Le notizie dal fronte siriano parlano dell’esercito regolare di Damasco diretto verso Deir Ez Zour e della coalizione internazionale pronta a entrare definitivamente a Raqqa con i curdi. Se così fosse, la sconfitta dello Stato Islamico sarebbe ormai solo questione di settimane e il futuro di tutto il Medio Oriente, pur complesso, avrebbe diradato quantomeno la nebbia del terrore dell’esperienza del Califfato. Il Califfato però nella sua declinazione sul territorio iracheno e siriano, aveva uno scopo preciso che, anche senza Stato Islamico, può essere comunque potenzialmente raggiunto: spezzare i legami dell’Iran con il Mediterraneo. Lo Stato Islamico rappresentava quel fondamentalismo sunnita che doveva devastare due Stati centrali nell’asse della mezzaluna sciita, e cioè Ira e Siria, ed evitare che Teheran potesse rafforzare la propria sfera d’influenza fino a lambire le coste del Mediterraneo grazie alle milizie di Hezbollah. Finito Daesh, esistono comunque potenze mediorientali e internazionali che vogliono che si eviti questa espansione dell’Iran verso occidente. Tuttavia, la guerra in Iraq e in Siria ha consegnato un quadro sicuramente opposto alle aspettative: se Damasco arriva a Deir Ez Zour e prende il controllo della Siria sudorientale, l’Iran avrà non solo ricostruito il “crescente sciita”, ma lo avrà addirittura rinsaldato.

Il crescente sciita si è consolidato in questi sei anni di guerra. Con Hezbollah, la guerra ha fatto sì che i due eserciti, quello iraniano e quello della milizia libanese, potessero avere un collaudo di questa collaborazione direttamente sul campo di battaglia, rinsaldando l’alleanza. Con l’esercito siriano, i legami si sono rinforzati ancora di più ed hanno consolidato un rapporto politico, militare e anche culturale estremamente rilevante. Ma soprattutto, questione ancora più complessa e per certi versi interessane, l’Iran si è ritrovato ad avere un alleato proprio in quello Stato che per decenni è stato suo nemico: l’Iraq. Perché se l’Iraq oggi è libero dall’incubo del Daesh, non è solo merito dell’esercito regolare iracheno, né solo della colazione internazionale, ma è stato anche e soprattutto grazie alle milizie sciite irachene, che hanno inflitto nel tempo sconfitte letali alla resistenza del Califfato. Queste milizie, prevalentemente sciite, dal 2014 si sono riunite sotto il nome di PMU (Popular Mobilization Units) e si sono affermate nel momento in cui l’esercito iracheno cedeva terreno e armi di fronte alle forze del Daesh. Al Maliki firmò un decreto con cui disciplinava la presenza di queste milizie: un decreto dettato dalla situazione di totale emergenza, ma che, di fatto, creava una breccia fondamentale nell’apparato militare iracheno, in cui le milizie sciite sono entrate grazie alle falle dell’esercito di Baghdad e grazie all’assoluta capacità di respingere l’esercito dello Stato Islamico. In questo modo, dal 2014, 140mila miliziani sciiti sono diventati parte delle forze di sicurezza dell’Iraq.

Il rafforzamento di queste milizie, legato alle scelte politiche di Al Maliki, ha condotto inevitabilmente a un rafforzamento del peso politico sciita in Iraq, ma soprattutto a un consolidamento dell’alleanza fra Baghdad e Teheran. Le PMU hanno, infatti, rappresentato il baluardo sciita nei confronti dell’avanzata inarrestabile dello Stato Islamico, ed ora pretendono un riconoscimento politico e militare nell’Iraq post-bellico. Un riconoscimento che si tramute, in ambito internazionale, in uno sviluppo delle relazioni fra Iraq e Iran, dal punto di vista militare, politico ma anche e soprattutto economico. Con il riconoscimento del ruolo degli sciiti nella guerra di liberazione irachena, l’Iran ha certamente una carta fondamentale da giocare nella politica irachena, e le élite di Baghdad lo sanno benissimo. Nessuno in Iraq oggi può dire di non avere un debito di riconoscenza verso la Repubblica Islamica dell’Iran.

E questa nuova convergenza d’interessi fra Iran e Iraq la si misura subito con uno degli elementi nevralgici della geopolitica mediorientale: il petrolio.  Proprio in questi giorni, Iran e Iraq hanno raggiunto un accordo che prevede la costruzione di un oleodotto per esportare il greggio dai giacimenti settentrionali di Kirkuk verso le raffinerie iraniane. I due Stati avevano firmato un accordo quadro già nel mese di febbraio per l’esportazione di petrolio iracheno attraverso il territorio iraniano. Quest’accordo rivelava non soltanto i legami sempre più stretti fra Iran e Iraq, ma anche i dubbi sulle relazioni tra il governo di Baghdad e la regione autonoma del Kurdistan iracheno: regione con cui il governo centrale ha una controversia sulla gestione dei proventi del petrolio. L’accordo con Teheran ha riacceso, infatti, la disputa mai sopita fra curdi e governo di Baghdad sui giacimenti di Kirkuk.  L’accordo concluso fra i due governi prevede lo sviluppo di una rete di oleodotti che collegheranno i giacimenti di Kirkuk con le raffinerie iraniane, e, viceversa, prevede investimenti da parte di Teheran per lo sviluppo di alcuni giacimenti petroliferi iracheni per produrre gas naturale liquefatto e dell’investimento congiunto per rafforzare l’agenzia statale irachena del petrolio. E non è un caso che questi accordi avranno un primo risultato economico nel 2018, in tempi di elezioni. La sfida per il potere in Iraq si giocherà anche sui rapporti politici ed economici che legheranno Baghdad con Teheran: un tempo acerrimi nemici ed oggi preziosi alleati.