Doveva essere il simbolo del cambiamento, il segnale della volta, una specie di traghettatrice che avrebbe consentito all’Europa di chiudere una volta per tutte con i pericolosi sovranismi e guardare oltre. Soltanto pochi mesi fa, Ursula Von der Leyen, colei che ha sostituito Jean Claude Juncker alla guida della Commissione europea, era stata annunciata più o meno in questi termini da una buona parte dei media internazionali. Eppure, un chiaro campanello d’allarme subito suonato all’inizio del suo percorso è passato inosservato: la tedesca è stata eletta dai membri del Parlamento europeo con 383 voti a favore su 733 votanti; questo significa che 327 eurodeputati hanno bocciato la sua designazione, in aggiunta a 22 astensioni e una scheda nulla. Uno scarto di sole 9 preferenze: non un bel biglietto da visita per iniziare un’avventura assai complicata. Una volta in sella sono cominciati i veri problemi: quelli con i candidati della Commissione. Tre di loro – la rumena Rovana Plumb, l’ungherese Laszlo Trocsanyi e la francese Sylvie Goulard – non sono stati ammessi alle audizioni parlamentari per vari motivi – fra cui il conflitto di interesse – e si è reso necessario trovare altrettanti sostituti.
I nodi da sciogliere
Il guaio è che siamo quasi a novembre e l’Europa è ancora senza governo. Colpa di pasticci e pasticciacci, certo, ma la realtà è che Von der Leyen deve sbrigarsi. A far cosa? Prima di tutto a trovare una maggioranza parlamentare per approvare la squadra che formerà la Commissione europea. La decisione finale dovrebbe arrivare alla fine del prossimo mese, all’incirca tra il 25 e il 28 novembre, a meno di altre fumate nere. Al momento ci sono due sostituti su tre: la Francia ha puntato su Thierry Breton, l’Ungheria su Oliver Varhelyi. Preoccupa la Romania, dove è appena cascato il governo. Le elezioni si terranno il prossimo 10 novembre, ed è fondamentale che Bucarest tiri fuori un nome per sostituire Plumb prima che sia troppo tardi. Anche perché se così non fosse, il voto sulla Commissione potrebbe slittare ancora, questa volta fino a dicembre. Ma in tal caso ecco un’altra spina nel fianco di Von der Leyen: se in quella data la Gran Bretagna non dovesse ancora aver lasciato l’Ue, anche Londra dovrà nominare un commissario, per un possibile, nuovo, slittamento.
Europa ferma al palo
Di questo passo l’insediamento della Commissione rischia di essere rimandato all’infinito, quando per un motivo, quando per un altro. Ma nel frattempo il mondo va avanti e nessuno aspetta i comodi burocratici di un’Europa sempre più parodia di sé stessa. Già, perché mentre il governo dell’Ue è fermo al palo, in Catalogna sono scoppiate violente proteste in favore dell’indipendenza, mentre il Regno Unito è ancora alle prese con la Brexit. C’è poi la Turchia, con Erdogan che ormai si sente legittimato a minacciare il Vecchio continente un giorno sì e l’altro pure. Ci sarebbe da affrontare pure il tema dei disordini in Cile, la questione curda, e perfino quello inerente all’ingresso dell’Ue di Albania e Macedonia del Nord. In attesa della tanto agognata fumata bianca e con le mani legate, Von der Leyen cerca di allargare la sua maggioranza quanto più possibile, lavorando per attirare Verdi, Conservatori e Riformisti (Ecr) e Sinistra (Gue). Strano ma vero: potrebbe essere tutto inutile.
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