Il campo di Al-Hawl, nella provincia di Hasakah, nel Nord-Est della Siria, è oggi un’emergenza umanitaria e di sicurezza di notevole portata. Gestito dalle Forze Democratiche Siriane (SDF), ospita circa 40.000 persone, in stragrande maggioranza donne e bambini. Tra questi, migliaia sono familiari di combattenti dell’ISIS, sia siriani che stranieri, provenienti da decine di Paesi diversi. Molti di loro sono entrati illegalmente in Siria per unirsi al gruppo estremista durante gli anni del conflitto.
Le condizioni del campo sono estremamente precarie e caratterizzate da sovraffollamento, carenza di servizi igienici e diffusione di malattie. La minaccia più seria, però, non riguarda solo l’aspetto umanitario. Al-Hawl è stato descritto dalle Nazioni Unite come un focolaio attivo di estremismo. Le cellule jihadiste mantengono una forte influenza e impongono la loro rigida interpretazione della Sharia, esercitando violenze su chi non si adegua. Particolarmente preoccupante è la situazione dei minori, i cosiddetti “cuccioli del Califfato”, che crescono in un ambiente dove l’ideologia dell’ISIS è ancora glorificata. Il rischio concreto è che Al-Hawl si trasformi in un punto di riorganizzazione per una nuova generazione di jihadisti.
All’interno del campo o nelle sue immediate vicinanze si trovano anche prigioni, sempre gestite dalle SDF, in cui sono detenuti migliaia di presunti membri dell’ISIS. I tentativi di radicalizzazione sono continui e si intrecciano a quelli di evasione. L’ultimo episodio di rilievo risale al febbraio 2025, quando, secondo fonti di sicurezza riportate da Kurdistan24 e Asharq Al-Awsat, cinque membri dell’ISIS, sia iracheni che siriani, hanno cercato di fuggire. Le forze di sicurezza interna del campo, le Asayish, sono riuscite a catturarli prima che superassero il perimetro. Le fonti, rimaste anonime, sono state descritte come operative sul terreno e dunque attendibili.
Le cellule dell’Isis
Negli ultimi anni, migliaia di cittadini iracheni sono stati rimpatriati dal campo di Al-Hawl a seguito di accordi tra Baghdad e la precedente amministrazione siriana. Il Governo iracheno ha sempre considerato questi rimpatri una priorità umanitaria, e già lo scorso settembre il ministro degli Esteri iracheno Fuad Hussein e il suo omologo siriano Faisal Mekdad avevano discusso le relazioni bilaterali tra i due Paesi e le condizioni umanitarie all’interno del campo profughi di Al-Hawl, a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. In quell’occasione, il ministro degli Esteri iracheno aveva precisato l’importanza della non interferenza di forze esterne e aveva chiesto uno sforzo congiunto di Siria e Iraq per migliorare la situazione di sicurezza nel campo di Al-Hawl e, contestualmente, per prevenire il rischio di una nuova e organizzata rivolta da parte dei militanti dello Stato Islamico. E invece, nonostante gli sforzi diplomatici e la priorità dichiarata, il processo di rimpatrio ha subito un brusco rallentamento a partire da marzo 2025. Fonti irachene hanno rivelato che Baghdad ha sospeso le operazioni dopo aver scoperto che almeno 25 rimpatriati erano tornati a unirsi a cellule dell’ISIS attive nel Paese.
Nelle ultime novità che interessano il campo, il governo di Damasco e le autorità curde che controllano la Siria settentrionale hanno raggiunto un accordo per il rimpatrio dei cittadini siriani da Al-Hawl. Sheikhmous Ahmad, alto funzionario dell’Amministrazione autonoma della Siria settentrionale e orientale (AANES), ha annunciato che è stato definito un meccanismo congiunto per evacuare le famiglie siriane e riportarle nelle rispettive aree di origine. All’incontro con i rappresentanti di Damasco hanno partecipato anche emissari della coalizione militare a guida statunitense.
Un portavoce del Ministero degli Interni siriano ha dichiarato al quotidiano Rudaw che Damasco assumerà il controllo del campo di Al-Hawl e di altre aree ora sotto controllo curdo. Questo passaggio fa parte dell’accordo più articolato firmato a marzo 2025 tra il nuovo governo di transizione siriano, guidato dal presidente ad interim Ahmad al-Sharaa, succeduto ad Assad nel dicembre 2024, e le Forze Democratiche Siriane.
Unificare il territorio, garantire la sicurezza
I negoziati tra il Governo centrale e le SDF rappresentano un raro punto di convergenza. L’accordo ha come scopo la riunificazione del Paese, con l’integrazione delle SDF nelle nuove forze armate siriane e in altri organi statali. Tale integrazione, però, non è ancora avvenuta, poiché persistono profonde divergenze, in particolare sulla richiesta dei curdi di mantenere un comando militare autonomo.
Nonostante queste difficoltà, l’accordo prevede anche il ritorno sotto il controllo di Damasco di numerose infrastrutture strategich come i valichi con Iraq e Turchia, aeroporti, giacimenti petroliferi e le prigioni in cui si trovano migliaia di presunti miliziani dell’ISIS. L’obiettivo dichiarato è unificare la gestione del territorio e garantire sicurezza interna, con un’attenzione specifica alla de-radicalizzazione e al trattamento dei familiari dell’ISIS nei campi come Al-Hawl.
Le conseguenze pratiche del nuovo accordo restano avvolte nell’incertezza. Ancora oggi, nessuno può dire con sicurezza se i siriani rimpatriati dovranno sottoporsi a quei programmi di riabilitazione che hanno coinvolto migliaia di iracheni reduci da Al-Hawl. Si tratta di percorsi delicati, dove la sicurezza nazionale si intreccia con il destino di singole persone, madri, figli e intere famiglie esposte alla propaganda dell’ISIS. L’esperienza irachena ci mostra un modello collaudato ma imperfetto. A Ninive, nel campo transitorio di Al-Jada 1, ex combattenti e loro familiari vivono una sospensione tra due mondi. Qui, tra sessioni di de-radicalizzazione e corsi professionali, si prova a tessere nuovi fili di speranza. Psicologi e operatori sociali lavorano per sciogliere i nodi dell’ideologia estremista, mentre fuori dai container che fungono da abitazione, il vento del deserto mescola sabbia e dubbi.
Ciò che invece risulta probabile è che l’integrazione di vari gruppi armati nel nuovo esercito siriano, pur non mirando all’incorporazione diretta di ex miliziani, comporti un rischio serio di infiltrazione. Il nuovo esecutivo, guidato da Ahmad al-Sharaa, con un passato legato ad al-Qaeda, si trova oggi a dover tenere insieme forze ribelli estremamente eterogenee, dalle SDF a gruppi più radicali. È difficile immaginare che l’ISIS resterà a guardare. Al contrario, cercherà di approfittare di ogni vuoto di potere per rientrare nei gangli del sistema e rafforzare la propria presenza sotto nuove forme.
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