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Addio Ena. La notizia circolava da tempo, ma il presidente francese Emmanuel Macron è pronto a chiudere uno dei “templi” per eccellenza della Quinta Repubblica, la grande ecole voluta dal generale Charles de Gaulle nel 1945 e non più ritenuta in grado di assolvere alla sua funzione originaria: democraticizzare l’accesso dei cittadini francesi all’alta amministrazione.

L’Ena è stata la vera e propria fucina della classe dirigente francese della Quinta Repubblica. Tra Parigi e la sede principale di Strasburgo nei suoi corsi hanno studiato quattro presidenti (Valéry Giscard d’Estaing, Jacques Chirac, François Hollande e da ultimo lo stesso Emmanuel Macron) e ben otto primi ministri, compresi i due nominati dal 2017 in avanti dall’inquilino dell’Eliseo (Edouard Philippe e Jean Castex).

Per due volte la notizia di una volontà del presidente francese di chiudere o comunque trasformare radicalmente l’École Nationale d’Administration, la più importante istituzione di formazione della classe dirigente francese, era stata bloccata dall’emergere di problematiche impreviste per la Francia. Nella primavera 2019 l’emergenza nazionale fu rappresentata dal rogo di Notre Dame che, ci ricorda il Guardianavrebbe frenato i propositi di Macron di imporre un “reset” al programma di formazione della classe dirigente francese, dopo le faglie sociali manifestate dal movimento dei Gilet Gialli. Lo scorso anno, poco prima della pandemia, Macron aveva invece manifestato l’intenzione di superare l’Ena introducendone le strutture in una “scuola di management pubblico” adatta alle sfide del XXI secolo. Ora la svolta probabilmente decisiva, che segna un passaggio decisivo per il rapporto tra la classe dirigente dell’Esagono.

L’Ena, il simbolo delle élite?

Non sono stati solo i Gilet Gialli a segnalare una frattura tra la Francia profonda e rurale e quella urbana incarnata, in particolar modo, dalla capitale Parigi e dalla classe dirigente della Quinta Repubblica. Già da almeno un ventennio andavano divaricandosi le faglie che hanno separato dal resto del Paese, in quanto a prospettive di ascesa economica e sicurezza sociale, quella France périphérique, ben raccontata dal geografo Christope Guilluy nel suo omonimo saggio del 2014 in cui parla, approfonditamente, di una spaccatura sempre più profonda, che sta lacerando il Paese, dividendolo in aree metropolitane e, appunto, provincia.

Una Francia che ha visto spesso negli “enarchi”, i funzionari di corte della monarchia repubblicana dell’Eliseo, il simbolo per eccellenza delle disuguaglianza di opportunità che già di per sé il sistema francese delle grande école non fa nulla per mascherare. Cesare Martinetti, giornalista e profondo conoscitore della Francia, ha scritto sull’Huffington Post che la prima “spaccatura” tra la Francia e il sistema dell’enarchia si manifestò in occasione dell’exploit elettorale di Jean-Marie Le Pen nel 2002, anno in cui il fondatore del Front National arrivò al ballottaggio presidenziale per l’Eliseo contro l’enarca Jacques Chirac. Ebbene, dopo la vittoria contro Le Pen, Chirac – nota Martinetti – prese come prima decisione “quella di nominare primo ministro un uomo della provincia, Jean-Pierre Raffarin, presidente del Poitou-Charente, regione atlantica e campagnola, fuori dalle rotte abituali della grande politica francese. Nel curriculum di Raffarin spiccava una caratteristica inusuale per una primo ministro: Non ha frequentato l’Ena”.

In una condizione simile si trova oggi Macron. Assediato su ogni fronte nel campo dell’agenda politica da almeno un biennio, tanto desideroso di impartire lezioni di grande strategia e geopolitica in interventi pubblici e interviste-fiume quanto spesso logorato sul fronte interno dalla polarizzazione sociale. Mentre in vista delle presidenziali del 2022 il sovrano della Repubblica francese teme di potersi giocare la riconferma qualora si riproponesse la sfida del 2017 che lo vide opposto a Marine Le Pen. Allora sconfitta nettamente al ballottaggio ma oggi in grado di farsi interprete di un’agenda ben più articolata e molto meno settaria di quella del padre Jean-Marie, fondata su un vero e proprio assedio politico, se non addirittura “antropologico” alla Francia incarnata da Macron: all’ecologismo “urbano” di En Marche! il Rassemblement National oppone un ambientalismo “identitario”; alla spinta di Macron sulla start-up nation la Le Pen controbatte con la difesa dei lavoratori della periferia piegati dalla globalizzazione; a una Francia “di elité” la sfidante del presidente pretende di contrapporne una di popolo. Ostile, per definizione, al simbolo stesso del consensus repubblicano che da decenni tratta i lepenisti come paria: la classe dirigente dell’Ena, tramutatasi in un vero e proprio “mandarinato” negli ultimi decenni.

Macron mira dunque a smarcarsi dalle critiche che da tempo sempre più frequentemente cadono sulla natura elitista dell’alta amministrazione pubblica francese contando anche sul possibile volano garantito da una sua maggiore postura “popolare”. Dal Consiglio di Stato all’Ispettorato delle Finanze, l’Ena spalanca le porte alle cariche apicali dello Stato, ma da anni l’accesso ai suoi percorsi formativi è prerogativa di una ristretta cerchia di origine urbana. “Dobbiamo uscire dal meccanismo per cui si arriva ai vertici dell’amministrazione con una specie di percorso obbligato grandi licei parigini/Sciences Po/Ena che porta brillantissimi ragazzi di 26 anni figli di ex enarchi in posti di primo piano ma senza alcuna esperienza”, ha detto il compagno di partito di Macron e deputato Sylvain Waserman. La cui critica tagliente segnala il principale limite dell’Ena odiera: essersi allontanata dall’idea originaria con cui fu plasmata dal generale De Gaulle.

Il sogno di De Gaulle

Dopo la fine della seconda guerra mondiale De Gaulle, da capo provvisorio dello Stato, istituì l’Ena nel 1945 con il consenso del leader comunista Maurice Thorez con l’obiettivo di democraticizzare l’accesso alle funzioni pubbliche. Vero e proprio “regista” della sua formazione fu il geniale legislatore e eminenza grigia del gollismo, Michel Debré, che dopo il ritorno al potere del Generale nel 1958 fu anche l’autore principale della Costituzione della Quinta Repubblica che oggi orienta la Francia.

Con la scrittura della costituzione della Quinta Repubblica Debré provò a conciliare in un unico corpus giuridico l’eredità delle grandi tradizioni politiche della Francia: da un lato, il principio monarchico, sostanziato nell’autorità sovrana di un presidente “gioviano” nelle sue prerogative e nel suo rapporto con gli altri apparati; dall’altro, il principio giacobino centralista fondato sull’irradiamento del potere pubblico in tutto il Paese. Come nella storica tradizione del Paese, l’alto funzionariato divenne la “cinghia di trasmissione” in grado di far funzionare positivamente questo meccanismo. Facendo andare avanti la macchina dello Stato, irradiandosi nelle province e nelle città. E l’alto funzionariato, dalla Quinta Repubblica in avanti, si è sempre più identificato con la ristretta casta sfornata dai corsi dell’Ena.

Un gruppo dirigente ristretto che ha portato con sé anche una continuità operativa eccellente nella determinazione dell’interesse nazionale francese. La vicinanza dell’enarchia al centro del potere francese e il fenomeno frequente di “porte girevoli” tra settore pubblico e settore privato (pantouflage) ha creato un idem sentire tra le classi dirigenti politiche, il capitalismo nazionale e l’alta burocrazia ben manifesta nel contesto dell’approccio transalpino all’Europa, sempre orientato alla lezione “sovrana” del Generale che vedeva il costrutto comunitario come un moltiplicatore di potenza del Paese.

Il futuro dopo l’Ena

Ma se il sogno di De Gaulle era di far rivivere in termini politico-istituzionali l’idea napoleonica secondo cui ogni soldato porta potenzialmente con sé il bastone da maresciallo, possiamo dire che la realtà istituzionale del sistema plasmato da De Gaulle e Debré ha preso una direttrice ben diversa.

L’Ena, come ogni istituzione fondata nelle intenzioni sulla meritocrazia, ha finito per costituirsi in casta burocratica e tendenzialmente ereditaria. I critici dell’Ena rinfacciano alla sua opera formativa un certo conformismo, un’attenzione talmente elevata alla grandeur dello Stato da portare i suoi ex alunni a trascurare il Paese reale, uno spirito di casta tra i funzionari usciti dai suoi ranghi e, come detto in precedenza, un certo classismo. Più che la Republique nel suo insieme, l’Ena ha insomma finito per rappresentare Parigi e le sue logiche centraliste, molto spesso antitetiche a quelle della Francia in quanto a percezione dei rapporti sociali, economici e politici. Da ciò è disceso un irrigidimento graduale della pubblica amministrazione negli anni dello shock ben studiato da Martinetti.

E se secondo il teorema costituzionale costruito ai tempi di De Gaulle da Debré senza la valida azione dei corpi intermedi il potere apicale dell’Eliseo rischia di essere sostanzialmente accecato, Macron ha fatto giocoforza ricadere sul lassismo dell’alto funzionariato nel leggere le crisi sociali, economiche e politiche in atto nel Paese parte degli errori compiuti durante la sua amministrazione. Da qui la decisione di guardare oltre l’Ena, di aprire i ranghi di formazione del funzionariato a nuove forme di selezione, forse meno selettive ma più democratiche.

Quel che è certo è che in Francia gli uomini e le istituzioni passano, lo Stato resta. Resta nonostante l’alternarsi delle stagioni politiche. Fintanto che la Quinta Repubblica sarà, di fatto, una monarchia presidenzialista il sovrano eletto avrà bisogno di una corte. Il potere apicale della cinghia di trasmissione necessaria a comunicare la presenza dello Stato, ad applicarne le direttive. Il Paese della voce necessaria a ricordare al resto del continente che la Francia vede l’Europa come mezzo, non come fine, nella sua azione globale. Il calcolo elettorale e politico di Macron e il timore di un declino del “brand” Ena va tenuto distinto dalla realtà dei fatti: alla Republique lo spirito di corpo di un’élite coesa servirà sempre. Per l’interesse nazionale francese il punto sarà definire che élite formare e con che prerogative, probabilmente dando voce alla parte del Paese profonda che si è sentita, legittimamente, esclusa. Per ridare vita al sogno del Generale che, non dimentichiamolo, nelle sue Memoires d’Espoir esordisce scrivendo che “La France vient du fond des ages”. E dunque, per Parigi, nulla è più vitale di assicurare la continuità dello Stato.

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