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La parata degli Immortali cammina per le vie del centro di Mosca portando di nuovo in trionfo i ritratti di coloro che hanno combattuto nella “Grande Guerra patriottica”. È una sfilata successiva a quella delle forze armate. Il presente lascia lo spazio al passato, ma è una storia che non si interrompe. Immortale, appunto. Come immortali sono coloro che per la Russia hanno combattuto in prima linea in una guerra che nella propaganda attuale torna a essere un fattore esistenziale. Vladimir Putin ha iniziato la sua guerra all’Ucraina parlando di “denazificazione”. Non una scelta di parole casuale, ma il preciso obbiettivo di dare a questa “operazione militare speciale” il connotato di un conflitto ideologico ed eterno. Se i nazisti, nella Seconda guerra mondiale, hanno messo a rischio l’esistenza stessa della Russia, ora Putin ritiene che dei nuovi nazisti, a Kiev, cerchino di mettere nuovamente in pericolo Mosca e il popolo russo. Un popolo che, come ha scritto lo stesso presidente, coinvolge anche gli ucraini.

La propaganda si mescola con una lettura storica che è frutto di una continua rielaborazione e reinterpretazione in base agli eventi e alle fasi della vita della Russia. Qualche erede “immortale” oggi non ha voluto partecipare come segno di protesta per l’utilizzo dei simboli della vittoria sovietica nella celebrazione della guerra all’Ucraina. Ma è sbagliato pensare che l’utilizzo della storia sia solo frutto di una recente ossessione del Cremlino. Né che riguardi solo il mondo sovietico.

La storia russa è un percorso eterno in cui Putin sente, come spesso accaduto ad altri leader, di esserne interprete. Non solo erede di un passato, ma parte integrante di un destino da cui appare irrevocabilmente onorato e condannato. Il fantasma della storia entra spesso prepotentemente nelle stanze del Cremlino ma anche delle regge imperiali, e sembra destinato a non uscirne. Chiunque, specialmente se governa per molti ani, può rimanerne affascinato quanto tramortito. E il presente non è visto come un momento estraneo al passato, ma è una linea temporale sostanzialmente indivisibile.

I simboli, in questo caso, aiutano a creare una continuità temporale che è tipica di un impero che affonda le sue radici nel passato e lo richiama nel presente. La croce di San Giorgio, simbolo dell’impero zarista, si fonde con la falce e martello dell’Unione Sovietica, che dalle ceneri di quell’impero è nata e ha strappato ogni tentativo di rinascita. La Federazione Russa, che ha ripristinato i simboli degli zar, che ne ha rievocato i fasti ricucendo con un legame reciso dai tempi dell’Urss, si sente contemporaneamente legata alla storia imperiale e al più recente passato della storia sovietica. Putin, leader che ha preso il potere nella sua forma presidenziale e repubblicana, interpreta a sua volta il ruolo di ultimo degli zar e in parte anche ultimo testimone di quel potere sovietico dei tempi della Guerra Fredda. È un uomo del Kgb e a sua volta un ammiratore dell’impero. Un fedele esecutore dell’ordine del Partito comunista, ma anche colui che ha deciso di ripristinare un rispetto per l’epoca precedente all’avvento dei bolscevichi che per Mosca appariva come qualcosa di impossibile nei tempi del socialismo.

Una continuità che si rivede anche nella ricostruzione della guerra in Ucraina. C’è la Novorossija, il desiderio di ricreare un sistema politico e amministrativo che nasce dalla zarina Caterina II. Ci sono luoghi che hanno reso grande la storia russa e che la propaganda di Mosca sono inevitabilmente parte del presente russo in quanto parte della storia. Non c’è soluzione di continuità. Non c’è un primo o un dopo. C’è una sorta di destino in cui gli imperi sono unici ma sono stati traiti e spezzati. Come ha raccontato a Repubblica Sergej Chapnin, ex direttore del Giornale del Patriarcato di Mosca, licenziato nel 2015, “nell’ideologia di Putin gli imperi russi sono tre: l’impero dei Romanov, l’impero di Stalin e l’impero di Putin stesso. Nel mezzo ci sono stati dei traditori: Lenin, Gorbaciov ed Eltsin”.

Non è un caso, racconta Chapnin, che vent’anni fa la Chiesa Russa Ortodossa abbia canonizzato Nicola, ultimo degli zar. Ma, possiamo aggiungere, non è nemmeno casuale che Putin, il giorno in cui è iniziato a sua guerra all’Ucraina, abbia raccontato una storia russa in cui l’unica certezza è che l’errore era stato fatto da Lenin: non un attacco al comunismo, ma un attacco preciso alle scelte politiche del leader rivoluzionario. Il tradimento di Lenin è stato quello di aver rovesciato l’impero e di non avere tutelato l’unità del popolo russo. Quello di Gorbaciov è di non aver saputo fermare il crollo e la frammentazione dell’Urss. Quello di Eltsin, che volle al potere Putin, fu quello di non avere dato alla Russia il posto nella storia che merita. Ora, il presidente russo, prova a riunire queste storie in un’unica grande tradizione russa. Il nemico, per Putin, è ben definito ed è altrove: sono quelli che lui chiama “nazisti”, ma sono anche quelli che hanno diviso l’unità della Chiesa ortodossa e hanno separato il “Russkij mir”. La ferita storica e culturale è ricucita: non più comunisti e impero, non più soviet e zar. La rielaborazione dei simboli serve a ripartire da un’unica certezza: il ritorno della storia e di quel senso di assedio che è onnipresente nel Cremlino. Come l’ossessione per essere degni rappresentanti di un passato mitizzato.

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