Skip to content
Politica

Da Hormuz al Patto della Mecca, la strategia iraniana alla prova

Nel potere iraniano continua un attivo dibattito sulla linea politica da seguire per gestire la fase in atto.

L’Iran si trova ad affrontare scelte delicate nella gestione del rinnovato confronto con gli Stati Uniti e, mentre da un lato si avvicina la conclusione del negoziato con l’Oman per una rotta navigabile nello Stretto di Hormuz, dall’altro a un mese dal sostanziale naufragio dell’accordo di Islamabad non si è ancora individuata una potenziale roadmap per nuove trattative con gli Usa. Nel frattempo, come spesso successo dallo scoppio del conflitto il 28 febbraio scorso, nel potere iraniano continua un attivo dibattito sulla linea politica da seguire per gestire la fase in atto. In questa circostanza, la posizione iraniana è leggibile tramite la lente dell’impatto che avrà sulla Repubblica Islamica l’evoluzione di tre scenari: il prosieguo del confronto militare con gli Usa; la questione della futura gestione dello Stretto di Hormuz; infine, in prospettiva, i nuovi equilibri garantiti dall’Accordo di La Mecca tra Turchia, Pakistan e Arabia Saudita.

Le evoluzioni del potere in Iran, tra richieste, trattative e cambi della guardia

Il regime di Teheran ha visto interessanti sviluppi nelle sue prese di posizione pubbliche e nelle sue evoluzioni interne di recente. Il presidente Masoud Pezeshkian, parlando in conferenza stampa nella giornata di sabato, ha definito l’Iran “vittorioso e potente” nel conflitto con gli Usa, aggiungendo che il contesto rendeva il momento propizio per raggiungere un accordo e rompere una situazione di “né guerra né pace”. Lo stesso giorno Mohammad Bagher Zolghadr, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, ha presentato sei richieste, comprendenti oltre allo stop alle azioni militari anche la remissione del blocco statunitense alla Repubblica Islamica e la revoca delle sanzioni.

Fatto interessante, questo è stato l’ultimo atto ufficiale di Zolghadr, subentrato a marzo a Ali Larijani dopo la sua uccisione nel corso del conflitto, prima dell’annuncio delle sue dimissioni dal ruolo nella giornata di domenica e la sua sostituzione con Moshen Rezaei, 71 anni ex comandante del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (Irgc) per ben 16 anni, dal 1981 al 1997, contribuendo all’impegno militare dei Pasdaran da lui guidati nel pieno della guerra con l’Iraq di Saddam Hussein. Rezaei è stato da marzo consigliere militare della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, e assume questo ruolo portando la sua storica esperienza di longevo capo dell’Irgc, organo espressosi come chiave di volta del sistema securitario del Paese centroasiatico anche nell’attuale scenario conflittuale.

“Sebbene Zolghadr sia un veterano delle Guardie Rivoluzionarie, la forza di sicurezza più potente dell’Iran, gli analisti affermano che non gode della stessa autorità di altri alti comandanti militari, sia in carica che in pensione”,nota il New York Times. Oggi il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale è uno degli organi decisivi del potere iraniano e si consolida quello che avevamo definito il suo ruolo di camera di compensazione tra le istanze di diversi sistemi di potere: quello politico, quello militare e il sistema che fa riferimento alla Guida Suprema, a cui, secondo quando detto al Nyt dallo studioso di Iran Hamidreza Azizi, il neo-segretario apparirebbe più vicino rispetto al predecessore, ritenuto più allineato al presidente del Parlamento e capo-negoziatore Mohammed Bagher Ghalibaf.

Chiaramente, il sistema di potere iraniano appare estremamente opaco visto dall’esterno in questa fase di conflittualità e tensioni regionali. Appare legittimo porsi, sul piano politico, determinate domande: che cosa raccontano queste diverse prese di posizione sull’approccio politico-strategico di Teheran? In che misura in caso di rinnovato confronto con gli Usa dopo gli scambi di raid delle scorse settimane Teheran bilancerà spinta negoziale e tendenza all’escalation? Quanto a lungo è sostenibile tutto ciò per Teheran?

Hormuz e la chiave di volta per futuri negoziati

A sommi capi si può tracciare una linea politica che mostra una sostanziale convergenza di volontà da parte dei vertici dell’Iran circa il rifiuto di qualsiasi soluzione che possa apparire come una plateale concessione a Washington o un abbandono della capacità negoziale acquista, a Hormuz e altrove. Per i capi del Paese la consapevolezza è che per gli Usa e il presidente Donald Trump il dilemma di un’escalation militare volta a cambiare le carte in tavola sarebbe eccessivamente costoso e intollerabile sul piano politico.

Trita Parsi del Quincy Institute for Responsible Statecraft ha segnalato in particolar modo che nell’accordo in via di discussione con l’Oman potrebbe aprirsi uno spiraglio per risolvere il primo e più problematico modo, quello di Hormuz: se confermato quanto emerso nelle scorse settimane nell’individuazione di una potenziale rotta sicura per la navigazione a Hormuz, nota Parsi in un’analisi pubblicata sul suo Substack, l’Iran farebbe concessioni rispetto alle precedenti rivendicazioni e “la nuova divisione delle rotte attribuirebbe all’Oman la responsabilità primaria per il traffico marittimo in uscita e limiterebbe il numero di navi che necessitano dell’approvazione o del coordinamento iraniano”. In quest’ottica, per Parsi , se “la riapertura dello stretto richiede di riconoscere che l’Iran possiede una certa capacità di regolare il traffico nelle acque lungo la propria costa; Washington non dovrebbe respingere un accordo semplicemente perché non preserva l’apparenza di un dominio americano incontrastato”.

L’evoluzione politica di queste settimane sta manifestando il fatto che l’intesa Iran-Oman dovrà essere giocoforza parte e potenziale tassello di un disegno più ampio, in cui peserà inevitabilmente anche il giudizio che ne daranno gli Usa. Abbas Araghchi, ministro degli Esteri di Teheran, ha di recente specificato,citato dall’agenzia “Mehr” che”al momento non siamo impegnati in negoziati con gli Stati Uniti, ma ci scambiamo messaggi tramite intermediari” e che “i colloqui con l’Oman non significano che lo Stretto di Hormuz verrà riaperto”. Parole che lasciano intendere che solo un’intesa tra Teheran e Washington può davvero concretizzare la piena ripresa del traffico nella strategica via d’acqua.

Il mutato quadro strategico per l’Iran

Come inquadrare, in tal senso, l’appello di Pezeshkian a sfruttare una finestra ottimale per i negoziati nel tempo presente? La giornalista e analista Negar Mortazavi ha dichiarato ad Al Jazeera che Pezeshkian parla a Washington ma anche ai falchi interni, ricordando come in passato i precedenti negoziati abbiano ricevuto opposizioni dirette proprio dalle componenti più radicali del regime.

Ora sarebbe ancora così? Teheran deve bilanciare diverse novità politiche: nomine come quella di Rezaei possono indicare un rafforzamento di chi, sul breve periodo, potrebbe avere maggior interesse a alzare l’asticella del confronto politico con Washington, parole come quelle di Pezeshkian circa la necessità di uscire dalla situazione di “né guerra, né pace” potrebbero anche mandare un messaggio allo Stato profondo iraniano alla luce di novità che Teheran non può ignorare: tra queste la saldatura dell’asse tra Pakistan, Turchia e Arabia Saudita, ad esempio, pone un nuovo elemento nell’equazione che in futuro potrebbe essere in grado di configurare una nuova architettura di sicurezza in Medio Oriente.

L’analista Danny Citrinowicz dell’Institute for National Security Studies della Tel Aviv University ha spiegato in un’analisi pubblicata sul suo X che “l’accordo ha il potenziale per alterare un equilibrio di potere regionale che si stava spostando sempre più a favore di Teheran”. Per lo studioso, infatti, “anche senza la creazione di un’alleanza anti-iraniana formale, un coordinamento più stretto tra tre grandi stati sunniti, ognuno dei quali possiede diverse risorse militari, economiche e geopolitiche, complica il contesto strategico dell’Iran”.

Si pensi, ad esempio, a quanto sarebbe ridimensionata la possibilità di Teheran di espandere a raggiera la rappresaglia regionale in caso di rinnovato conflitto, o di quanto l’accordo potrebbe fungere da fattore di sprone perché altre potenze si uniscano, in un contesto in cui per le future strategie iraniane un ulteriore elemento da tenere in considerazione è quello della tenuta del sistema interno, economia in particolare, dopo decenni di sanzioni e un anno segnato dalle proteste interne prima e dalla guerra poi. Interrogativi che peseranno nel decidere l’evoluzione politica di un sistema di cui, in definitiva, è difficile cogliere pienamente le linee di tendenza. Ma che si trova, indubbiamente, a un ennesimo punto di svolta decisivo per capire se saprà consolidare l’unico obiettivo comune a tutti i suoi vertici: l’autopreservazione e la sopravvivenza di un sistema di potere che esiste da quasi mezzo secolo.

Fonti

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto