C’è un isolotto, nell’arcipelago della destra italiana, rivolto a Oriente anziché a Occidente. Si chiama Biennale di Venezia, e a presiederla è un disallineato che ha l’accortezza minima di non fare la fronda apertamente critica a Meloni&C: Pietrangelo Buttafuoco. E tuttavia, l’ultima sua mossa ha dischiuso una falla, nella rappresentazione univoca che forse qualcuno ancora si aspetta dalle ambizioni di “egemonia”, finora irrealizzate, sulla cultura italiana. Il 5 marzo, Buttafuoco ha rilasciato un’intervista a Repubblica, quotidiano di riferimento della sinistra liberal, da cui ha voluto lanciare un messaggio addirittura di «politica estera», sostenendo la necessità di far tornare quest’anno la Russia «per raccontarci l’altro punto di vista» (“La mia Biennale sarà la vera tregua”, di Dario Olivero).
Un padiglione, quello russo, in cui la curatrice Anastasiia Karneeva non è solo figlia di un ex generale del servizio segreto di Mosca, ma è anche cofondatrice della società Smart Art con Ekaterina Vinokurova, a sua volta figlia del ministro degli esteri Lavrov. Senza contare che fra gli organizzatori c’è pure Mikhail Shvydkoy, delegato per gli scambi culturali internazionali ed ex ministro della Cultura. Fatti in sé banali, se si tiene conto del ruolo di nomina degli staff che hanno tutti i governi, di ciascuna nazione coinvolta nella mostra. Ma che si trasformano invece in altrettante accuse, da parte di una schiera trasversale di ventisei europarlamentari (si va dal Ppe ai socialisti, passando dal gruppo Conservatori e Riformisti, in cui siede anche Fratelli d’Italia), capitanata dal lettone Martins Stakis e dall’ineluttabile Pina Picierno (Pd), i quali hanno vergato una lettera per condannare la scelta, prevedendo un crollo della «reputazione e autorevolezza morale» di «una delle piattaforme culturali più prestigiose al mondo».
All’intervistatore, fra l’altro, Buttafuoco aveva anche sottolineato che «a Roma», cioè a Palazzo Chigi e dintorni, erano stati per tempo edotti, senza evidentemente batter ciglio («Se non ci fosse al governo Giorgia Meloni io non sarei qui»). E anche Giuli – con cui intercorre un «confronto continuo» – sapeva. Del resto, sottolineava un po’ perfido e un po’ naif il presidente della Biennale convertitosi all’Islam, lui e il ministro sono ambedue pur sempre «lettori di René Guénon» (il pensatore tradizionalista passato alla religione di Maometto). Detto, fatto: Giuli ha smentito con stizza, in una nota ufficiale che merita di essere ripresa per intero: «La partecipazione della Federazione Russa è stata decisa in totale autonomia dalla Fondazione Biennale, nonostante l’orientamento contrario del governo italiano. Come ribadito più volte dal ministro Giuli, l’Italia sta dedicando grande attenzione alla tutela del patrimonio artistico ucraino, colpito dai bombardamenti russi che si protraggono da oltre quattro anni».
A quel punto, anche nella stampa filo-governativa si è affacciata qualche critica al deviante di Venezia, puntando soprattutto il dito su un aspetto che in effetti deve bruciare, agli occhi di un meloniano: in questa 61sima edizione, intitolata In Minor Keys, scorrendo i nomi dei 111 artisti di 99 Paesi ospiti, non si trova un italiano che sia uno. Anzi, secondo una testata non appiattita sulla maggioranza, il Corriere della Sera, questa Biennale sarebbe marchiata, supremo orrore, da una «postura woke» in perfetta continuità con le presidenze precedenti.
L’intreccio cultura-politica
Ora, il team curatoriale, orfano della responsabile svizzero-camerunense Koyo Kouoh (morta nel maggio scorso), ha impostato l’allestimento secondo una nemmeno troppo velata polemica contro il «cinismo», sottinteso occidentale, fra processioni, scene, altari, performances rituali e creazioni dai vari angoli del globo, accomunati dalla non appartenenza all’orizzonte bianco e, direbbe un osservatore geopolitico, atlantista. Il tutto condito dalla fraseologia tipica dell’ambiente artistico più o meno d’avanguardia, fra «parole karmiche», «sussurri di tonalità minori che rifiutano le marce militari», «sintonizzarsi sul poliritmo», e altri ermetismi così. Non si sa se si tratti di woke oppure no. Di certo, suona bene agli orecchi di sinistra, specialmente quella che ignora i Brics ma si trastulla con un terzomondismo fuori sincrono.
Molto meno appetibile, invece, è per il gusto di destra. Quanto meno la destra ufficiale di governo, che quando non si adagia in riferimenti di rassicurante prevedibilità (la sempiterna Italia cattolica, il futurismo ormai archeologico, l’omaggio al pur grandissimo Battiato), osa al massimo l’arcaismo spudorato, e fra l’altro proprio attraverso la penna di Giuli (si veda il suo ultimo, oggettivamente riuscito saggio dedicato alla civiltà italica pre-romana). Con grande scorno di quel sottosuolo di realtà di destra schietta, o se si vuole radicale, o semplicemente meno consolatoria, che però non ha visto nessun vantaggio reale dall’avere a Palazzo una compagine di centrodestra attenta alla questione egemonica solo se scatta l’ora di spartire i posti in Rai o nei cda di fondazioni, teatri e centri d’interesse.
La Biennale di Venezia è un ente di diritto privato. Sotto tale profilo, è totalmente autonoma. Dopodiché, come ha ammesso Buttafuoco, chi è prescelto al suo vertice non può non essere espressione del governo in carica. Ecco perché è senz’altro lodevole la sua posizione, non scontata, di netto rifiuto a confondere i piani, inquinando la creatività culturale con i diktat politici. «Tutti i Paesi in questo momento in guerra saranno qui a Venezia», ha chiarito. «Io apro a tutti, non chiudo a nessuno. Ci saranno Russia, Iran, Israele. Ci saranno Ucraina e Bielorussia. Tutti».
Al che si potrebbe obiettare che ciò che i visitatori vedranno nei giardini veneziani sarà sì il frutto dell’arte più à la page, ma in tutti i casi entro limiti posti da responsabili a loro volta scelti dai rispettivi governi. L’intreccio cultura-politica, insomma, è costitutivo e universale. E difatti qui a emergere è l’inconsistenza del nostro, di governo. Chi a destra lamenta una linea buttafuochista troppo sbilanciata verso secondi, terzi e quarti mondi al di fuori dell’eurocentrismo o dell’americanismo, dovrebbe indirizzare i suoi strali in direzione MiC, alias Ministero della Cultura. O forse, in senso più ampio, sul sostanziale disinteresse del melonismo per tutto quel che non è propaganda e cultura popolare – ah, il vecchio caro grottesco Minculpop di fascista memoria (che per la verità non era affatto disattento alle nicchie colte, anzi).
In questo vuoto è comprensibile che Buttafuoco si auto-conceda mano libera, segnando un punto a favore del principio secondo cui la ricerca artistica dovrebbe restare una zona franca di contraddizione e provocazione più libera possibile da pregiudizi ideologici o morali. E lo fa, fra parentesi, assecondando una personale visione di cui è portatore e non fa mistero da una ventina d’anni. «C’è sempre un Occidente in fondo ad ogni sbadiglio», scriveva in Cabaret Voltaire (2008). Aggiungendo, in un passaggio oltremodo attuale, che è «la destra angloamericana» quella «imbecille e ottusa» che «più d’ogni altra» ha ingaggiato «una guerra scatenata e cieca contro la Russia ortodossa della Terza Roma», più in là arrivando a dire che la «la destra non è altro che la sinistra al culmine della sua fase senile», nel momento in cui combatte una «guerra al sacro» imbevuta della «superstizione della supremazia degli Stati Uniti» e figlia del «modello unico» targato «Pentagono»: «il consumo», ossia la «consunzione di sé». Insomma, nessuna meraviglia se Buttafuoco fa Buttafuoco, fra esotismi radical chic ed esorcismi dell’inerzia destro-governativa. E a dirla tutta, nessuno stupore neanche per la rinuncia di un Kulturkampf d’alto livello da parte dei Fratelli d’Italia. Pardon, d’America…