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Tra proteste sempre più forti e l’arroccamento del governo di L’Avana Cuba rischia di infiammarsi nelle prossime giornate. Il 15 novembre, in particolare, rischia di essere la data cruciale da guardare con attenzione per analizzare quanto potrà succedere sull’Isla Bonita nella seconda tornata di proteste antigovernative dopo la fiammata di luglio e agosto.

Come cambia l’opposizione

Tra il regime del presidente Miguel Diaz-Canel e le opposizioni si preannuncia uno scontro aperto. Il 4 novembre la ong Cuban Prisoners Defenders (Cpd) aveva denunciato come nell’ultimo anno a Cuba siano state incarcerate 683 persone per motivi politici, 370 delle quali arrestate dalle proteste dell’11 luglio in avanti.

Tra i protestanti si sta facendo strada la figura di  Yunior Garcia Aguilera, attore e commediografo che a luglio ha guidato un movimento di piazza di fronte al Cuban Institute of Radio and Television (ICRT) per chiedere un confronto diretto alle autorità sulle motivazioni che spingono i cubani nelle strade: e nel corso delle settimane, complice l’ambivalenza di Diaz-Canel, oscillante tra apertura e repressione, ha preso piede come figura chiave nell’opposizione.

In estate le proteste erano state accese dalla nuova ondata del Covid-19, dalla durissima crisi economica  e dalle rivendicazioni sociali che si erano manifestate sotto forma di somma delle proteste degli oppositori anticomunisti (Unione Patriottica Cubana), dei movimenti per i diritti dei dissidenti (come San Isidro) e della folla disorganizzata che si è riversata nelle strade da luglio in avanti. Come nota Americas Quarterly, tutte queste persone chiedevano una correzione di rotta sul futuro di Cuba e delle strutture che ne condizionano la politica e l’economia. Garcia Aguilera ha nel corso dei mesi strutturato la piattaforma “Arcipelago” per cercare di unire il più possibile le forze dell’opposizione, convocando per il 15 novembre un’ampia manifestazione di popolo.

Uno dei leader dell’opposizione Yunior Garcia Aguilera

Garcia Aguilera è stato accusato di essere un agente al servizio degli Usa: il sito online “Las Razones de Cuba” ha pubblicato le dichiarazioni di un membro dei servizi segreti di L’Avana, un certo “agente Fernando” della sicurezza nazionale cubana, che svelerebbero i collegamenti tra Yunior García Aguilera e apparati anti-regime finanziati da Washington. Tale prova appare sicuramente condizionata dalla natura filo governativa della fonte, ma va senz’altro ricordato che un grande sostenitore di Arcipelago è il quotidiano con sede a Madrid Diario de Cuba, ben finanziato dal Dipartimento di Stato americano

Nel frattempo Garcia Aguilera e “Arcipelago” hanno invitato la popolazione a scendere in piazza in tutte le città il 15 novembre vestita con magliette bianche, e nei loro comunicati hanno esteso le convocazioni a livello internazionale parlando di marce in solidarietà con quelle di Cuba programmate in un centinaio di città (senza specificare quali) in varie nazioni. Il bianco è un riferimento all’autoproclamata innocenza dei manifestanti, ma anche un richiamo all’identità nazionale cubana: una rosa bianca era infatti il simbolo dell’eroe dell’indipendenza dalla Spagna, José Marti. La natura delle proteste, in ogni caso, non può far perdere attenzione sulle problematiche insite nel governo di Diaz-Canel, che nel corso dell’ultimo triennio ha di fatto dilapidato ogni possibile potenziale crisma di credibilità come erede dei fratelli Castro, irrigidendo il regime politico cubano.

Lo stato di Cuba

Cuba è oggi un Paese abitato da una popolazione giovane e molto istruita, ben attenta alle dinamiche politiche esterne e agli sviluppi di altre nazioni grazie all’accesso a Internet, desiderosa di avanzamenti materiali e personali e colpita in prima persona dal tracollo del settore chiave dell’economia, il turismo; l’embargo statunitense, ripreso dall’amministrazione Trump, si fa sentire in tutta la sua durezza ma non è la causa unica della crisi strutturale di un governo che paga, in primo luogo, il fatto di essere orfano dell’era Castro e si è irrigidito sulla nuda e cruda repressione. La risposta di Diaz Canel alle mosse di Arcipelago lo testimonia: il governo ha ordinato alla popolazione di non indossare abiti bianchi il 15 novembre e di restare in casa alla televisione, dissuadendo anche chi non vorrà andare in corteo a mostrare solidarietà con i protestanti  indossando abiti bianchi, stendendoli dalle proprie case e applaudendo. Una “grida” manzoniana che mostra la difficoltà oggettiva di tenere il controllo della situazione.

Diaz-Canel ha visto però la situazione complicarsi a inizio novembre mentre a sostegno dei protestanti si è schierata un’autorità morale di peso come la Chiesa cattolica nazionale, scesa in campo attraverso due azioni forti, ricordate da Tempi: dapprima, l’invio di “una lettera aperta rivolta alle forze repressive del regime resa nota il 10 novembre scorso da 15 preti cubani, molto amati dai fedeli ed assai apprezzati sull’isola”. In seguito, giovedì 11 novembre, è uscito “un inedito (e significativo) comunicato della Conferenza episcopale cubana in cui i vescovi chiedono «i cambiamenti necessari tanto a lungo desiderati»”.

Il 15 novembre può segnare dunque una nuova ondata di proteste sistemiche nel Paese, capaci di spaccare ancora di più la già tormentata isola caraibica. E la consapevolezza, per i membri del regime di L’Avana, è che indipendentemente dalla natura delle proteste qualcosa si sia rotto nella capacità del governo di Cuba di leggere i cambiamenti di una nazione complessa. La strada è in ogni caso difficile: assecondare le voci della piazza in una fase ancora incerta per il permanere della crisi pandemica e delle incertezze o abbandonarsi alla repressione delle voci di dissenso anti-regime? La problematica sarà, in ogni caso, di legittimazione del potere centrale. A testimonianza di quanto sia difficile per Cuba un castrismo condotto in assenza dei fratelli Castro.