Uno degli effetti collaterali di questa crisi globale è quello di darci la sensazione di vivere in una riedizione di La notte dei morti viventi, il film cult di George A. Romero che risale al 1968. Eh già, nell’anno in cui dovevamo chiedere l’impossibile e cambiare il mondo quel regista visionario veniva a dirci che i morti sarebbero tornati a mangiarci vivi. E infatti il titolo originale del film era The Flesh Eaters, i mangiatori di carne (umana s’intende, sennò che gusto c’è?).
Ci sono quelli che non si è mai riusciti a seppellire totalmente, c’è sempre stata una mano che sporgeva dalla tomba. Penso a John Bolton, un perfetto flash eater. Uno che in carriera (e di carriera ne ha fatta, passando anche per le cariche di ambasciatore Usa all’Onu e di consigliere per la Sicurezza nazionale) si è battuto, più o meno nell’ordine: per il regime change in Iran, Siria e Libia; per l’invasione dell’Iraq; contro l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche dell’Aja (OPAC) perché non abbastanza incline ad accettare ordini dagli Usa; contro la Costituzione della Corte penale internazionale; contro la moratoria universale della pena di morte, votata all’Onu; contrario anche all’Onu stessa dove poi andò a fare l’ambasciatore, minacciando di bloccarne il budget se non fossero state approvate certe riforme gradite agli Usa. Bolton, che porta la responsabilità politica (non diciamo morale, parola che a quei livelli è sconosciuta) di centinaia di migliaia di morti, oltre che di scelte americane disastrose, è ancora lì che cerca di spiegarla, come se avesse mai azzeccato qualcosa in vita sua, come se non fosse quello che è.
C’è di buono che a Bolton, a parte qualche circolo neocon dove i membri hanno rigorosamente tre narici, non dà retta nessuno. Ma pensiamo invece a Tony Blair, anzi Sir Anthony Charles Lynton Blair nonché KG (King’s Counsel), dal 1997 al 2007 primo ministro del Regno Unito, e in quella veste responsabile (insieme all’indimenticato George W. Bush, che se non altro se ne sta rintanato e va solo ai funerali) dell’invasione dell’Iraq. Sappiamo bene quale campagna di bugie fosse stata organizzata allora per poter convincere la gente (esperti e giornalisti no, quelli erano già convinti) che l’Iraq pullulava di armi di distruzioni di massa. A disastro compiuto (secondo l’Organizzazione mondiale della sanità i morti civili erano già 150 mila nei primi due anni dell’invasione) e nel vuoto assoluto di armi chimiche o batteriologiche, il nostro Sir disse che era stato ingannato da servizi segreti e consiglieri.
Mollato il premierato, forse in base al principio che del maiale non si butta via niente, Blair diventa inviato speciale per la pace in Medio Oriente (non è uno scherzo, è proprio così) su mandato di Onu, Ue, Usa e Russia. Dal 2007 al 2015 spende qualche milionata per una suite all’Hotel American Colony di Gerusalemme, e si batte così bene per la pace che durante il suo mandato Hamas prende il controllo di Gaza, Israele lancia tre offensiva sulla Striscia (Piombo Fuso nel 2008, Pilastro di difesa nel 2012 e Margine di protezione nel 2014), per mettersi a fare il suo vero mestiere: parole (famoso il caso in cui chiese 460.000 euro per un discorso di 20 minuti all’inaugurazione della conferenza mondiale sulla Fame nel Mondo a Stoccolma, che gli furono per fortuna rifiutati) e affari. Questi attraverso il Tony Blair Institute for Global Change che, come si sa, riceve abbondanti finanziamenti da Governi e da magnati come Larry Ellison, patron di Oracle e di molte altre cose.
Agli americani Blair sta decisamente simpatico. E così il flesh eater che si era fatto notare in Iraq è ricomparso come spicciafaccende del Board of Peace‘invenzione di Donald Trump per trasformare Gaza in una colonia a vocazione turistica, con i palestinesi a svuotare i portacenere e spazzare i pavimenti.
E poiché un morto vivente ne chiama un altro, ecco che riappare a spiegare il mondo nientemeno che José María Alfredo Aznar López, per gli amici José Maria Aznar, primo ministro di Spagna dal 1990 al 2004. Aznar verrà ricordato per molte pessime cose. Una è la foto che lo ritrae alle Azzorre, il 16 marzo del 2003, insieme con George W. Bush, Tony Blair e il premier portoghese José Barroso, nella riunione da cui uscirà l’ultimatum all’Iraq: via le armi di distruzione di massa (inesistenti, già detto) o sarà guerra. La tempra di Aznar, un vero hombre vertical (con la schiena diritta) si vede anche dal giudizio di Foreign Policy, prestigiosa rivista Usa che lo ha qualificato “uno dei cinque ex premier peggiori del mondo”. Tra le perle che gli hanno meritato il titolo, anche la dichiarazione sul fatto che l’elezione di un afroamericano alla presidenza degli Usa avrebbe portato “al disastro economico”. Da notare altresì che 11 dei 14 membri del governo di José María Aznar nel periodo 2002-2003 sono poi stati incarcerati o perseguiti per atti di riciclaggio di denaro e frode fiscale.
Non male, no? Adesso José Maria, puntualmente intervistato dai nostri giornali come se fosse uno cui prestare attenzione, spiega che per l’Iran “il peggior risultato sarebbe fermarsi ora. Non ci porterebbe da nessuna parte. Bisogna finire il lavoro”. Finirlo come in Iraq, si presume. E perché? Perché “bisogna cercare di ricreare un nuovo ordine in Medio Oriente”. Ordine che presumibilmente si crea demolendo l’Iraq, la Libia, la Siria, l’Iran e la vaga idea della Palestina. Come se non fosse dal 1916, cioè dall’Accordo Sykes-Picot tra Francia e Regno Unito, che con la scusa di “mettere ordine” europei e americani fanno disastri in Medio Oriente. Incredibile.
Però la ricomparsa dei morti viventi, di questi flesh eater senza vergogna, non va presa sottogamba. Se si rifanno vivi con questa sicumera è perché sentono di avere le spalle coperte, di poter tornare sulla cresta dell’onda a dispetto dei misfatti e dei disastri compiuti. Sono un termometro dei tempi, che segnala febbre alta. Stiamoci attenti. E poiché non si sa mai, prepariamo pallottole d’argento e picchetti di frassino. Potrebbero servire.
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