Quando il presidente Joe Biden e la sua squadra si sono insediati alla Casa Bianca, nel 2021, si sono impegnati a configurare l’America come un benefico poliziotto globale: un ritorno a quell’approccio missionario della “città sulla collina” che rappresenta alla perfezione il mito americano, centrato sull’eccezionalità degli Stati Uniti rispetto al resto del mondo. Una restaurazione del multilateralismo e del ruolo della superpotenza dopo l’amministrazione Trump. Nel febbraio 2021, infatti, Biden ha parlato con forza del fatto che il mondo si trovava in un fase cruciale nello scontro “tra democrazie e autocrazie”, affermando che quella di promuovere i principi della democrazia a livello globale era la sua “missione galvanizzante”. Naturalmente, si tratta di un impianto retorico-filosofico che va a coprire e giustificare le azioni messe in campo dalla politica estera statunitense, che deve tener conto delle pressioni del complesso militar-industriale, delle lobby e degli interessi economici che muovono tutte le guerre. Ora un libro racconta i retroscena delle principali decisioni prese da Biden e dal suo staff in politica estera, dall’Afghanistan all’Ucraina, tra scelte infelici e figure ingombranti. E soprattutto racconta chi è il vero “architetto” della politica estera di Biden negli ultimi anni.
Internazionalisti al potere: l’ascesa di Sullivan
Il saggio del celebre giornalista di Politico Alexander Ward (The Internationalists: The Fight to Restore American Foreign Policy After Trump, Gli internazionalisti: La lotta per ripristinare la politica estera americana dopo Trump), esplora la politica estera dell’amministrazione Biden dal 2021 ad oggi, dando voce, in particolare, ai membri dello staff del presidente, analizzando luci e ombre. Ward si concentra sulle principali crisi che hanno segnato gli ultimi anni, dal caotico ritiro degli Usa dall’Afghanistan, alla guerra in Ucraina passando per il conflitto a Gaza. Secondo quanto raccontato dal giornalista, finalista del Pulitzer, il vero “motore” della politica estera statunitense non è il presidente Biden, né il Segretario di Stato Antony Blinken ma il Consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan, ex consigliere di Hillary Clinton e Barack Obama e già al fianco di Joe Biden durante la sua vicepresidenza. Fu proprio lui a scrivere a Clinton, nel 2012, secondo quanto documentato da Wikileaks, che “al-Qaeda è al nostro fianco in Siria”. È lui il vero artefice, secondo quanto ricostruito da Ward, della politica estera americana in questi anni di “disordine internazionale”.
Il disastro afgano
Anche se lo si tende a dimenticare, l’amministrazione Biden aveva iniziato malissimo il suo mandato, abbandonando in maniera caotica l’Afghanistan dopo 20 anni di occupazione militare. Perché al netto della scelta di abbandonare o meno il Paese, ciò che ha destato impressione è il modo in cui gli Usa hanno lasciato campo libero al ritorno dei Talebani e il caos provocato dal loro ritiro. Eppure, come ricorda Ward, Joe Biden aveva promesso che sarebbe stato un addio “responsabile, deliberato e sicuro”. Come sottolinea il giornalista, tuttavia, “l’ultima cosa che qualcuno voleva vedere, era un’uscita affrettata degli Stati Uniti che riecheggiasse le scene di Saigon in Vietnam trent’anni prima” quando un ufficiale della Cia raccolse in fretta e furia le persone su un elicottero sul tetto dell’ambasciata americana. Eppure l’allora capo di stato maggiore Mark A. Milley avvertì il presidente Usa che “il ritiro delle forze americane renderebbe facile per i talebani riprendere il Paese” e che se ciò dovesse effettivamente accadere, i “diritti delle donne” afgane “tornerebbero all’età della pietra”. Non esattamente la maniera migliorie per sostenere la presunta lotta delle democrazie contro le autocrazie annunciata dal presidente Usa come pietra angolare del suo mandato presidenziale.
Le bare dei tredici americani e Biden contestato
L’instabilità politica provocato dal repentino addio degli Usa dall’Afghanistan peraltro mise in pericolo non solo i diversi collaboratori dell’occidente, ma anche le stesse truppe americane: fino a quando, nel agosto 2021, un attentatore suicida dell’Isis provocò la morte di 13 soldati americani nei pressi dell’aeroporto di Kabul. Una notizia devastante per un’opinione pubblica che dopo il Vietnam e l’Iraq non tollera più le immagini delle bare dei soldati americani morti a migliaia di chilometri di distanza da casa, per combattere quelle “guerra senza fine” che anche il presidente dem aveva promesso di interrompere. Nonostante fosse evidente a tutti che qualcosa non avesse funzionato nella gestione dell’operazione, nessuno dell’amministrazione Biden – tantomeno Jake Sullivan – si assunse la minima responsabilità di ciò che accadde in terra afgana.
Eppure, quando le bare contenenti i resti dei tredici statunitensi giunsero alla base di Dover, Biden venne contestato dai parenti delle vittime: ”Non puoi fare una cazzata come quella che ha fatto lui e dire che ti dispiace. Non doveva succedere” disse un familiare di uno dei soldati morti in missione, mentre un altro ancora, visibilmente scosso, augurò al presidente di “bruciare all’inferno”. Benché gran parte dell’opinione pubblica abbia dimenticato tutto questo – complice l’invasione russa dell’Ucraina che ha focalizzato l’attenzione altrove – rimane una macchia indelebile non solo di Biden ma di tutta la sua amministrazione, Sullivan in testa. E a giudicare dai sondaggi – pessimi per Biden – e benché pesino altri fattori, come l’economia e la guerra a Gaza, pare che nemmeno gli americani abbiano – del tutto – dimenticato ciò che è accaduto appena tre anni fa a Kabul.