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La Slovacchia ha iniziato il lungo percorso che la porterà al voto anticipato a settembre e la divisione politica dominante sarà quella attorno alla guerra in Ucraina e al coinvolgimento di Bratislava nel sostegno a Kiev. La coalizione che sosteneva il premier dimissionario Eduard Heger, del partito Gente Comune e Personalità Indipendenti (Olano) era eterogenea ma non ha mai receduto sul sostegno all’Ucraina. Questo nonostante il partito filorusso per eccellenza del Paese, Siamo una Famiglia, conservatore e di estrema destra, fosse parte della coalizione.

A dicembre a rompere l’unità dell’esecutivo trasformandolo in un governo di minoranza è stata l’uscita del terzo partito per forza politica nel governo, Libertà e Solidarietà (SaS), dopo che l’ex premier e Ministro delle Finanze Igor Matovic aveva forzato l’approvazione di un disegno di legge sulla famiglia e la natalità rompendo il veto della presidente Zuzana Caputova col sostegno dei voti di Nostra Slovacchia, partito che controlla 17 seggi su 150 e rivendica la sua continuità col nazismo e la Slovacchia collaborazionista di Josef Tiso.

Si apre dunque una fase convulsa in cui da qui a settembre i partiti si riposizioneranno sulla base di nuove faglie politiche. Se per oltre un anno la guerra in Ucraina è stata un fattore non divisivo nella politica slovacca, oggi invece le conseguenze securitarie, economiche e strategiche della crisi si faranno sentire anche a Bratislava. In primo luogo per le sue ricadute su lavoro, inflazione, costo della vita. “L’economia slovacca avrebbe potuto crescere molto di più di quanto non abbia fatto nel 2022 se la Russia non avesse invaso l’Ucraina, secondo una nuova analisi”, scrive il Slovak Spectator. “Invece della crescita dell’1,7% registrata lo scorso anno, avrebbe potuto espandersi di circa il 3%, hanno detto gli analisti di Slovenská Sporiteľňa, la più grande banca slovacca”.

La crisi sta alimentando le speranze di ritorno al potere dell’ex premier Robert Fico e di Smer, la sua formazione socialdemocratica con venature conservatrici. Fico, lo ricordiamo, è stato Primo ministro della Slovacchia per due mandati: dal luglio 2006 al luglio 2010, e dall’aprile 2012 al marzo 2018, quando si è dimesso dopo l’omicidio del giornalista investigativo Ján Kuciak e della sua fidanzata, l’archeologa Martina Kušnírová, da molti ritenuto come riconducibile alla penetrazione della ‘ndrangheta e di altre mafie ai massimi gangli dello Stato slovacco. Smer si gioca nei sondaggi il primo posto con Voce, partito a sua volta socialdemocratico ma che denuncia la corruzione che dominerebbe la formazione a lungo egemone della Slovacchia ed ha alla guida dal 2020 l’ex premier Peter Pellegrini.

Per smarcarsi dalle accuse, per sfruttare la fase favorevole aperta dal recente scagionamento giudiziario e per far dimenticare la fase goffa costellata da tentativi di farsi eleggere alla Corte Suprema e di impedire l’ascesa dell’avvocato anti-corruzione Caputova alla presidenza Fico sta scoprendo il momento “pacifista” sulla guerra in Ucraina come nuovo posizionamento per attrarre voti. E Fico ha dichiarato che se sarà eletto primo ministro porrà fine agli invii di armi in Ucraina e si unirà a Viktor Orban per resuscitare un’unità est-europea contro la guerra.

Con la Polonia governata da Diritto e Giustizia impegnata come capofila nel sostegno all’Ucraina e la Repubblica Ceca che ha eletto da poco il generale “atlantico” Peter Pavel come nuovo Presidente, l’unità politica di Visegrad si è frantumata sul conflitto ucraino. Fico spera di poterla ravvivare in nome del “pacifismo”. Funzionale a ricreare ponti tra le capitali dell’Est Europa mai in ordine sparso come in questa fase. Tutto questo mentre la crisi politica del Paese continua e, di fronte alla tempesta a Est, si fatica a trovare una linea stabile. Dividere il voto sulla politica estera rischia di rendere ancora più profonde queste faglie.

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