Nell’epoca in cui le guerre sono tutto meno che clausewitziane, perché ibride, senza limiti, cibernetiche, postmoderne e posteroiche, nessuno è realmente al sicuro, neanche le grandi potenze, perché tutto è o può essere un’arma. Soldati senza uniforme né bandiera possono trasformare una piazza in una trincea ed una protesta in una rivoluzione colorata. Combattenti senza volto, seduti comodamente in ufficio e davanti ad uno schermo, possono lanciare attacchi economicidi in direzione di banche, istituzioni finanziarie e infrastrutture critiche, facendo con un clic quello che, in altri tempi, avrebbe potuto un bombardamento aereo. Stregoni della guerra psicologica possono fare leva su centri culturali, organizzazioni nongovernative, stampa tradizionale e nuovi media per indottrinare ampie parti di una popolazione, alimentando tensioni intrasociali, polarizzazione e odio. E persino il turismo di massa, una delle espressioni più mirabili della globalizzazione, può essere impiegato a scopi destabilizzanti, determinando la rigogliosità o la rovina di intere economie.

Nell’epoca in cui tutto è un’arma, e dove l’insidia può celarsi sempre e dovunque, da una macchina a guida autonoma ad una piazza in subbuglio, gli artisti della guerra più ingegnosi hanno trovato nelle migrazioni di massa un incredibile strumento di pressione. La crisi di Ceuta sta riportando la mente del pubblico agli anni bui del Mediterraneo e dei Balcani, ma la verità è che la storia recente è piena di esempi di utilizzo strumentale delle ondate migratorie. La vera domanda è: come si combattono i registi delle migrazioni pilotate?

Sessant’anni di “armi di migrazione di massa”

Che i moti migratori possano essere un’arma lo ha spiegato egregiamente la politologa harvardiana Kelly Greenhill in Armi di migrazione di massa, quivi ricostruendo e ripercorrendo con minuziosità la storia delle ondate migratorie pilotate dalla seconda parte del Novecento ai primi anni del Duemila. Ceuta 2021 come Mediterraneo 2013-14 e Balcani 2015, ma anche come Cuba 1980 (esodo di Mariel): migrazioni pilotate, coercitive e artificiali, architettate e portate avanti con l’obiettivo precipuo di piegare lo Stato che le subisce. 

Non episodi sporadici e sconsiderati, frutto marcio della genialità maligna di isolati dittatori, ma episodi più frequenti ed efficaci di quanto il pubblico possa immaginare: 56 le migrazioni coercitive ed artificiali censite dalla Greenhill fra il 1951 e il 2006, e 41 quelle che hanno avuto successo – dove per successo si intende il raggiungimento dello scopo, anche solo parziale, da parte del regista. E perché le “migrazioni armate” presentino un simile indice di riuscita è dato dal fatto che, nella stragrande maggioranza dei casi, vengono operate da realtà autoritarie o dittatoriali a detrimento di democrazie liberali, le quali, anche per ragioni di diritto internazionale, non possono chiudere i loro confini a profughi e rifugiati, siano essi veri o presunti.

Ma a che cosa servono le migrazioni armate? Gli scopi, ritiene la Greenhill (e noi concordiamo con lei), sono essenzialmente due: sopraffare le capacità fisiche del Paese verso le quali sono dirette – ovvero creare un deleterio corto circuito nel suo sistema d’accoglienza – e generare crisi politiche e sociali per via dell’inevitabile scontro politico che sorgerà tra favorevoli e contrari alla linea dei confini aperti. In entrambi i casi, il risultato è (quasi) sempre uno: l’indebolimento delle forze al governo, le quali si troveranno dinanzi ad un bivio antipatico tra delegittimazione agli occhi della propria popolazione (accontentare una parte equivale a scontentare l’altra) e screditamento internazionale (cedere significa perdere prestigio agli occhi degli alleati e dei partner, nonché trattare da una posizione di debolezza con il rivale in questione).

I rischi delle migrazioni armate

La regola numero uno nella gestione di una crisi migratoria pilotata è la seguente: mai cedere al ricatto. Acconsentire alle richieste dello Stato generatore – questo è il termine utilizzato dalla Greenhill con riferimento agli architetti delle migrazioni coercitive – equivale a gettare le fondamenta per una perdita di potere negoziale e di prestigio sia nell’immediato termine sia nel futuro inoltrato. Il generatore, invero, una volta saggiata l’efficacia dello strumento di pressione, potrebbe decidere di aprire i rubinetti a cadenza periodica – Erdoğan docet – nella consapevolezza di avere il coltello dalla parte del manico e di poter estorcere diritti, concessioni e regali.

Non è da trascurare, poi, che i generatori più maligni possano infiltrare tra i presunti rifugiati degli agenti provocatori, quando non veri e propri terroristi, “attivabili” all’occorrenza per seminare anarchia produttiva (crimini, disordini, attentati) all’interno dello Stato ostaggio o dei suoi vicini – che lo incolperebbero automaticamente del danno subito.

Comunque la si metta e da dovunque la si veda, cedere al ricatto equivale a mettere la firma su un armistizio miope ed antieconomico, che presto o tardi verrà violato dal generatore nella speranza-aspettativa – anzi, nella ferma convinzione – di poter strappare un nuovo accordo, possibilmente migliore.

Come rispondere ad una migrazione armata

Non cedere, dunque, ma contrattaccare asimmetricamente: questo è il segreto. Le opzioni sono due: sigillare i confini militarmente e mantenerli in tale stato, seguendo il modello statunitense, oppure mantenerli aperti per ragioni umanitarie – specie se in gioco vi sono le vite di migliaia di persone, costrette dal generatore a traversare acque agitate –, ma accingendosi a potenziare il proprio sistema d’accoglienza, evitandone il collasso, e a strutturare una controffensiva che sia in grado di coartare il gestore dei flussi a chiudere il rubinetto a tempo indefinito, perché spaventato dalla reazione inattesa del bersaglio, e che possa prevenire nuove crisi, magari siglando accordi cautelativi ad hoc con quei Paesi sfruttati dal generatore per muovere le carovane.

Una controffensiva, per essere efficace, va implementata rapidamente e deve possedere il potenziale di fratturare i talloni d’Achille del generatore – perché tutti, anche le grandi potenze, ne hanno almeno uno. Ai tempi della crisi balcanica, ad esempio, l’Unione europea, in luogo di cedere ad un ricatto costato sei miliardi di euro, avrebbe dovuto fare leva sulla militarizzazione di commercio ed investimenti, ergo lanciare una subitanea ed energetica guerra economica alla Turchia, forte del fatto di esserne il primo partner commerciale ed il primo investitore straniero.

Venendo alla crisi di Ceuta, il governo di Madrid potrebbe risolverla ricorrendo allo strumento economico – essendo il primo partner commerciale di Rabat – e chiedendo agli alleati europei di fare blocco comune – i 27 rappresentano il 65,8% dell’import-export complessivo marocchino. Le implicazioni sarebbero immediate, i danni durevoli e l’armistizio prolungato; l’Europa intera ne trarrebbe vantaggio. Non è fantapolitica: esistono dei precedenti storici piuttosto recenti di guerra economica (effettivamente attuata o solamente minacciata) concepita in reazione alle migrazioni armate; sia sufficiente pensare ai dazi imposti dall’amministrazione Trump sui beni messicani durante la crisi delle carovane della primavera 2019.

Ma in Europa non accadrà nulla di tutto ciò: la guerra economica è una via percorribile soltanto da potenze storiche, e gli Stati europei vivono in una condizione post storica dalla fine della guerra fredda. Il sopraccennato è il motivo alla base delle concessioni facili allo scoppio di crisi, ed è anche il motivo per cui, con un’incredibile miopia, l’Italia, la Spagna e l’Europa intera hanno delegato a terzi la protezione della loro sicurezza nazionale, benedicendo un’esternalizzazione suicida del controllo delle frontiere.

Dalle migrazioni pilotate ci si può difendere, perché come ogni arma presentano un punto debole, ma occorrono mentalità strategica, volontà di agire e un prudenziale macchiavellismo; tre qualità di cui la classe dirigente dell’Europa post storica sembra priva.

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