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Un annuncio nella notte italiana dopo una lunga giornata di scambi di colpi ha sancito il cessate il fuoco nella “guerra dei dodici giorni” tra Israele e Iran. L’annuncio del presidente americano Donald Trump di una fine delle ostilità non avrebbe, secondo quanto riportato dai funzionari Usa sentiti dalle testate del Paese, potuto prendere piede senza il ruolo decisivo di un mediatore attivo e dinamico: il Qatar.

La mediazione del Qatar, il precedente di Gaza e del Congo

Tamim bin Hamad Al Thani, emiro del Qatar, ha avuto un ruolo nel consolidare la proposta Usa di una fine degli scontri dopo che nel giorno di ieri il Paese del Golfo ha chiuso il suo spazio aereo e concordato con l’Iran la gestione della rappresaglia di Teheran agli attacchi americani di domenica, che ha preso nel mirino la base statunitense di Al Udeid, sita proprio in Qatar.

Poche ore dopo è arrivato l’annuncio di The Donald: un passaggio fondamentale per accelerare la fine dei combattimenti in cui il “grande mediatore” del Medio Oriente ha avuto un ruolo decisivo. Non è una novità. Doha negli ultimi mesi ha avuto una grande attenzione a una diplomazia in grado di ridurre la conflittualità internazionale. Di pochi giorni fa è la proposta di rilancio del negoziato tra Congo e ribelli M23 sostenuti dal Ruanda in una mediazione congiunta con gli Usa. Mentre al contempo il Qatar, come noto, ha avuto a gennaio un ruolo cruciale nel negoziare il temporaneo stop alla guerra di Israele a Gaza poi franato per decisione unilaterale di Tel Aviv.

A gennaio le trattative per il cessate il fuoco a Gaza hanno visto come grande protagonista il Qatar, che non solo ha ospitato nella capitale Doha il round finale di negoziati tra Israele e Hamas ma ha anche assunto la responsabilità di tirare la volata finale per chiudere l’accordo sulla liberazione degli ostaggi israeliani e il ritiro dell’esercito di Tel Aviv dalla Striscia. Come noto, poi, Benjamin Netanyahu si è rimangiato la parola. Sul dossier Iran la firma di Trump aggiunge peso. E rilancia la strategia di mediazione del Qatar.

Le mosse per mediare la fine della guerra

Per l’emirato del Golfo e il governo di Khalid al-Thani la mediazione su Gaza, compiuta con il sostegno di Egitto e Stati Uniti, ha rappresentato un rompicapo politico ma anche un obiettivo da perseguire a tutti i costi nel quadro della costruzione di un nuovo Medio Oriente in cui, per effetto delle manovre israeliane, anche i Fratelli Musulmani vicini a Doha e alla Turchia stanno acquisendo spazio, specie dopo la caduta di Bashar al-Assad in Siria e l’ascesa al potere delle milizie guidate da Hay’at Tahrir al-Sham e Abu Mohammad al-Jolani, a lungo sostenute da Doha.

Questo desiderio strategico di consolidamento della propria influenza ha un ruolo anche nel confronto tra Israele e Iran. Da un lato, Doha vuole mantenere aperto il confronto diplomatico con Tel Aviv in vista di una futura normalizzazione e dall’altro aveva interessi concreti nella mediazione con Teheran visto che con l’Iran condivide i giacimenti di gas di South Pars, messi nel mirino da Israele nei giorni scorsi, e l’importanza data alla via d’acqua dello Stretto di Hormuz di cui temeva la chiusura. Tutto questo consolida un ruolo da grande potenza diplomatica che pochi Paesi possono rivendicare.

La grande strategia del Qatar

Doha, infatti, è al contempo l’unico Paese che in venti mesi ha potuto esser garante della breve tregua Israele-Hamas; risulta sempre più presente in Siria dove rappresenta il braccio finanziario e diplomatico di un sistema d’influenza che ha nella Turchia il ramo militare e d’intelligence; è crescentemente coinvolta nel Libano in cui gli ultimi mesi hanno visto la prima, benaugurante spinta al ritorno alla normalità con l’elezione alla presidenza del generale Joseph Aoun dopo due anni di stallo.

Inoltre, mantenere profondi canali diplomatici con l’Iran con cui ha interesse a mantenere un modus vivendi legato anche ai comuni interessi sul gas e sulla stabilità regionale ha avuto un ruolo decisivo anche dopo che la sede dei negoziati tra Teheran e Washington sul nucleare, interrotti dalla guerra, è stata individutata non in Doha ma nella capitale omanita Mascate. Essere perno diplomatico garantisce una libertà d’azione che il Qatar esercita sotto forma di finanziamenti e appoggi politici a regimi amici, come quello di al-Jolani in Siria, che lo rendono indispensabile alla comunità internazionale.

Per il Qatar è vitale tenere aperti ponti diplomatici che impediscano al sistema mediorientale di andare in cortocircuito, trascinando con sé la connettività economica e energetica da cui dipende la sopravvivenza del piccolo emirato. Un report dell’Università della Navarra a maggio 2024 giustificava l’assertività diplomatica di Doha con la percepita “vulnerabilità del Qatar ai rischi per la sicurezza, comprese le aggressioni militari e le operazioni clandestine, evidenziata dai boicottaggi imposti dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Arabia Saudita tra il 2017 e il 2021″.

E se sull’Iran il Qatar ha plasmato il cessate il fuoco connettendo rapidamente Usa e Israele all’Iran e nella guerra a Gaza Doha è stata decisiva già per mediare l’uscita dalla Striscia di alcuni ostaggi rapiti da Hamas e per consentire l’ingresso degli aiuti umanitari da parte di Israele, il report di Anna Mier y Terran ricorda che sono molti i casi passati in cui questa capacità diplomatica si è palesata. Il Qatar, infatti, ha “una storia di efficaci sforzi di mediazione , come dimostra il suo coinvolgimento nella mediazione di accordi di pace con il Libano nel 2008, lo Yemen nel 2010, il Darfur nel 2011 e Gaza nel 2012“.

La diplomazia a tutto campo di Doha

Anno dopo anno, “questi sforzi hanno contribuito alla reputazione del Paese come abile mediatore di pace. nella regione” e “Doha ha cercato di avvicinarsi alle posizioni tra l’Occidente e i talebani dopo che le truppe statunitensi hanno lasciato l’Afghanistan nel 2021″ a seguito di un accordo raggiunto, ovviamente, a Doha. Meno fortunati i tentativi di mediazione tra Russia e Ucraina per porre fine alla crisi legata agli attacchi alle infrastrutture energetiche, in cui comunque Doha ha fatto una sortita.

Tutta questa diplomazia non è, ovviamente, affare di buon cuore: Doha vuole, in asse con la Turchia, plasmare un Medio Oriente centrato sull’asse con Ankara e garantirsi la sopravvivenza contro eventuali mosse ostili dei Paesi arabi rivali della Fratellanza Musulmana, oltre che ampliare il suo soft power per proporsi, nel mondo, come attore responsabile. Aprendo la strada alla possibilità di muoversi anche come investitore e partner politico in molti contesti, dall’Africa all’Asia. Anche per questo opportunismo, però, è maturata la tregua di Gaza a gennaio, unico serio tentativo di porre fine alla mattanza nella Striscia e la mediazione iraniano-americana plasmata nelle ore in cui su Doha volavano i missili e ben altre reazioni potevano emergere piuttosto che una tendente alla pace. Una pace a cui, bisogna riconoscerlo, l’emirato del Golfo è stato tra i pochi Paesi a credere anche quando le prospettive erano pessimiste.

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