George Floyd e Ashli Babbitt: due storie e due vite così diverse, ma unite nella tragedia. Tutti ricordano il primo, il 46enne afroamericano morto il 25 maggio del 2020 a Minneapolis dopo che l’agente di polizia Derek Chauvin lo ha arrestato e immobilizzato a terra, impedendogli di respirare. Il video, diffuso sui social, ha fatto il giro del mondo, scatenando un’ondata di proteste e indignazione per i metodi brutali della polizia in tutti gli Stati Uniti – e non solo – animate dall’organizzazione Black Lives Matter. Chauvin è stato dichiarato colpevole di omicidio involontario di secondo grado e rimarrà in carcere per 22 anni: durante il processo, i pubblici ministeri hanno sostenuto che il ginocchio di Chauvin  – premuto contro il collo di Floyd mentre era ammanettato e a faccia in giù per strada – ha portato alla sua morte per perdita di ossigeno. La difesa ha sostenuto, al contrario, che Floyd soffrisse di problemi cardiaci e che, in realtà, la metanfetamina e il fentanil siano la vera causa della morte dell’afroamericano.

Tutto è iniziato quando Floyd è entrato nel negozio Cup Foods per comprare un pacchetto di sigarette. Uno degli impiegati, dopo il pagamento da parte del cittadino afroamericano, ha avuto il sospetto che la banconota usata fosse contraffatta. Per questo motivo, notato che l’acquirente era ancora in zona, ha attraversato la strada raggiungendo Floyd in quel momento all’interno del proprio Suv. L’impiegato ha intimato al cittadino afroamericano di ridare subito indietro il pacchetto acquistato, ma questa richiesta è stata immediatamente declinata da Floyd. Successivamente il negoziante ha chiamato un minuto dopo il 911, il numero per le emergenze. Da lì a pochi minuti, la tragedia che ha cambiato il mondo.

Ashli Babbitt, una morte dimenticata

Se George Floyd è diventato un vero e proprio simbolo e l’antirazzismo è salito in cima all’agenda politica dei progressisti di tutto il mondo, in pochissimi ricordano Ashli Babbitt, una delle vittime dell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio scorso. Come hanno subito mostrato i video pubblicati su Twitter e su altri canali social, Babbitt, 35 anni, è stata colpita da una pallottola durante il caos all’interno di Capitol Hill. Le riprese video hanno catturato il suono dello sparo e mostrano la donna accasciarsi sul pavimento. La scena intorno a lei è caotica. Le persone si scontrano, urlano, cercano di entrare nella Camera attraverso la porta. All’improvviso, senza preavviso, si sentono degli spari e la giovane donna cade a terra. Le persone nel corridoio urlano. Babbitt, era una veterana dell’Air Force che ha prestato servizio in Iraq e Afghanistan. A differenza di George Floyd, però, non avrà mai giustizia e non ci sarà un processo contro il poliziotto che le ha sparato a freddo.

Due pesi e due misure

Come spiega the American Conservative, quasi tutti i dipartimenti di polizia a livello nazionale sono tenuti a rendere noto il nome di un ufficiale dopo una sparatoria mortale. Non la polizia del Campidoglio degli Stati Uniti, che risponde solo al Congresso. Anche se il Congresso richiede riforme della polizia a livello nazionale, non è dato sapere il nome dell’assassino di Babbitt. A febbraio, la polizia del Campidoglio ha dichiarato  che avrebbe “condiviso ulteriori informazioni una volta completata l’indagine”. Successivamente, gli investigatori hanno chiuso il caso ad aprile e assolto l’ufficiale ancora ignoto all’opinione pubblica senza minimamente considerare il fatto che il medico legale ha giudicato la morte dell’ex veterana dell’aeronautica un “omicidio”. Il dipartimento di Giustizia ha semplicemente osservato che c’erano “prove insufficienti per sostenere un procedimento penale”.

La famiglia di Babbitt dunque non saprà mai nemmeno il nome del poliziotto che ha ucciso a sangue freddo la loro cara. Ma per lei non ci saranno grandi manifestazioni né l’opinione pubblica liberal parlerà mai di lei o si occuperà del suo caso giudiziario. Motivo? Era una sostenitrici dell’ex Presidente Donald Trump. Stava commettendo un reato o stava sbagliando? Molto probabilmente sì. Ma nessuno merita di morire così e di essere dimenticato, in questo modo. Chi ha chiesto – giustamente – giustizia per George Floyd, su Ashli Babbitt tace e acconsente.

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