3 gennaio 2020: Qasem Soleimani, comandante della Forza Quds dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, è ucciso da un drone americano in Iraq. 19 maggio 2024: il presidente Ebrahim Raisi muore nella provincia dell’Azerbaijan Orientale assieme a Hossein Abdollahian, ministro degli Esteri di Teheran. Sono queste le due date simbolo di quattro anni e mezzo che hanno visto logorata notevolmente la catena di comando della Repubblica Islamica. La quale sta facendo fronte a sfide di ogni tipo. Dall’assedio delle sanzioni Usa seguite alla fine dell’Accordo sul Nucleare l’Iran all’annosa guerra-ombra israeliana, dalla pandemia di Covid-19 all’onda lunga delle proteste e della repressione interna dopo la morte della studentessa Masha Amini, per arrivare alla ricerca di un’intesa con la rivale Arabia Saudita e allo sconvolgimento del Medio Oriente dopo lo scoppio della recente guerra a Gaza l’Iran si è ritrovato in una serie di partite complesse e intricate tra l’omicidio Soleimani e il disastro dell’elicottero presidenziale di ieri.
In mezzo, 1.598 lunghi giorni in cui la catena di comando del Paese è stata scossa e la stabilità interna dello Stato messa a repentaglio. I due uomini su cui il governo della Repubblica Islamica sono i simboli delle problematiche che l’Iran deve vivere: per Soleimani, dopo il 2020, qualcuno ipotizzava già un futuro politico ad altissimi ranghi, forse addirittura presidenziali. E Raisi era visto come l’ideale successore della Guida Suprema Ali Khamenei, il quale come un Francesco Giuseppe dei nostri tempi si trova a sopravvivere ai suoi stessi potenziali successori mentre si aprono incertezze sulle rotte future del Paese.
In questi quattro anni e mezzo la parola d’ordine dell’élite iraniana è diventata “precarietà“. Per qualcuno si è trattato di precarietà politica: nel clima di militarizzazione dell’opinione pubblica verso i rivali di Teheran, ad esempio, l’ex presidente Hassan Rouhani e l’ex ministro degli Esteri Mohammad Zarif sono stati messi ai margini dopo il voto del 2021 che ha premiato Raisi. Per chi coltivava ambizioni di ritorno, come l’ex presidente populista Mahmud Ahmadinejad, l’avvertimento a non fare mosse azzardate è arrivato tramite pressioni mediatiche e, nel 2023, addirittura un arresto-lampo per incitamento alle proteste nel mese di giugno. Ma per molti alti esponenti dello Stato iraniano a esser messa a repentaglio è stata la stessa vita. Soprattutto a causa del conflitto ombra con Israele, giunto a emersione come confronto diretto in questa calda primavera ma da anni trascinato come scontro tra le confliggenti ambizioni regionali di Tel Aviv e di Teheran, specie nel cuscinetto di sicurezza della “Mezzaluna Sciita” costruito dall’Iran tra Libano, Siria e Iraq.
Sono morti sotto i colpi israeliani esponenti di primo piano dell’establishment di Teheran. Dopo l’uccisione di Soleimani, nel 2020 fece scalpore l’assassinio organizzato dal Mossad su ordine di Benjamin Netanyahu del capo del programma nucleare di Teheran, Mohsen Fakhrizadeh. Nel 2022 è stato ucciso Davoud Jafari, colonnello dei Pasdaran ai vertici del programma aerospaziale dei Guardiani della Rivoluzione. In Siria, nel 2023 è stato ucciso da Israele Reza Mousavi, altro altissimo comandante del medesimo corpo e ad aprile si ricorda l’omicidio del brigadier generale Reza Zahedi al consolato generale di Damasco sotto i colpi dell’Idf che ha scatenato la risposta di Teheran.
In questo contesto, l’Iran ha subito diversi colpi. E si trova ad essere un Paese perennemente sul chi vive, in cui però il policentrismo di poteri politici e militari porta a diverse scale di priorità e conflitti, specie tra “falchi” e “colombe” del fronte securitario. Spesso, in Iran, non si sa chi comandi: lo si è visto dopo l’attacco a Soleimani, durante le proteste post-morte di Masha e dopo l’attentato dell’Isis-K dello scorso gennaio. E mentre attacchi o tragedie sfoltivano i ranghi del vertice iraniano, ora c’è un grande problema di programmazione del futuro in un Paese grande e contraddittorio. Capace di produrre tecnologia nucleare ma non di individuare per mezza giornata l’elicottero presidenziale disperso. In grado di proiettarsi militarmente nella regione e di reggere a sanzioni soffocanti ma non di risolvere le contraddizioni post-Rivoluzione tra gli eredi della presa del potere e i corpi politici dello Stato come la presidenza e il Parlamento. Un Paese con tante guide e una Guida, l’Ayatollah, chiamato da anziano garante a fare sintesi mentre tra “radicali” e figure istituzionali il solco si amplia e le figure di peso sono sempre meno. Anche per dipartita delle stesse. L’incertezza era e resterà la cifra distintiva dell’Iran in una delle fasi storiche più critiche dell’era presente.

