Le elezioni presidenziali di Taiwan, in calendario a gennaio, sono le più chiacchierate. Non sono però le uniche che si terranno in Asia nel 2024, in un’annata che potrebbe stravolgere gli equilibri di un continente chiave nel braccio di ferro geopolitico tra Stati Uniti e Cina. Meritano infatti particolare attenzione anche le elezioni previste in Indonesia e in India, oltre che le tornate elettorali riguardanti Bangladesh e Pakistan.

La vittoria di un presidente pro Usa o di un personaggio favorevole a flirtare con il Dragone, o il successo di un partito indipendentista o nazionalista, sono due fattori da monitorare con la massima attenzione. Il motivo è semplice: queste dinamiche rischiano di dare vita a nuove strategie nazionali, scenari inediti e prospettive geopolitiche impensabili fino a pochi mesi fa.

Il futuro di Taiwan

Inutile girarci intorno: gran parte del futuro di Taiwan dipende da chi sarà il prossimo presidente della “provincia ribelle”. Dal Partito Democratico Progressista (Dpp) dell’attuale leader in carica, Tsai Ing Wen, c’è la certezza che si candiderà il vicepresidente, William Lai. Quest’ultimo ha trascorso gran parte della sua campagna promettendo di essere pragmatico quanto Tsai.

Complesso il discorso riguardante gli altri partiti. Il primo tra i potenziali candidati dell’opposizione dovrebbe essere l’ex sindaco di Taipei, Ko Wen-je. Nel 2019, Ko ha fondato il suo partito, il Partito popolare di Taiwan (Tpp), proponendo di dare maggiore attenzione alle cause del popolo taiwanese e meno sul dossier Cina. L’altro candidato degno di nota è Hou Yu-ih del Kuomintang (Kmt), partito nazionalista favorevole allo status quo nello Stretto di Taiwan e favorevole a dialogare con Pechino. C’era, infine, in corsa anche l’ex CEO di Foxconn, Terry Gou. Il candidato indipendente si è però ritirato dalla contesa.

Fino a pochi giorni fa sembrava che il Kmt e il Tpp potessero unire le forze puntando su un candidato comune. Al momento, e in attesa di ulteriori colpi di scena, questa ipotesi è tramontata. Per la cronaca, William Lai guida i sondaggi con una quota poco sotto il 30%. I due partiti sfidanti, insieme, sfiorerebbero invece il 40%.

Il destino dell’Indonesia: tra Usa e Cina

Gli indonesiani voteranno per un nuovo presidente il 14 febbraio 2024. L’attuale presidente, Joko Widodo, è stato strettamente alleato della Cina sin dal suo insediamento nel 2014. Da quando è entrato in carica, il Dragone è diventato il principale partner commerciale e investitore dell’Indonesia. Widodo, non a caso, ha costantemente cercato di attrarre investimenti, in particolare nei settori minerario e della raffinazione dei metalli, dei trasporti, e la costruzione della nuova capitale Nusantara.

Chi prenderà il posto dell’attuale leader? E dove si schiererà nella contesa tra Usa e Cina (con Washington che di recente ha provato a corteggiare Jakarta)? Sono tre i principali candidati presidenziali: Ganjar Pranowo, Prabowo Subianto e Anies Baswedan.

Ganjar è un membro del partito di Jokowi, il Partito Democratico Indonesiano di Lotta, e potrebbe continuare a fare leva su Pechino, almeno dal punto di vista economico e commerciale. Prabowo, invece, è l’attuale ministro della Difesa: anche lui ha dimostrato di essere in buoni rapporti con il vicino cinese, tanto da aver annunciato, lo scorso giugno, la formazione del forum 2+2 Indonesia-Cina.

Ha tuttavia affermato che l’Indonesia, sotto una sua eventuale presidenza, non sceglierà da che parte stare tra Usa e Cina. Secondo i sondaggi, Prabowo è in testa con circa il 36% di consensi, seguito da Ganjar (31%) e Anies (20%).

Stress test asiatici

L’India potrebbe trovarsi ad un punto di svolta con le elezioni generali previste per il 2024. Da quando Narendra Modi è entrato in carica, nel 2014, il gigante asiatico è cresciuto in maniera evidente, passando da essere la decima economia mondiale alla quinta (potrebbe diventare terza entro il 2027), ed è diventato un partner chiave degli Usa nel contenimento cinese. L’attuale leader dovrà superare una coalizione formata da 26 partiti politici riuniti sotto l’Indian National Development Inclusive Alliance, e cioè l’Alleanza inclusiva indiana per lo sviluppo nazionale.

In Bangladesh lo scenario è preoccupante. I partiti di opposizione chiedono le dimissioni del governo del primo ministro Sheikh Hasina e l’insediamento di un esecutivo neutrale per supervisionare le elezioni previste a gennaio, in un crescendo di violenze, scontri e agitazioni di piazza. La Bangladesh Awami League al potere ha rafforzato la propria posizione mentre il Bangladesh Nationalist Party, i cui massimi leader sono in prigione o in esilio, è pronto a boicottare le urne.

In Pakistan, infine, il partito di Imran Khan, il Pakistan Tehreek-e-Insaf (PTI), si trova ad affrontare un esercito – figura ombra rilevante nel sistema pakistano – nettamente a sostegno dei suoi rivali.  Cina e Stati Uniti osservano con interesse.