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La riaccensione della guerra nel Nagorno Karabakh tra Armenia e Azerbaigian ha riportato la luce dei riflettori sul delicato e fragile equilibrio sul quale si regge il matrimonio di convenienza tra Russia e Turchia. Contrariamente alle aspettative dei politologi occidentali, e forse di una parte dello stesso panorama russo, l’affare degli S400 non ha condotto ad alcun riposizionamento geopolitico di Ankara in favore del Cremlino e il deterioramento complessivo dei rapporti con l’Occidente sono da imputarsi ad altre ragioni, più profonde e trascendenti, come la rinascita neo-imperiale, l’impianto ideologico del Partito della Giustizia e dello Sviluppo e i sentimenti della nazione profonda.

In breve: per quanto la linea di pensiero generale promuova l’idea che i rapporti tra Turchia e Occidente abbiano registrato un peggioramento con ricadute positive per la Russia – questo è vero soltanto in parte – la verità è che le ostilità fra quest’ultima e la Turchia non sono mai state così elevate ed estese. Le vicende che stanno scuotendo il Nagorno Karabakh sono l’ultima di tante prove a sostegno di un’ipotesi che, adesso, inizia ad attecchire anche nelle stanze dei bottoni del Cremlino.

Erdogan è nel “campo minato russo”

Il 2 ottobre il Russian International Affairs Council (RIAC), il centro studi ufficioso del Cremlino per l’elaborazione di analisi di scenario, strategie e indirizzi di politica estera, ha pubblicato un lungo approfondimento dedicato alla guerra azero-armena e al ruolo che sta giocando la Turchia all’interno di essa. L’analisi porta la firma di Andrey Kortunov, direttore del Riac e uno dei massimi politologi in circolazione in Russia, e ha un titolo eloquente: “Recep Erdogan in un campo minato russo” (Recep Erdogan in a Russian Minefield).

Kortunov parte da una premessa: Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin hanno una visione comune per le loro nazioni che, sulla carta, avrebbe il potenziale per dare vita ad un partenariato strategico, essendo che “entrambi predicano valori tradizionali, poggiano sul cosiddetto popolo profondo e auspicano un risveglio religioso”, ambiscono ad una revisione dell’ordine liberale occidentale e hanno sviluppato un forte senso di disillusione “dall’esperienza di cooperazione con l’Europa”.

Nella pratica, però, è accaduto che quell’obiettiva convergenza di interessi e visioni non ha avuto riflessi di spessore nel miglioramento dei rapporti bilaterali, come dimostrato dalla serie di dossier internazionali in cui le due potenze siedono dalla parte opposta del tavolo. Secondo Kortunov questo è dovuto ad un fatto molto importante, ossia alla scarsa fiducia verso le potenze straniere che, tradizionalmente, ha accomunato le diplomazie e gli statisti di Mosca e Ankara – una ricorrenza storica che non ha risparmiato neanche Putin e Erdogan, i quali “non si fidano l’uno dell’altro”.

Il punto più basso e drammatico nella storia recente dei due Paesi è stato l’abbattimento del Su-24 russo lungo il confine turco-siriano, avvenuto nell’ormai lontano 24 novembre 2015, e le relazioni, da allora, sono migliorate soltanto in apparenza. Come spiega Kortunov, nel dietro le quinte del palcoscenico internazionale le due potenze stanno guerreggiando allo stesso modo di cinque anni fa e lo dimostrano una serie di eventi: la crisi di Idlib dello scorso febbraio, il partenariato turco-ucraino, il doppiogiochismo in Siria, l’intervento nel Nagorno Karabakh e la promozione del separatismo all’interno della Russia.

I teatri più problematici

L’Ucraina è uno dei dossier più spinosi per la Russia: Euromaidan, il sogno recondito di Zbigniew Brzezinski e, prima ancora, di Sir Halford Mackinder, ha sancito la fuoriuscita del Paese dalla sfera d’influenza russa e l’inizio di un percorso che potrebbe terminare nell’adesione all’Unione Europea e all’Alleanza Atlantica. La Turchia ha approfittato del cambio di paradigma, tanto geopolitico quanto culturale, per stringere un partenariato strategico con l’Ucraina e promuoverne l’ingresso all’interno della propria orbita.

A sei anni di distanza da Euromaidan, Ankara e Kiev collaborano in ogni settore di grande rilevanza, in particolare nell’industria della difesa, e alcuni indizi suggeriscono che si possa giungere al superamento della linea rossa: la vendita di armamenti avanzati all’esercito ucraino, come i droni, impiegabili per cambiare lo status quo nel Donbass, il lobbismo turco per accelerare l’adesione di Kiev alla Nato e le manovre di Erdogan tra i tatari. Queste ultime, che implicano anche il supporto ad organizzazioni terroristiche come Hizb-ut Tahrir, sono suscettibili di gettare la Crimea in un clima di forte instabilità.

La seconda accusa di Kortunov è il doppiogiochismo di Erdogan in Siria: le clausole degli accordi di Sochi non sono state rispettate e nelle zone cuscinetto sotto controllo turco continuano ad essere trafficate armi pesanti e ad essere presenti gruppi terroristici che, per quanto funzionali alla repressione dei combattenti curdi, potrebbero essere facilmente strumentalizzati per “lanciare operazioni contro le forze di Bashar Assad e le infrastrutture militari russe in Siria”.

Il Cremlino, in un’ottica di deterrenza e prevenzione, ha tutto l’interesse di parteggiare per i curdi e di supportare, e “persino incoraggiare”, una loro alleanza con Assad. Quest’ultimo punto “potrebbe risultare in uno scontro diretto tra Damasco e Ankara nella Siria settentrionale”, con ovvie conseguenze sulla qualità delle relazioni russo-turche. Ad ogni modo, l’esplosione di una nuova crisi in stile Idlib viene ritenuta una semplice “questione di tempo”.

Un paragrafo è dedicato all’agenda della Turchia nell’Egeo e nel Mediterraneo orientale, argomento sul quale la Russia ha mantenuto una posizione defilata sino ad oggi, pur ricevendo una telefonata da Atene e accogliendo le richieste di supporto provenienti da Nicosia. L’opinione di Kortunov è che, per quanto le relazioni russo-greche siano “problematiche al momento”, se si giungerà ad un confronto “è estremamente improbabile che Mosca starà dalla parte di Ankara”. Il motivo, come spiega il politologo, non è legato semplicemente alla necessità di ricucire l’antico legame con Grecia in sé quanto al fatto che la Turchia “è virtualmente contrapposta a tutti i partner e amici della Russia nel Mediterraneo orientale”.

Vi sono infine le questioni del Caucaso meridionale e dello spettro del panturchismo quale motivo conduttore di una nuova stagione di separatismo nelle terre più remote della federazione russa.

Nel primo caso il riferimento è al fatto che la Turchia sta complicando in maniera significativa gli sforzi e l’agenda della Russia nel teatro del Nagorno Karabakh. Il Cremlino, infatti, sta tentando di mantenere una posizione di equidistanza tra Armenia e Azerbaigian, trattandosi di due partner di importanza comparabile, con il duplice obiettivo di negoziare la pace e di non vedere lesa la propria posizione nella regione a conflitto rientrato. 

La Turchia, invece, è entrata nella guerra azero-armena con una strategia che lavora in senso contrario all’agenda di Mosca e alle stesse prospettive di raggiungere una tregua in tempi brevi. Come sottolinea Kortunov, “una cosa è offrire supporto diplomatico e politico ad un alleato in un conflitto congelato, una cosa completamente diversa è il rifornimento di assistenza militare su larga scala all’apice di ostilità armate”.

L’argomento sulla nuova primavera separatista che rischia di travolgere la Russia è stato trattato in maniera approfondita sulle nostre colonne e il fatto che abbia cessato di essere un tabù, smettendo di essere analizzato soltanto al di fuori del Paese, è il segno che qualcosa sta cambiando e che, effettivamente, un rischio esiste. Come nota Kortunov, “la promozione del panturchismo da parte di Ankara [con il tempo] sarà sempre più interconnessa alla promozione dell’islam politico [e] questo porrà una sfida diretta alla sicurezza nazionale della Russia e persino alla sua unità territoriale”.

Non vi è regione della federazione russa abitata da popolazioni turciche e/o musulmane che non sia stata raggiunta dai tentacoli della Turchia, dal Tatarstan alla Baschiria, passando per Jacuzia e Tuva, recentemente entrate a far parte dell’Assemblea Mondiale dei Turchi (World Turks Qurultai), Erdogan sta utilizzando ogni mezzo a disposizione per “penetrare nelle regioni turcofone e a maggioranza musulmana del Caucaso settentrionale e della regione del Volga”: centri culturali, moschee, scuole private, organizzazioni non governative, movimenti sociali e partiti politici.

La coesistenza è possibile?

Quanto sta accadendo nei teatri analizzati da Kortunov sta avendo luogo anche altrove, come ad esempio nei Balcani, in Moldavia, in Libia e in Asia centrale, ed è il motivo per cui “sfortunatamente, le relazioni fra Turchia e Russia potrebbero cambiare facilmente rotta in ogni momento”. Come nota Kortunov, a parte le rivalità egemoniche connaturate alla storia dei due Paesi, altri due fattori giocano a detrimento di una normalizzazione duratura: la presenza “di influenti forze antirusse all’interno della dirigenza turca” e la presenza in Russia di “gruppi che non vogliono assistere ad un riavvicinamento con Ankara e che, perciò, tentano di capitalizzare i tradizionali sentimenti e pregiudizi antiturchi”.

La coesistenza sarebbe possibile per via dei disegni che, come scritto, guidano le visioni di Putin ed Erdogan, ma “la logica e le dinamiche della politica estera attuale della Turchia continuano a posizionare Erdogan nel mezzo di un campo minato, dove ogni passo potrebbe rivelarsi fatale per le sue relazioni con Putin”. Quelle mine pronte ad esplodere nel momento del passo falso, secondo Kortunov, sono estremamente pericolose perché “variano molto in termini di modello, carica e modo in cui sono mimetizzate” e “ognuna di loro potrebbe condurre ad un’escalation non intenzionale che danneggerebbe permanentemente le relazioni tra Ankara e Mosca”.

Tenendo in considerazione che la parola d’ordine nel dopo-abbattimento del Sukhoi-24 era stata “normalizzazione”, l’analisi molto dura, ma realista, di Kortunov può essere interpretata come un momento spartiacque, una lettera aperta indirizzata ad Erdogan per scongiurare il rischio di uno strappo irreparabile. I presupposti per una coesistenza continuano a sussistere ma, se non verranno adeguatamente colti e fatti fruttare, quell’immenso spazio di opportunità che è l’Eurasia potrebbe trasformarsi in un campo minato dove il rischio esplosione è dietro l’angolo.

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