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Nel 1960, l’allora ministro del governo cubano, Ernesto Guevara, detto il “Che”, s’imbarcò all’aeroporto di l’Havana, direzione Pyongyang. Dopo molte ore di volo, il Che, appena sbarcato nella capitale nordcoreana, fece un giro per la città e si recò al palazzo di Kim Il-sung, elogiando la Corea del Nord come modello per il futuro di Cuba. In quel momento, Cuba aveva necessità di rapporti diplomatici con più Stati possibile, specialmente con quelli affini al sistema socialista. E Guevara sapeva perfettamente che la Corea del Nord, uscita da una guerra sanguinosa con il vicino meridionale, era uno dei pochi Paesi che da subito aveva dipinto i “compagni” cubani come alleati e amici nella lotta per l’avanzata del socialismo. Da quella storica stretta di mano fra il rivoluzionario cubano e il dittatore nordcoreano, si può far discendere la nascita dei rapporti diplomatici ufficiali fra Pyongyang e l’Avana. Rapporti che la Guerra Fredda ha poi consolidato e che si pensava che dovessero affievolirsi con le aperture di Barack Obama al governo castrista e la fine dell’embargo. Gli osservatori credevano (molti speravano) che il loro fosse un rapporto di puro e semplice interesse, che non avrebbe ma potuto resistere né all’avanzata del tempo, né alle logiche commerciali, una volta terminato il drammatico embargo imposto da Washington all’isola ribelle dei Caraibi.

Gli osservatori si sono dovuti tuttavia arrendere a una realtà diversa. Cuba non è un Paese dell’Est Europa. Non si è lasciata andare alla caccia del capitalismo selvaggio, non ha cercato la vendetta sulla Russia quale erede dell’Unione sovietica che aveva invaso il proprio territorio, e non aveva alcuna necessità né voglia di interrompere gli storici legami con Mosca e con gli altri alleati dello schieramento ex-socialista e oggi non filo-occidentale. Raul Castro, succeduto a Fidel, sembrava dovesse essere il leader della controriforma, ma il sistema cubano ha rivelato una sua naturale resilienza a entrare nelle logiche di Washington. Ed è così che il dialogo fra Cuba e Stati Uniti si è interrotto anche abbastanza bruscamente, in particolare con l’ascesa di Trump, da sempre fieramente contrario ad aperture al regime castrista, e che adesso vive la crisi dei cosiddetti “attacchi acustici” ai diplomatici Usa, che la Cia considera opera dei cubani o comunque figlia della complicità dei servizi cubani con altre potenze. A questa freddezza nei rapporti con gli Stati Uniti, si è unito anche un fedele allineamento di Cuba alla vecchia sfera d’influenza sovietica, oggi più geopolitica che ideologica. E in questa sfera, c’è ancora la Corea del Nord.

Non deve dunque sorprendere che in queste ore, il ministro degli Esteri della Corea del Nord, il potente burocrate e diplomatico Ri Yong-ho, stia per giungere a l’Avana in uno storico incontro con il suo omologo, Bruno Rodriguez Parrilla. L’arrivo di Ri Yong-ho arriva in un momento particolare che assomiglia, per certi versi, a quello in cui Che Guevara decise di partire per Pyongyang. Come Cuba, uscita dalla rivoluzione, necessitava di qualsiasi appoggio internazionale, perché isolata dal resto del mondo – a parte ovviamente il blocco comunista – così adesso è la Corea del Nord a essere completamente isolata e disperatamente in cerca di ogni tipo di aiuto, anche soltanto politico. E, come se non bastassero già solo l’isolamento politico e l’embargo commerciale, in questi ultimi giorni sono arriva te le decisioni di Singapore e Filippine di interrompere ogni attività commerciale con il regime nordcoreano. Cuba non può ovviamente competere, sia solo per motivi geografici, con le nazioni asiatiche per il commercio con Cuba. Ma il governo di l’Avana è uno dei pochi ad aver mantenuto rapporti con Pyongyang, tanto che ancora oggi non riconosce ufficialmente la Corea del Sud. Il viaggio ha sicuramente lo scopo di mostrare al mondo che la Corea del Nord è ancora in grado di intessere una rete diplomatica autonoma e legata a una sorta di “asse del male” di tutti i Paesi non allineati con gli Stati Uniti. E Cuba è la spina nel fianco degli Usa nel suo cortile di casa. Ma suona anche come un disperato messaggio di aiuto nei confronti di un antico partner di fronte alla catastrofe economica e umanitaria che l’isolamento e le sanzioni internazionali stanno provocando. Cuba non ha mai abbandonato il suo amico coreano ed ora questa partnership può rinsaldarsi. Oggetto, in modo diverso, del blocco economico e politico di Washington, la loro speranza è quella di unire le forze in ogni campo. Quello tecnologico, militare, politico ed economico. Sono due Stati poverissimi, con economie deboli e una potenza militare non in grado di reggere il confronto con i loro nemici. Ma proprio per questo, potrebbero avere necessità l’uno dell’altro. Magari sperando in uno sponsor internazionale ben più potente ma che rimane nell’ombra. Russia o Cina, per esempio.