La geopolitica della corsa allo spazio
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Il parlamento di Cuba ha approvato domenica 15 maggio un nuovo Codice penale nell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare (Anpp), che blinda gli strumenti per il controllo delle manifestazioni e conferma la pena di morte, non prevista in costituzione.

A volere questo cambiamento è stato il Partito Comunista di Cuba (Pcc) allo scopo bloccare ogni possibile opportunità di un’altra ribellione popolare come quella dell’11-J dello scorso anno. Le novità introdotte dai 434 articoli che vanno a sostituire il codice del 1987, infatti, sono mirate a proteggere “il sistema politico e statale socialista dall’insieme di azioni e attività che vengono commesse contro l’ordine costituzionale e con lo scopo di creare un clima di instabilità sociale e uno stato di ingovernabilità”. Un codice fatto su misura per il castrismo, che ha come obiettivo la permanenza della rivoluzione al potere.

Secondo quanto decretato, “l’attuale figura legale della ribellione si trasforma in reato contro l’ordine costituzionale, che punisce l’uso deliberatamente abusivo dei diritti riconosciuti costituzionalmente”. Gli oppositori del nuovo codice denunciano i margini di interpretazioni concesse dalle norme alle autorità, al fine di estendere questo reato a diverse situazioni di protesta e un generale aumento delle pene, a partire dal numero maggiore di casi in cui è previsto l’ergastolo.

Il governo di Miguel Dìaz-Canel ha pensato di introdurre una serie di norme con l’intento di intimidire dissidenti e giornalisti indipendenti, ma le regole hanno conseguenze su tutti i cubani: sono 37 i nuovi reati legati a Internet, che è stato il centro della ribellione dello scorso anno. Tra i reati contro l’ordine pubblico è prevista infatti la diffusione di “notizie false o previsioni malevole allo scopo di provocare allarme, malcontento o disinformazione”, motivo per cui rappresenta un pericolo l’utilizzo dei social.

La riforma del Codice penale cubano fa parte di un gruppo più ampio di leggi, tra cui le normative sulla sovranità alimentare e il Codice delle Famiglie e dei dati personali, che fanno parte della nuova Costituzione approvata nel 2019. La differenza è che questo nuovo pacchetto è stato scritto in maniera riservata. Il Codice delle Famiglie prevede nuove leggi come la legalizzazione del matrimonio tra omosessuali, l’utero “solidario” e il riconoscimento di diversi genitori. Riforme che saranno sottoposte ad un referendum popolare. Diverso è il caso della riforma del Codice penale, che è stata approvata dai deputati.

È stata mantenuta persino la pena di morte, prevedendo la fucilazione per i casi più gravi, come la presa di ostaggi. È stato sottolineato che questa misura, però, è prevista solo in casi “di estrema gravità”. I reati previsti dal nuovo codice sono 23 e sono quattro in meno rispetto alla legge precedente. La pena non può essere imposta ai minori di 25 anni e alle donne ed è ritenuta una soluzione limite nelle intenzioni del legislatore, che ricorda il numero “limitato” di applicazione.

È stato introdotto anche il reato di “disordine pubblico”, che ha lo scopo di punire i “disordini di questa natura prodotti in gruppo o individualmente”. Chiunque osi insultare i funzionari pubblici sarà condannato a una pena che prevede fino a tre anni di carcere. Manuel Cuesta Morúa, coordinatore di Arco Progresista e vicepresidente del Consiglio per la Transizione Democratica, ha dichiarato a El Mundo che “il nuovo Codice Penale rappresenta un regresso rispetto al Codice Penale esistente sotto due aspetti essenziali: da un lato criminalizza direttamente l’esercizio di diritti che finora erano stati criminalizzati in modo obliquo e, dall’altro, va contro il concetto di intervento minimo che è caratteristico dei codici penali, almeno nell’emisfero occidentale. In un senso fondamentale, è addirittura incostituzionale perché si pone al di sopra della Costituzione, contraddicendo e negando i diritti costituzionalmente riconosciuti nella legge stessa”.

I giornalisti indipendenti che non fanno parte dell’apparato propagandistico dello Stato, che vengono chiamati “mercenari”, ora rischiano di essere condannati fino a dieci anni di carcere per aver ricevuto finanziamenti internazionali o da Ong, che per loro rappresenta l’unica fonte di sussistenza. È stata anche eliminata la massima pena per i reati di violenza sessuale, pederastia con violenza, corruzione di minore, furto con violenza. Rimane confermata invece per 15 reati definiti “contro la sicurezza dello Stato”, 6 per “terrorismo”, per “traffico internazionale di stupefacenti” e “omicidio”.

I motivi delle proteste 11-J

L’11 luglio 2021 i cittadini sono scesi in piazza a L’Avana per protestare pacificamente contro la situazione economica, per la scarsità di medicinali e per la risposta delle autorità alla pandemia da Covid-19, ma anche per le dure limitazioni alla libertà di espressione e di manifestazione. Il giorno successivo sono stati bloccati alcuni social network come Facebook, Whatsapp e Instagram. Le proteste sono state considerate le maggiori proteste anti-governative a Cuba dal 1994.

Come afferma Amnesty Internatonal, secondo un elenco redatto dagli avvocati per i diritti umani dell’Ong Cubalex, 136 persone sono state arrestate o non si avevano più loro notizie e la maggior parte erano attivisti e giornalisti. L’Ong Difensori dei prigionieri ha invece consegnato alle Nazioni Unite una lista di 187 detenuti. Le autorità hanno poi reso nota l’intenzione di dare la caccia agli organizzatori delle proteste, affermando che sarebbero stati inclusi coloro che cantavano. Alcuni attivisti e giornalisti indipendenti erano stati messi invece agli arresti domiciliari.

Le proteste sono state una chiara conseguenza del deterioramento delle condizioni sociali, economiche, sanitarie e politiche del paese. La pandemia di Covid-19 ha causato un’ondata, anche dopo le vaccinazioni, di infezioni e morti. L’aumento dei ricoveri, la mancanza di forniture e di medicinali e il progressivo esaurimento di risorse materiali e umane, hanno catapultato il sistema sanitario in una situazione di crisi.

Gli utenti cubani di Twitter avevano lanciato una campagna, #SOSMatanzas, con cui avevano raggiunto influencer e personalità internazionali con lo scopo di denunciare la situazione di collasso e chiedere la creazione di canali legali per l’invio di aiuti umanitari. Il governo cubano ha però denunciato la campagna come legata agli interessi interventisti del governo statunitense.

Un altro fattore che ha contribuito al malcontento è stata la situazione economica precaria di un numero sempre crescente di persone in seguito alla dollarizzazione dell’economia e il difficile reperimento del cibo e dei beni di prima necessità che ha aumentato la disuguaglianza. In questi mesi, l’aumento dei prezzi in tutti i settori dell’economia, sia pubblici che privati, non si è fermato.

Diversi sono gli eventi che hanno fatto da sfondo all’11 luglio, una serie di proteste ha espresso l’insoddisfazione politica del popolo. Ad esempio il 26 novembre 2020, quando più di 300 persone si sono riunite per chiedere un dialogo con le alte autorità dopo che queste avevano fatto irruzione nella sede del Movimento San Isidro (Msi), associazione di cubani che protestano contro l’aumento della censura del governo sull’espressione artistica a Cuba, cacciando chi aveva fatto lo sciopero della fame e della sete per protestare contro l’arresto e il processo di uno dei suoi membri. Le proposte di dialogo furono accolte con disinteresse dal governo. Le tensioni sono poi riemerse il 27 gennaio 2021, quando i manifestanti sono stati aggrediti fisicamente e screditati attraverso i canali di comunicazione dal governo.

I manifestanti hanno successivamente iniziato a rendersi conto che il problema alla base non era la mancanza di cibo e medicinali a creare malcontento, ma la mancanza di libertà di espressione, e la lotta per riconquistarla continua tutt’oggi a Cuba.

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