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Il raid dell’FBI nella residenza a Mar-a-Lago alla ricerca di documenti riservati segna, come abbiamo rilevato su InsideOver, un salto di qualità per certi versi clamoroso della giustizia americana contro l’ex presidente Donald Trump. Secondo il New York Times, la ricerca si è concentrata sui documenti che Trump avrebbe portato dalla Casa Bianca a Mar-a-Lago dopo aver lasciato l’incarico, materiale che includeva documenti riservati e altri documenti soggetti al Presidential Records Act. Il dipartimento di Giustizia, infatti, ha due indagini attive legate all’ex presidente: una sul tentativo di “rovesciare” le elezioni presidenziali del 2020, e l’altra sul trattamento di documenti riservati che The Donald potrebbe aver portato illegalmente nella sua abitazione di Palm Beach, alla fine del suo mandato.

Cosa c’è dietro il raid dell’FBI

Al di là di questa indiscrezione, tuttavia, si sa poco del raid dei federali, di come si colleghi alle indagini più ampie su Trump, se le accuse federali saranno imminenti e se, soprattutto, ci saranno effettivamente. Per quanto concerne la prima indagine, inerente l’assalto al Campidoglio, occorre fare un passo indietro e riavvolgere il nastro allo scorso 22 luglio, data dell’ultima udienza pubblica della Commissione che indaga sui fatti del 6 gennaio 2021. Udienza nella quale l’ex presidente è stato accusato di “Dereliction of duty”, cioè inadempienza ai doveri del presidente, omissione di atti d’ufficio e di sostanziale complicità con gli assaltatori del Congresso: gravi accuse formulate contro Trump al fine di spingere il dipartimento di Giustizia a incriminarlo, oltre a minare la sua immagine pubblica in vista di una sempre più probabile candidatura alle elezioni del 2024.

Secondo le prove presentate dal comitato della Camera che indaga sull’assalto a Capitol Hill, la Casa Bianca sarebbe rimasta “paralizzata” per tre ore il 6 gennaio 2021 quando l’ex presidente Trump ha respinto le frenetiche suppliche dei suoi collaboratori al fine di intervenire per sedare le violenze al Campidoglio degli Stati Uniti. Secondo l’accusa, l’inerzia di Trump in quell’arco di 187 minuti – anche di fronte alle chiamate disperate del suo staff e dei parenti stretti – avrebbe permesso alla rivolta di intensificarsi, minacciando la vita dei deputati e del suo stesso vicepresidente, Mike Pence, che era al Capitol quel giorno per certificare la vittoria elettorale di Joe Biden. Sempre secondo l’accusa, quell’inattività non era casuale, ma faceva parte del piano di Trump di fomentare la furia dei suoi sostenitori – convinto dallo stesso ex presidente che le elezioni fossero state “rubate” – nel tentativo di rimanere al potere nonostante la sua sconfitta elettorale. L’udienza ha analizzato quei 187 minuti di tensione, dal momento in cui Trump ha terminato il suo discorso alla Casa Bianca, fino a quando non ha pubblicato un video in cui esortava i rivoltosi a tornare a casa.

Le accuse del comitato contro Trump

Durante le udienze pubbliche sui fatti del 6 gennaio, Liz Cheney – acerrima rivale repubblicana di Trump – ha spiegato che l’allora vicepresidente Mike Pence ha agito da “presidente ombra mentre i rivoltosi assaltavano il Campidoglio”. Fu Pence, infatti, a chiamare la Guardia nazionale, e non Trump. Il comitato ha analizzato quelle ore drammatiche, rendendo nota la testimonianza di alcuni ex funzionari della Casa Bianca che hanno spiegato come l’ex presidente non volesse, a loro dire, che l’attacco al Campidoglio degli Stati Uniti si fermasse, e come The Donald si oppose con rabbia ai suoi stessi consiglieri che lo stavano esortando a richiamare all’ordine i rivoltosi. Nell’udienza del 28 giugno, l’assoluta protagonista è stata Cassidy Hutchinson. L’ex collaboratrice della Casa Bianca ai tempi dell’amministrazione Trump ha ampiamente collaborato con le indagini, secondo quanto riportato dalla Cnn, e ha rivelato come, a suo dire, l’allora presidente e la sua cerchia ristretta fossero stati avvertiti dalla potenziale violenza che sarebbe potuta emergere dalla protesta e di come lo stesso The Donald volesse unirsi ai suoi sostenitori.

Secondo quanto dichiarato da Hutchinson, Trump reagì “con ira” quando il vice capo dello staff Tony Ornato gli disse che la sicurezza voleva riportarlo alla Casa Bianca. Il magnate si rivolse ad un agente del Secret Service intimandogli di portarlo al Campidoglio. Quando quest’ultimo si rifiutò di farlo, cercò di agguantare il volante della limousine presidenziale. “Sono il fottuto presidente. Portami in Campidoglio adesso” avrebbe detto l’allora presidente, che successivamente “si è avvicinato alla parte anteriore del veicolo per afferrare il volante”. Questa ricostruzione, tuttavia, è apparsa subito piuttosto debole, poiché smentita dai due agenti dei servizi segreti che scortavano l’ex presidente.

Cosa non torna nell’escalation giudiziaria

Secondo molti commentatori conservatori, il blitz dell’FBI contro Trump è in netto contrasto con il modo in cui l’Ufficio e il dipartimento di Giustizia hanno agito sette anni fa, quando emerse una situazione simile circa le e-mail del Segretario di Stato Hillary Clinton. Come nota il giornalista John Solomon, allora, nell’estate del 2015, non c’è stato nessun raid nella casa della signora Clinton a Chappaqua, New York, dove il server è stato utilizzato. L’avvocato dell’ex segretario di stato, David Kendall, fu infatti autorizzato a tenere una chiavetta USB dell’archivio della sua casella di posta – ricca di materiale riservato – all’interno del suo ufficio.

Il conduttore radiofonico e televisivo conservatore Mark Levin, ex capo del personale del procuratore generale di Reagan Ed Meese, ha definito il raid contro Trump in Florida “un atto senza precedenti di illegalità sponsorizzato dallo Stato”. “Milioni di persone hanno giustamente perso la fiducia nel dipartimento di Giustizia, nell’FBI, nei media e nel Congresso, e questo è al di là di qualsiasi cosa io possa mai ricordare”, ha detto in un tweet, aggiungendo che il raid ha lasciato la percezione che Joe Biden o la sua amministrazione stessero cercando di danneggiare il uomo che potrebbe correre contro di lui di nuovo nel 2024. Il professore di diritto della George Washington University Jonathan Turley, ha spiegato che il raid solleva seri interrogativi. “La domanda è perché una citazione non sia stata sufficiente, in particolare quando il soggetto non è presente sul posto”, ha twittato Turley. Secondo il celebre docente di Harvard, Alan Dershowitz, in assenza di prove convincenti che Trump stesse pianificando di distruggere le prove, il dipartimento di Giustizia di Biden e l’FBI hanno rischiato di commettere un abuso di potere con questo raid.

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