto anche agli account delle autorità iraniane…