Molto si è dibattuto in questi giorni circa il potere del presidente della Repubblica di rifiutare o meno la nomina di un ministro indicato dall’incaricato premier. Molto si è discusso, cercando spesso di trovare risposte chiare laddove la stessa Costituzione lascia margini interpretativi, rimettendo la sostanza alla prassi istituzionale.

Sarebbe più utile concentrarsi non tanto sui meccanismi costituzionali, quanto piuttosto sulle motivazioni che spingono un Capo dello Stato ad agire in un senso o nell’altro. In altri termini: non dovremmo ragionare sulla costituzionalità di un rifiuto (probabilmente legittimo) quanto sulla costituzionalità delle ragioni che hanno contribuito a configurarlo.

Sotto questo profilo le cose sono più chiare. Il presidente Mattarella, nella cornice delle spiegazioni che hanno accompagnato l’opposizione alla nomina del professor Savona, ha perorato la causa dell’Unione europea e dell’euro, compiendo un atto sostanzialmente politico.

Se è vero che il nostro ordinamento giuridico è sottoposto a quello europeo nei casi di competenza normativa esclusiva di Bruxelles (e di fatto anche in caso di competenza concorrente), è altrettanto vero che nella nostra carta costituzionale non esistono riferimenti alla necessità dell’appartenenza all’Unione, né tantomeno alla moneta unica. Le due rispettive adesioni sono atti politici configurati per azione legislativa ed esecutiva, dagli organi titolari di queste potestà. L’idea di uno stop ad un’eventuale revisione dei riferimenti costituzionali sarebbe priva di senso, in quanto la nostra carta suprema prevede l’impossibilità di un’autoriforma solo in casi molto specifici (in pratica i principi fondamentali e il superamento della forma repubblicana).

Che l’Italia appartenga all’area euro o addirittura all’Unione europea non è una prescrizione medica, né un dogma liturgico. Può essere al massimo uno stato di cose o un vincolo storico accettato con buon senso perché conveniente.

A prescindere dalle posizioni di ciascuno sul tema e dalle opportunità delle scelte relative, esistono dei riferimenti legislativi che declassano ogni cessione di sovranità (ex art. 11 della Costituzione) a condizioni comunque passibili di modifiche. Basta su tutti citare l’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea (ex Trattato di Maastricht novellato dal Trattato di Lisbona nel 2007) che introduce per la prima volta nella storia comunitaria la possibilità di recedere dall’Unione, senza nemmeno l’obbligo della motivazione.

I britannici non se lo sono fatto ripetere due volte e con Brexit hanno dimostrato che le strade dell’Unione non sono convergenti per diritto naturale, ma solo per scelta. Esiste in sostanza una questione di diritto che fa da sfondo a ogni discorso sul merito: giusto o sbagliato che sia, almeno in teoria, da Bruxelles si possono prendere le distanze.

L’eventuale scelta, fosse pure suicida, di voler cambiare rotta rispetto alla progressiva integrazione europea, può essere prerogativa assoluta solo della volontà popolare, che attraverso gli iter istituzionali previsti, si sintetizza di volta in volta in espressione politica.

Detto in breve, se per assurdo la maggioranza degli italiani manifestasse il desiderio di rompere con l’Unione europea, non ci sarebbe la tanto famosa trippa per gatti, laddove la trippa sarebbero le scuse politiche e i gatti, i poteri consolidati.

Se accettiamo invece l’idea che in democrazia ci sia spazio per delle élite in grado di opporsi a maggioranze definite perché più lungimiranti, allora il discorso cambia.

Chiunque prenda posizione circa l’immodificabilità delle scelte europeiste di Roma, lo fa sempre e comunque a titolo politico; dal punto di vista giuridico sostiene una sua idea, che in generale ognuno di noi è libero di condividere o meno. Del resto il principio  lex posterior abrogat legi priori  non avrebbe senso se tutto ciò che è stato deciso in passato dovesse rimanere tale per sempre.

Mattarella di fatto, perorando la causa europeista, è entrato nel merito di una scelta che ha una precisa cornice politica e che non deve e non può essere imposta da chi, in quanto organo costituzionale super partes, è obbligato a non scendere nel merito delle posizioni. Per quanto opportuna possa essere l’idea di essere parte dell’attuale famiglia europea, rimane sempre una scelta libera e non un principio sacro e inalienabile.

In altri termini l’intervento del Quirinale a giustificazione del rifiuto del professor Savona rientra nei non-poteri presidenziali di valutazione di una linea politica, fatto di una certa e innegabile originalità.

L’esistenza o meno degli estremi giuridici per la configurazione dei reati di attentato alla Costituzione o alto tradimento, li lasciamo ai costituzionalisti.

Quale che sia il nostro prossimo futuro, è bene riflettere sulle ragioni che hanno spinto il Colle ad opporsi ad un esecutivo, sulla base di una presunta inaffidabilità politica.

Non bastano quelle meramente economiche e finanziarie, legate alle lobbies e ai pregiudizi di sovranità determinati da Commissione europea, Parlamento e Consiglio. Va ricordato che oltre alla rappresentanza politica senza vincolo di mandato (i parlamentari europei italiani) l’Italia è presente in Europa con soggetti espressione delle volontà del governo. È il caso dei membri del Consiglio, uno dei due organi legislativi dell’Unione, che nelle sue formazioni, esprime di volta in volta attraverso i ministri competenti, la volontà diretta dei singoli esecutivi. Le stesse linee di indirizzo politico, messe in atto dal Consiglio europeo, sono frutto di scelte perfezionate dai suoi componenti, cioè capi di Stato o capi di governo.

In pratica, ci si può opporre quanto si vuole a linee cosiddette populiste, ma se in seno agli organi decisionali europei si sviluppano maggioranze scettiche, l’Unione è destinata a cambiare da dentro, in barba a qualunque alzata di scudi. Per estensione, se in Parlamento e in Consiglio (i due organi legislativi) cambia il vento, questo può dipendere solo dalla volontà degli elettorati dei singoli Stati membri.

È evidente che il cambio di linea politica di un Paese portante come l’Italia, terrorizza molti. Proprio per quanto detto sopra, non basterebbe però da sola Bruxelles a obbligare Roma a rimanere al chiodo per sempre. I meccanismi decisionali europei non sono blindati e i fondamenti istituzionali, non essendoci una Costituzione europea, sono contenuti nei Trattati (Tfue e Tue) riformati a Lisbona, sempre passibili di modifiche.

Il concetto di fondo è che la cosiddetta stabilità dell’Unione europea più che funzionale a se stessa, è funzionale ad altri equilibri, probabilmente più grandi ed essenzialmente geopolitici. Questa Europa, debole, disunita, priva di una politica estera comune e concreta aiuta le logiche strategiche innanzitutto dell’Alleanza Atlantica, cartello politico nato prima del Trattato di Roma e ormai arrivata ad una quasi sovrapposizione territoriale (limitatamente al territorio europeo) con l’Unione.

Non sembra azzardato sostenere che il presidente Mattarella, col suo discorso sulla necessità dell’Unione, si sia fatto portavoce di equilibri che non conviene cambiare.

Non sembra un caso che dietro i tentativi di configurare un governo politico di Roma, tutto si giochi sulla presenza o meno di figure tranquillizzanti dal punto di vista Nato.

All’Italia, prima ancora che non essere permesso di deviare dal suo destino europeo, sembra non sia possibile deviare dal suo passato atlantico.

Da più parti si dice che se la spallata all’Unione arriverà, arriverà dall’Italia. Come terza economia europea, come Paese fondatore, come terzo Paese per numero di abitanti e membri del Parlamento di Strasburgo, è anche l’unico ad avere una legge elettorale che consente pastrocchi, quindi strutturalmente più fragile.

Altrove non è così. Tanto per fare un esempio, le apprensioni europeiste per le presidenziali francesi del 2017 erano solo teoriche, visto l’argine del maggioritario puro che non consente rappresentanze politiche importanti a partiti sovranisti d’oltralpe.

L’Italia in sé, per la sua posizione geografica e per la sua funzione strategica, è una pedina nello scacchiere atlantico che non può permettersi tentennamenti o derive incontrollate. La nascita di un governo Lega-5 stelle in questo senso sarebbe un allarme sicuramente per Bruxelles capitale d’Europa, ma soprattutto per Bruxelles, sede della Nato.

Il peso dell’Italia in questo senso è unico. Per Washington la fedeltà assoluta di Roma ha un’importanza determinante, maggiore, se possibile anche di quella di Parigi. Gli Usa gestirono la fuga di de Gaulle dalla Nato, ma degli spazi fisici italiani hanno necessità preminente. Gli americani non hanno bisogno di altre forze, ma di altre basi. Questo fa dell’Italia un Paese più utile della stessa potenza nucleare Francia.

Siamo una portaerei naturale nel Mediterraneo. I vincoli e le attenzioni che ci vengono imposte vanno al di là del nostri futuro europeo. Dietro ogni mossa di alta politica sembra impossibile dimenticare questo assioma. Nessuno meglio di noi, può fare gli interessi degli altri.

GILET GIALLI: UN ANNO DOPO
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