A Singapore vivono quasi 6 milioni di persone distribuite in uno spazio di 719 chilometri quadrati. La densità abitativa è una delle più alte al mondo, con oltre 7mila abitanti per chilometro quadrato. Trovare una striscia di terra libera è pressoché impossibile. Ogni angolo di questo paradiso è pieno di palazzoni ultra moderni, banche, hotel di lusso, condomini esclusivi e locali dotati di vista panoramica.
Un anno fa il rapporto dell’Economist Intelligence Unit incoronava Singapore la città più cara al mondo per il quinto anno di fila, al pari di Parigi e Hong Kong. Le cosiddette Good Class Bungalow, situate nel District 10 e 11, hanno un prezzo per metro quadro che parte dai 13mila dollari, mentre un appartamento in pieno centro può arrivare anche a 27-28mila dollari.
Secondo le ultime rivelazioni, Singapore è anche la settima città con il più alto numero di residenti miliardari (circa 44), alle spalle di New York, Hong Kong, San Francisco, Londra e Pechino. Non male anche la quantità di milionari che, tra la metà del 2017 e quella del 2018, è salita all’11,2% del totale (183.737 unità). La ricchezza privata totale ammonterebbe a mille miliardi di dollari, con un pil pro capite per adulto pari a 79.123 dollari.
Il paradiso dei ricchi
Ma le sorprese non sono certo finite qui. Il Global Wealth Report del Credi Suisse Research Institute del 2019 sottolineava come il 5% dei singaporiani (ovvero 226mila persone) appartenesse all’1% del club dei più ricchi del globo; 2,18 milioni di singaporiani, inoltre, facevano parte del 10% dei più ricchi al mondo, potendo contare su una ricchezza superiore ai 109mila dollari.
Data la sua particolare posizione geografica, all’estremità meridionale della penisola di Malacca, nel sud-est asiatico, e bagnata dal Mar Cinese Meridionale, Singapore rappresenta un hub strategico fondamentale per chiunque intenda fare affari in Asia. La Cina intrattiene ovviamente relazioni avanzate con la piccola città-stato.
Da quando Deng Xiaoping ha imboccato la strada delle riforme economiche, creando un equilibrio tra capitalismo e socialismo (il “socialismo con caratteristiche cinesi), Singapore è diventato il modello da seguire. Negli anni ’90 gli alti funzionari cinesi si chiedevano come fosse possibile che un governo come quello singaporiano riuscisse a perseguire una rapida crescita economica senza compromettere l’ordine sociale interno.
Con il passare del tempo la Cina ha imparato la lezione ed è diventata sempre più potente. A partire dal 1997 Pechino è diventata per Singapore la prima meta per gli investimenti, mentre nel 2015 gli investimenti diretti esteri da Singapore verso l’ex Impero di Mezzo hanno raggiunto i 121 miliardi di dollari. Ovvero otto volte tanto rispetto ai 15,7 miliardi registrati nel 2001.
La talpa di Singapore
Una premessa del genere era necessaria per fare luce sulle relazioni tra Cina e Singapore. Lo scorso 25 luglio, proprio mentre Washington e Pechino erano impegnati nella guerra delle spie, i media di tutto il mondo hanno battuto una notizia che molti hanno preso con leggerezza. Jun Wei Yeo, un cittadino singaporiano residente negli Usa, ha ammesso davanti ai giudici di essere un agente illegale cinese.
Per capire di che cosa stiamo parlando dobbiamo fare un passo indietro. Nel novembre di un anno fa il signor Jun era rientrato sul territorio americano dopo un viaggio in Asia. Appena sbarcato all’aeroporto di Washington, l’uomo viene arrestato con l’accusa di spionaggio. In un secondo momento Jun confesserà di aver lavorato al soldo di Pechino nel periodo compreso tra il 2015 e il 2019.
Come copertura si nascondeva dietro una società di consulenza politica. Ma era in realtà la sua nazionalità ad assicurargli un elevato grado di imprevedibilità. Già, perché se il controspionaggio americano aveva messo nel mirino i cinesi che lavoravano negli Stati Uniti in aziende tecnologiche, università e istituti finanziari, gli Usa non avevano minimamente pensato a controllare i cittadini di Singapore.
Anche perché la composizione sociale della popolazione singaporiana è un vero e proprio melting pot. I residenti sono per lo più cinesi, il 74% della torta, seguiti da malesi (13,5%) e indiani (9%). Poco importa se la città-stato è una dei partner più stretti della Casa Bianca. È proprio tra i miliardari del paradiso dorato che la Cina è riuscita a stabilire i suoi contatti.
Il caso Jun Wei Yeo
Torniamo al signor Jun Wei Yeo, non certo l’unico caso di questo tipo. La sua biografia rispecchia la storia di tantissime altre spie. Nel 2015, quando era impegnato in attività di ricerca presso la Lee Kuan Yew School of Public Policy di Singapore, il signor Jun, oggi 39enne, avrebbe avuto il suo primo contatto con i funzionari cinesi. Lo studente fu reclutato con la promessa di facili guadagni.
Il suo compito era quello di fornire ai cinesi informazioni di politica internazionale di vario genere, approfittando del fatto di essere un dottorando e di poter viaggiare negli Stati Uniti. I temi divennero via via più scottanti, e dalla politica internazionale si passò presto alle informazioni non pubbliche in merito a guerra commerciale e intelligenza artificiale. Nel 2018 Jun si trasferisce in pianta stabile in America, dove inizia a intrattenere rapporti con militari dell’esercito e dell’aeronautica militare, funzionari e altri lobbisti.
Una volta arrestato, il signor Jun ha ammessole proprie colpe: è per questo che molto probabilmente riceverà meno dei dieci anni di carcere previsti solitamente per accuse di spionaggio e se la caverà con un’espulsione dagli Stati Uniti. Certo è che l’ammissione di Jun ha aiutato l’Fbi a smantellare una rete di spie cinesi, rispondendo alla prima offensiva portata avanti dal Dragone a Wuhan.
Un covo di spie?
Dopo il caso Jun Wei Yeo Singapore è finita nell’occhio del ciclone. Secondo quanto riferito da Reuters, l’episodio della spia singaporiana ha risvegliato i timori sul reclutamento da parte della Cina di risorse di intelligence in uno Stato che ha conquistato la fiducia dei governi occidentali, mantenendo tuttavia buoni rapporti con Pechino. Il passaporto singaporiano, inoltre, garantisce un facile accesso ai Paesi di mezzo mondo. E questo è un vantaggio non da poco quando parliamo di spionaggio.
In ogni caso a Singapore, da tutti considerata la Svizzera dell’Asia, tanto per la sua ricchezza quanto per la sua neutralità in politica estera, qualcosa potrebbe cambiare. Il paradiso dei ricchi, sospettato di essere un covo di spie cinesi, rischia di non poter più camminare, in equilibrio, sul filo di rasoio diplomatico che lo ha sempre separato equamente da Washington e Pechino.
A conferma della delicatezza dell’argomento ci sono vari rapporti da prendere in considerazione. Un documento pubblicato nel 2018 dall’Australian Strategic Policy Institute evidenziava come le università di Singapore avessero tra i più alti livelli di collaborazione a livello globale con i ricercatori dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese. Dulcis in fundo, appena un anno fa, la Jamestown Foundation americana affermava che la Cina utilizzasse associazioni imprenditoriali e altre organizzazioni localizzate a Singapore per diffondere la propria propaganda tra i singaporiani. Gli Stati Uniti non hanno più intenzione di lasciarsi sorprendere.