Tentativo di uccidere Zelensky. Boom! I russi sparano contro la Nato. Ri-boom! non si può certo dire che tirare un missile su Odessa proprio mentre si svolge un incontro tra il presidente ucraino Zelensky e il premier greco Mitsotakis sia un bel gesto. Ma è chiaro ed evidente a chiunque tenga ancora qualche contatto con la realtà che l’ordigno lanciato dai russi non aveva certo l’intenzione di colpire il corteo presidenziale. Intanto non ne sarebbe stato lanciato solo uno. E in secondo luogo, con ucraini e russi che si colpiscono a vicenda, anche da decine di chilometri, obiettivi precisi come edifici, piste di aeroporto e persino mezzi in movimento, chi può credere che i russi volessero uccidere Zelensky e abbiamo sbagliato mira? È piuttosto chiaro, invece, che si è trattato di un messaggio intimidatorio, il cui senso è riassumibile in poche parole: sappiamo dove sei e quello che fai e possiamo farti fuori quando vogliamo. La versione violenta della diffusione dei discorsi sui missili Taurus e il Ponte di Crimea tra il ministro tedesco della Difesa Pistorius e i suoi generali: occhio, sappiamo quel che tramate.
Brutale. Crudele. La realtà orribile della guerra scatenata dai russi il 24 febbraio 2022. Inutile dilungarsi su questo. La domanda vera infatti è un’altra: perché i media occidentali sentono l’esigenza di drammatizzare una vicenda (questa guerra) che già più drammatica di così non potrebbe essere? Non bastano le centinaia di migliaia di morti, la devastazione dell’Ucraina, il rischio di una degenerazione nucleare del conflitto, la lacerazione dell’Europa, il cambiamento traumatico degli equilibri mondiali? E perché questa drammatizzazione del dramma (scusate il gioco di parole) avviene proprio nel caso di Russia e Ucraina, mentre ogni giorno assistiamo all’operazione opposta nel caso di Israele e di Gaza, dove invece la parola d’ordine è sopire, diminuire, calmare?
L’operazione “missile su Zelensky” è la replica in sedicesimo di quella che è stata realizzata con la morte di Aleksey Navalny. A scanso di equivoci, l’abbiamo detto e scritto in ogni modo: la responsabilità politica della morte del dissidente ricade per intero e senza dubbi su Vladimir Putin. Ma perché questo non bastava? Perché inventare un assassinio che di fatto (a parte la morte per procura di un uomo condannato a 19 anni di carcere per accuse di frode e relegato oltre il Circolo polare artico) è stato smentito dai fatti? Riepiloghiamo: si è parlato di Novichok, l’agente nervino già tirato in ballo per l’avvelenamento subito dallo stesso Navalny in Russia nel 2020 (anche se poi nel referto dei medici tedeschi che lo curarono non si fece alcun cenno a questo specifico agente); poi è comparsa la storia del pugno al cuore, definito “tecnica segreta del KGB”; si è parlato di colpi di pistola; si è passati allo strangolamento; e infine si è ricominciato con il Novichok.
Nessuna di queste ipotesi ha senso logico. Il corpo di Navalny è stato restituito alla famiglia nove giorni dopo la morte. Per smaltire gli effetti, visibili e non, del Novichok (o di qualunque altro agente nervino) occorre più tempo di così. E nessuno dei familiari, una volta riottenuto il corpo, ha denunciato violenze nemmeno lontanamente simili a quelle ipotizzate dai nostri media. Fermo restando, lo ripetiamo per chi non avesse capito, che della morte di Navalny è responsabile Putin attraverso il sistema giudiziario e carcerario russo.
Va bene che quasi sempre chi scrive di certe vicende non sa nulla delle vicende stesse, ed è quindi portato a ripetere ciò che dicono le fonti “bene informate”. In questo caso, gli amici e i collaboratori di Navalny, che hanno le loro emozioni e, in qualche caso, anche un’agenda da implementare. E d’accordo, le cattive notizie, meglio se un pò splatter, vendono meglio. Ma il caso del missile su Zelensky dimostra che il procedimento si mette in moto anche in casi in cui si sa quasi tutto. La sensazione è che il sistema mediatico reagisca in questo modo, istintivamente, a una realtà amara ma di giorno in giorno più evidente: la crescente disattenzione dell’opinione pubblica verso la causa ucraina. La guerra è già durata due anni, e pochi all’inizio l’avrebbero ipotizzato. Le cose non vanno bene per l’Ucraina, fatto che incrina la favola “Davide contro Golia” che ci è stata a lungo raccontata. Le sanzioni contro la Russia funzionano solo in parte e certi sacrifici (per esempio i costi dell’energia) sono più difficili da digerire. Le difficoltà politiche (dagli Usa all’Europa, dove in tutti i Paesi in cui si è votato i Governi pro-Ucraina hanno avuto difficoltà o sono comunque caduti) sono evidenti, tanto che nel 2023 gli aiuti militari dell’Occidente a Kiev sono calati del 40%. Non ultimo, il fatto che i fronti di guerra si moltiplicano, invece di ridursi, e la fiducia nella capacità occidentale di controlla e indirizzare gli eventi ovviamente non è al massimo, nemmeno in Occidente.
Pare quindi che la reazione sia quella di alzare il tiro, di dipingere realtà sempre più inquietanti se non orrende, nel tentativo di tenere alta la mobilitazione. È una vecchia variante del Governo della paura (e di nuovo: di paura in giro ce n’è già in abbondanza) o, se vogliamo, della tecnica delle nonne: se non mangi questa minestra arriva l’uomo nero. Ma come diceva Abramo Lincoln: “Potete ingannare tutti per qualche tempo e alcuni per tutto il tempo, ma non potete ingannare tutti per tutto il tempo”. La gente non è stupida e dopo un po’ si accorge che qualcosa non funziona. Le tirature in calo dei giornali sono lì a dimostrarlo.
