Da “Rocketman” a “Chariman” il passo è stato breve. Sembra passata un’eternità da quando Donald Trump minacciava di rispondere alle minacce della Corea del Nord con “fuoco e fiamme” e riempiva di epiteti ingiuriosi Kim Jong-un. A distanza di due anni è cambiato tutto: il leader nordcoreano è diventato un “caro amico” del presidente degli Stati Uniti, i due si sono incontrati tre volte e, nell’ultimo faccia a faccia, Kim ha pure concesso al presidente americano di fare qualche passo oltre la zona demilitarizzata del 38esimo parallelo. Un onore che a queste latitudini non era mai stato concesso a nessun “imperialista yankee”.

La relazione tra Kim Jong Un e Donald Trump

Il cambio di passo nelle relazioni interpersonali tra Kim e Trump è la diretta conseguenza della distensione diplomatica dei rispettivi Paesi di appartenenza. Appurato il fatto di non poter usare la forza per piegare Pyongyang, Donald Trump ha sgomberato il campo dalle vecchie strategie dei neocon Usa per giocare la partita con la sua arma migliore: l’arte degli affari. In poche parole, l’inquilino della Casa Bianca ha iniziato a concepire la Corea del Nord non tanto come un problema geopolitico, quanto come un affare commerciale da conseguire con le armi del caso. Pazienza strategica, bastone e carota, scendere a compromessi: questo (e molto altro) ha usato il tycoon con Kim, che alla fine ha sembrato apprezzare l’approccio dell’omologo statunitense. Per poter proseguire con il suo personalissimo metodo, Trump ha perfino allontanato dalla Casa Bianca i rappresentanti del Deep State che minavano questo bizzarro quanto efficace metodo diplomatico.

Il lessico conta

Il primo step è stato quello in cui Trump ha affrontato di petto la questione coreana. Niente frasi di comodo, solo tanta fermezza: per tutto il 2017 il presidente americano ha fatto valere la sua spregiudicatezza definendo Kim un “uomo razzo”, un “cagnolino malato”, il “crudele dittatore della Corea del Nord”. Il messaggio di The Donald era far capire all’interlocutore di non essere affatto spaventato dalle sue minacce. La tattica ha avuto successo, perché nel giugno 2018 i due presidenti si sono incontrati a Singapore in un primo, storico, vertice. Da allora, il lessico di Trump è cambiato: siamo entrati nel secondo step. Il presidente americano ha dichiarato di “aver raggiunto un ottima relazione con il Presidente nordcoreano” e di “essersi – metaforicamente parlando – innamorato di Kim”, nel frattempo definito uomo dotato di “grande personalità”. Adesso che si è creato un legame apparentemente solido, Trump deve giocare al meglio le sue carte per affrontare le questioni politiche coreane da pari a pari e senza pregiudizi. Proprio quello che ha sempre chiesto la Corea del Nord e che nessun presidente americano le aveva mai concesso di fare.

La tattica di Trump

Gli Stati Uniti, non potendo scegliere la via dello scontro frontale, hanno iniziato a considerare la Corea del Nord un attore politico responsabile, un soggetto con cui poter stringere patti e accordi. Kim non poteva più essere considerato un folle dittatore e Trump ha garantito al presidente nordcoreano sempre più legittimità. Non sappiamo se il tycoon consideri realmente Kim un suo grande amico, né se davvero apprezzi il leader di Pyongyang. Tuttavia la realtà dei fatti ha imposto a Trump di capovolgere i paradigmi che gli Usa avevano sempre usato nei confronti della Corea del Nord e lo ha fatto con ottimi risultati, sia diplomatici che mediatici. “Lui parla – ha dichiarato una volta Trump a un giornalista, mostrando una palese ammirazione per Kim – e le persone scattano sull’attenti per ascoltarlo. Anche io vorrei che le persone facessero lo stesso con me”.