Il calciomercato è appena iniziato, ma probabilmente abbiamo già avuto il primo grande colpo dell’estate 2025: il trasferimento di Simone Inzaghi in Arabia Saudita. Non si tratta del primo grande nome del calcio europeo a firmare con un club della Saudi Pro League, ma di sicuro è un ingaggio storico. Inzaghi approda all’Al-Hilal da vice-campione d’Europa e a soli 49 anni, mentre è considerato uno dei tecnici emergenti del continente.

A persuaderlo a questa scelta ci sono innanzitutto i circa 25 milioni di euro a stagione che andrà a percepire nel Golfo. Un dettaglio piuttosto significativo, se consideriamo che questa cifra lo renderà il secondo allenatore più pagato del mondo, dietro a Diego Simeone dell’Atlético Madrid. A livello tecnico, però, è chiaro che l’Al-Hilal non avesse davvero bisogno di una figura come Inzaghi per dominare il calcio asiatico: il club di Riad ha vinto la Champions League nel 2021, sotto la guida del portoghese Leonardo Jardim, e il campionato nel 2024, con Jorge Jesus in panchina.
La questione è comprensibilmente molto più legata a ragioni mediatiche e finanziarie che sportive. Innanzitutto, la fretta dell’Al-Hilal nell’ottenere il sì del tecnico italiano è finalizzata all’averlo in panchina per il Mondiale per Club, al via negli Stati Uniti il 14 giugno prossimo. L’Arabia Saudita vuole a tutti i costi sfruttare il torneo come una grande vetrina per il proprio calcio, come parte di un piano per aumentare la visibilità e il prestigio del campionato locale, rendendolo uno dei più importanti al mondo (e decisamente il più importante fuori dall’Europa).
L’Al-Hilal sarà l’unica squadra saudita a prendere parte al torneo, dopo la mancata qualificazione dell’Al-Nassr di Cristiano Ronaldo, che teoricamente avrebbe dovuto essere il club di punta del calcio locale. Ecco perché, parallelamente all’ingaggio di Inzaghi, la società è attivissima sul mercato in questi giorni, avendo presentato (finora senza successo) offerte per Theo Hernández del Milan, Victor Osimhen del Napoli, Bruno Fernandes del Manchester United ed Éderson dell’Atalanta.

Presentarsi al Mondiale per Club con una squadra piena di nomi importanti del calcio internazionale (e possibilmente non a fine carriera) non è rilevante solo per i possibili buoni risultati che la squadra potrebbe ottenere nella competizione. Ben più importante è appunto l’opportunità di mostrare al mondo come l’Arabia Saudita sia un luogo attrattivo tanto quanto i tornei europei: non più un ritiro esotico, ma un partner alla pari dei Paesi occidentali. Non solo in termini sportivi, ma ovviamente anche commerciali.
Da diversi anni l’Arabia Saudita ha iniziato a investire nello sport globale con lo stesso obiettivo, cercando di arrivare là dove nemmeno Emirati Arabi e Qatar sono riusciti a spingersi. Le lussuose campagne acquisti dei club locali sono iniziate nel 2023 con l’acquisto di Ronaldo, ma l’obiettivo sul medio periodo sono i Mondiali casalinghi del 2034. In mezzo c’è questo Mondiale per Club che, pur essendo una prova generale della Coppa del Mondo del 2026 nell’America di Trump, è un evento in cui il peso saudita è enorme.
Il presidente della FIFA Infantino, padrino e promotore del torneo, ha faticato molto a costruire questo evento, sia per l’opposizione di alcuni club e anche dei calciatori – preoccupati dall’ennesimo impegno stagionale – sia per la difficoltà nel reperire gli sponsor. È abbastanza scontato dire che, senza l’Arabia Saudita, il Mondiale per Club nemmeno esisterebbe: l’evento gode del supporto fondamentale di Aramco, nuovo partner principale della FIFA, e di DAZN.
L’emittente di Len Blavatnik ha acquisito i diritti di trasmissione della coppa per 1 miliardo di euro, e un paio di mesi dopo è stata ufficializzata l’acquisizione di una quota di DAZN da parte di Surj Sports Investment, una società controllata dal fondo PIF.
Si tratta del ben noto fondo sovrano di Riad, che possiede già il Newcastle United in Premier League e ben quattro club della Saudi Pro League, tra cui ovviamente l’Al-Hilal. Detiene anche l’8% delle azioni di Aramco, anche se la percentuale è illusoria: circa il 91% delle quote, pur non essendo direttamente nelle mani del PIF, è lo stesso controllato dallo Stato saudita. È sempre questo fondo che sta finanziando gli avveniristici progetti urbanistici sauditi, come ad esempio la città utopica di The Line.
In tutto questo discorso, le necessità tecniche e sportive dell’Al-Hilal sono decisamente secondarie rispetto alla portata politica e finanziaria che possono avere acquisti come quello di Inzaghi. L’ormai ex allenatore dell’Inter ha un valore, per il club del Golfo, innanzitutto in quanto asset economico. L’Arabia Saudita gioca una competizione parallela, rispetto a tutte le altre società di calcio nel mondo, i cui risultati vanno misurati su un metro diverso dalla conquista di una coppa. Il che, comunque, non toglie che dall’Al-Hilal ci si attenda ora una prestazione più che buona negli Stati Uniti.
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