Gli Stati Uniti non hanno più intenzione di immischiarsi in faccende geopolitiche che non li riguardano e quindi, utilizzando una metafora, si potrebbe dire che Washington non intenda più ospitare nessuno sotto il suo ombrello protettivo. Da ora in avanti, chi vuole la protezione militare della Casa Bianca deve pagare un giusto corrispettivo di denaro, o per lo meno deve essere pronto a offrire qualcosa in cambio. Se negli scorsi decenni il governo americano ha speso ingenti risorse per estendere la propria influenza in mezzo mondo, con l’avvento di Donald Trump la musica è cambiata. D’altronde lo slogan utilizzato dall’attuale presidente in campagna elettorale era “Make America Great Again”, tradotto: pensiamo a rifare grande l’America prima di interessarci al resto del pianeta. Ed è così che in un batter d’occhio la superpotenza numero uno si è chiusa in sé stessa, lasciando campo aperto ai suoi rivali: Cina e Russia.
Il disinteresse di Washington
In questi giorni c’è chi ha puntato il dito contro la decisione di Trump di “abbandonare i curdi” al loro destino. In effetti lo spostamento delle truppe americane dai territori nordorientali della Siria ha permesso alla Turchia di lanciare la propria offensiva militare contro i combattenti dell’Ypg, gli stessi che in tempi non sospetti aiutarono le forze occidentali a sconfiggere i terroristi dell’Isis. Stretto in un angolo, Trump ha spiegato serenamente la motivazione che lo ha spinto ad agire così: gli sviluppi in Siria non avevano più nulla a che fare con gli interessi degli Stati Uniti. I terroristi erano a “7mila miglia di distanza” e nessun americano era in pericolo. Perché, quindi, gli Stati Uniti avrebbero dovuto schierarsi a sostegno dei curdi? Solo per entrare in una nuova guerra? Non se ne parla proprio. Ecco perché Trump ha girato i tacchi e si è allontanato dal campo di battaglia.
I tradimenti di Trump
Secondo il Washington Post, i prossimi a essere traditi da Trump potrebbero essere i taiwanesi. Sappiamo come l’indipendenza e l’autonomia di Taiwan dalla Cina siano garantite indirettamente da Washington, pronta a difendere la libertà della colonia cinese ribelle con le unghie e con i denti. Questa era una verità inconfutabile fino a qualche anno fa. Adesso, visto il comportamento di Washington in Siria, non sorprenderebbe assistere a una ritirata strategica degli americani anche da Taiwan nel caso di un’offensiva di Pechino. Xi Jinping ormai lo ha spiegato in tutti i modi: l’obiettivo del Dragone è riprendersi Taiwan e completare ‘’unificazione della Grande Cina, e prima o poi il presidentissimo cinese azzarderà una mossa. Riprendendo il ragionamento di Trump, perché gli Stati Uniti dovrebbero interessarsi a una contesa geopolitica collocata geograficamente a 7800 chilometri da Washington (circa 800 chilometri più distante dei territori siriani), là dove il numero di taiwanesi è la metà di quello dei curdi in Siria? Anche qui, nessun americano rischia niente, quindi è lecito non intervenire.
La Realpolitik di Trump
Pensiamo a Hong Kong. Trump ha sempre nicchiato su una vicenda che ha invece coinvolto numerosi Paesi europei. Prendiamo il Giappone, ma anche la Corea del Sud: c’è una minaccia nordcoreana nei paraggi? Che Tokyo e Seul se la vedano da soli, oppure ci paghino se vogliono ancora la nostra protezione. Non a caso il presidente statunitense ha più volte fatto capire di voler richiamare i militari dispiegati in Estremo Oriente, visto il deludente rapporto tra spese e utilità. Discorso analogo, scrive Foreign Politics, può essere fatto per le Repubbliche baltiche in Europa. Il disimpegno di Washington non deve essere visto come un tradimento, bensì come una nuova linea politica. Questa Realpolitik americana mette in secondo piano concetti astratti come difesa della democrazia, valori democratici e via dicendo. Al loro posto conta soltanto garantire la sicurezza degli americani e la grandezza degli Stati Uniti.