diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY

Del “lato oscuro” delle scelte di politica economica compiute dalla Germania negli ultimi anni abbiamo avuto modo di parlare molto spesso, di recente: dal tema dell’ipocrisia tedesca sulle regole comunitarie a quello dell’insostenibilità del surplus commerciale di Berlino, passando per l’allarmante questione di Deutsche Bank, che lo Stato tedesco sarebbe pronto a salvare passando sopra ogni possibile accusa di doppiopesismo in campo comunitario, un’osservazione accurata porta a comprendere come il tanto decantato “modello tedesco” esista, allo stato attuale delle cose, solo nella testa di un nucleo ristretto di opinionisti ed economisti.

O meglio, se esiste non avvantaggia certamente la grande massa della popolazione tedesca. I governi del socialdemocratico Schroeder e della cancelliera Merkel poi hanno rafforzato la postura export-led dell’economia tedesca, sfruttando il combinato disposto tra deflazione salariale e sociale interna, flessibilizzazione estrema del mercato del lavoro e rigore monetario nel contesto europeo per dilatare enormemente il vantaggio competitivo di Berlino in seno all’Unione.

A tale vantaggio competitivo, però ha fatto seguito un progressivo sfilacciamento della società. Colpita da crescenti disuguaglianze sociali, dal blocco dell’ascensore sociale, dall’aumento del costo della vita. Costretta di recente a pagare sulla propria pelle le incertezze causate dalla crisi migratoria. Schiacciata tra il timore dell’inflazione e una situazione lavorativa precaria. E colpita al cuore dalla madre di tutte le riforme che hanno costruito il cosiddetto “modello tedesco”: il pacchetto Hartz.

Cos’è il pacchetto Hartz

Concepito dal governo Schroeder e difeso a lungo dalla Merkel, il sistema Hartz prende il nome dal presidente della commissione che le concepì: Peter Hartz, membro della Spd, ex dirigente della Volkswagen, poi condannato a due anni di reclusione per aver distratto ingenti somme dal bilancio della casa automobilistica. Tra le quattro riforme che lo compongono, due sono particolarmente rilevanti, come fa notare Alessandro Somma ne L’altra faccia della Germania: Hartz II ha “incentivato il ricorso ai lavori ‘marginali’ (geringfügige Beschäftigung): i cosiddetti Minijob, se retribuiti 400 euro al mese, successivamente elevati a 450, e i Midijob, se il salario era contenuto entro gli 800 euro, poi portati a 850. La stessa riforma aveva poi previsto sovvenzioni per l’autoimprenditorialità dei disoccupati disposti a costituire un’impresa individuale”.

Hartz IV, invece, ha “ha da un lato ridotto drasticamente il termine di corresponsione dell’indennità di disoccupazione, da 32 a 12 mesi, e dall’altro unificato il sussidio di disoccupazione e l’assistenza sociale (Arbeitslosengeld II). Nel fare questo si è però eliminata ogni relazione con l’eventuale reddito venuto meno: l’entità del sussidio dipende da una valutazione circa le ‘esigenze normali’ (Regelbedarf), valutate su basi statistiche tenendo conto della composizione e delle caratteristiche dell’eventuale nucleo familiare a carico”.

Per circa un decennio, ciò ha consentito alla Germania di esibire un tasso di disoccupazione decrescente nel contesto di un sistema reso granitico dall’aumento delle esportazioni e dalla stabilità monetaria. Nella pancia della società, tuttavia, covavano i germi per l’aumento della disuguaglianza e dell’instabilità, dando ragione ai più drastici critici della riforma Hartz, esponenti del sindacato e della sinistra poi confluiti nella Linke tra cui spiccava l’ex Presidente socialdemocratico Oskar Lafontaine, che la accusavano di aver disposto “la povertà per legge”.

“Oggi i nodi sono venuti al pettine e la Germania sente il morso della decrescita”, scrive Il Tempo. E il vantato equilibrio sociale tedesco a vacillare e a creare tensioni. I lavoratori dipendenti sono fermi al palo. Quasi quattro milioni di loro percepiscono uno stipendio inferiore ai 2mila euro lordi (e il costo della vita, lassù, non è uno scherzo). Otto milioni di tedeschi hanno bisogno di sussidi statali per tirare avanti. Spesso il posto fisso non basta e si scatena la corsa all’assistenza. Il reddito medio dei meno abbienti – il 40 per cento della popolazione – è precipitato del sette per cento nel primo quindicennio del 2000. Nello stesso periodo, quello del 10 per cento – i più ricchi – è volato al venti per cento in più”. 

Le riforme Hartz hanno impoverito la società tedesca

La compressione della classe media, schiacciata tra una “superclasse” di ricchi legati alle attività dirigenziali di vertice e una base sempre più povera e impossibilitata ad usufruire dell’ascensore sociale, ha coinciso con la compressione della società. La povertà e l’indigenza coinvolgono circa un quinto della popolazione, mentre le stime decrescenti del Pil lasciano presagire scenari di difficoltà. Angela Merkel ha provato a venire incontro al malumore aumentando i fondi per la previdenza sociale. Ma non è abbastanza. La società tedesca rigetta le riforme Hartz, soprattutto la draconiana Hartz IV. “Andrea Nahles, leader dei socialdemocratici tedeschi, chiede che venga sostituito con un “sussidio per i cittadini”. Anche il capo dei Verdi, Robert Habeck, vorrebbe riformarlo da cima a fondo. La Linke, il partito della sinistra, lo vuole abolire del tutto, introducendo al suo posto un reddito minimo di 1050 euro. Persino nella Cdu di Frau Merkel c’è anche chi riflette sulla possibilità di accettare delle modifiche, in qualche modo”, scrive l’Agi.

La politica tedesca si è resa conto che “lungi dall’essere efficace nel contrastare la disoccupazione, avendo invece fatto crescere in modo esponenziale il precariato. In pratica, la più celebre delle misure varate oltre 13 anni fa da Schroeder si sarebbe trasformata in una sorta di golem burocratico che tiene le persone inchiodate a vita ad una sequenza infinita di lavoretti senza prospettiva”. E tra i critici si contano anche i socialdemocratici e i verdi che, a inizio secolo, spinsero per la sua approvazione, aprendo di fatto per i primi la via del declino elettorale coinciso con il peggior risultato della storia alle recenti elezioni e per i secondi a una lunga fase di irrilevanza interrotta solo grazie al tracollo della Spd.

Esiste una via d’uscita?

Se per Giulio Sapelli la strada per rilanciare l’Unione europea passa per la necessità di “lavorare con le borghesie nazionali tedesche, convincere quelle classi politiche della necessità di rivedere le politiche economiche europee e riscrivere in tal modo la storia d’Europa”, per cambiare le politiche economiche europee serve che la Germania adotti un nuovo registro. Buona parte del panorama politico è critico delle riforme Hartz e delle sue dure conseguenze sociali. Ma saranno i leader così coraggiosi da aprire a politiche di ampliamento della domanda interna e a investimenti capaci di creare lavoro stabile, a costo di abdicare a parte dell’insostenibile surplus commerciale? O preferiranno godere della rendita di posizione della Germania in Europa a costo di accelerare l’incancrenimento della crisi dell’Unione? Per raggiungere il primo obiettivo servirebbe una generazione di statisti, attualmente non in vista nel panorama di Berlino.