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Non si è aperta solamente una crisi diplomatica tra Francia, Stati Uniti e Australia dopo che quest’ultima ha rinunciato all’acquisizione di sottomarini francesi in favore di battelli a propulsione nucleare americani (o inglesi) nell’ambito del nuovo patto strategico Aukus (Australia, Regno Unito, Stati Uniti). L’Eliseo ha infatti aperto un nuovo fronte di tensione con la Svizzera, e ancora una volta è un contratto di armi perso dalla Francia ad essere il pomo della discordia. All’inizio dello scorso autunno, infatti, Berna aveva optato per il caccia stealth americano F-35 invece del suo concorrente francese, il Rafale di Dassault Aviation.

La Confederazione Elvetica aveva ricevuto il nulla osta da parte del dipartimento di Stato americano per la possibile acquisizione di diversi sistemi d’arma per il rinnovo delle Forze Armate tra cui spiccavano un certo numero di F/A-18 Super Hornet, missili da difesa aerea Patriot e anche i nuovi caccia di quinta generazione. In dettaglio si parla di 36 F/A-18E, 4 F/A-18F, 5 sistemi Mim-104 Patriot Pac3+ completi e 40 F-35A, tutti con motori, sistemi elettronici, armamenti e parti di ricambio. Si tratterebbe di una commessa miliardaria: per i Super Hornet la spesa ammonta a 7,452 miliardi di dollari, per i Lightning II 6,58 miliardi mentre per i Patriot circa 2,2 miliardi.

In particolare gli F-35, poi ridotti a 36, ed i nuovi Super Hornet andranno a sostituire i vecchi 30 F/A-18C/D e 26 F-5E/F dell’aeronautica elvetica e miglioreranno la sua capacità di autodifesa aria-aria e aria-terra. Parigi era quindi restata a bocca asciutta, vedendosi soffiare la commessa da parte di Washington, ed ora, ad un anno di distanza, con la questione Aukus e la perdita di un contratto miliardario per la fornitura di 12 sottomarini diesel-elettrici da attacco (SSK) “Barracuda Shortfin” alla Royal Australian Navy, è tornata sulla questione svizzera aprendo quella che, a tutti gli effetti, è una nuova crisi diplomatica.

Come riporta Le Monde, l’invito del presidente della Confederazione Elvetica all’Eliseo previsto per il prossimo novembre è stato annullato. L’ambasciatore francese in Svizzera, Frédéric Journès, che aveva richiesto lui stesso un colloquio il prima possibile, ricevuto pochi giorni fa al ministero degli Esteri di Berna, ha trasmesso il messaggio della presidenza francese ai suoi interlocutori “sbalorditi”. Il contenuto del messaggio riguardava proprio l’invito a Parigi a novembre del presidente in carica della Confederazione, Guy Parmelin, per un “incontro di lavoro” che a quel punto non sarebbe stato più necessario. Un vero e proprio schiaffo diplomatico, magari un po’ troppo tardivo.

Secondo fonti che hanno familiarità con la questione, non è stata la decisione finale di Berna di scegliere il caccia statunitense, quanto le tortuose pratiche negoziali svizzere che hanno infastidito Parigi. Fino all’ultimo istante, il ministro della Difesa svizzero, Viola Amherd avrebbe lasciato intendere che tutto ciò che restava da fare era elaborare i dettagli dell’accordo, come ad esempio i casi di compensazione. Parigi, riporta ancora Le Monde, avrebbe fatto concessioni significative ed il presidente Emmanuel Macron avrebbe anche offerto una qualche forma di sostegno alla Svizzera nella sua difficile posizione nei confronti dell’Unione Europea, in quanto il Consiglio federale aveva posto fine unilateralmente ai negoziati con la Commissione europea sulle linee per un nuovo partenariato, e da allora la Svizzera si è trovata sempre più isolata. Tuttavia, secondo diversi interlocutori, il ministero della Difesa di Berna sapeva da tempo che la scelta del nuovo velivolo per l’aeronautica militare svizzera sarebbe stata alla fine sfavorevole al Rafale e che quindi non c’era più nulla da discutere.

La decisione di Berna aveva aperto anche un fronte interno in cui Parigi si è inserita: lo scorso luglio la stampa francofona elvetica aveva parlato, senza mezzi termini, di un “errore strategico” e addirittura di un “segnale disastroso” forse sobillata dalla Francia stessa, che in sede europea aveva affermato trattarsi di una decisione “totalmente incoerente” per bocca dell’europarlamentare francese Christophe Grudler, membro della sottocommissione Sicurezza e Difesa e della delegazione per le relazioni con la Svizzera. Secondo Grudler, citato dal giornale svizzero Le Temps, dopo il rifiuto dell’accordo quadro e la “scelta della Cina per la fornitura dei servizi di cloud”, il governo elvetico stava inviando “un messaggio più che confuso” all’Ue, arrivando a dirsi “furioso” per una decisione apparentemente priva di logica.

In realtà una logica c’è, anche se si capisce come la politica debba portare acqua al mulino che rappresenta: gli F-35 continuano una tradizione “statunitense” nell’aeronautica della Confederazione (abbiamo già citato F-5 ed F-18) e soprattutto, benché non siano aerei da superiorità aerea ma multiruolo, con una spiccata vocazione all’attacco al suolo, hanno il pregio di fornire a Berna un assetto di quinta generazione ponendola tra le massime forze aeree mondiali, ma permettono anche alla Svizzera di non dipendere dagli europei per una componente così importante delle Forze Armate come è l’aeronautica militare, slegandone quindi le sorti da quelle di potenziali scomodi vicini.

Ora, con lo smacco australiano da metabolizzare, Parigi sembra voler sistemare tutti i suoi conti in sospeso, anche considerando che, proprio con la Svizzera, ha un legame particolare che si è manifestato proprio in chiave “aeronautica”. Sappiamo infatti che nel 2014, quando la proposta di acquistare 22 caccia Saab Jas-29 Gripen era stata annullata tramite voto popolare, l’aeronautica elvetica, anche a causa delle ristrettezze di bilancio, si ritrovò a poter intervenire solo in “orario d’ufficio”: i caccia svizzeri erano attivi solo dalle 8 alle 12 e dalle 13,30 alle 17, mentre le basi aeree restavano rigorosamente chiuse durante tutto il fine settimana. Questa situazione cambiò leggermente a gennaio del 2016, quando, per cinque giorni alla settimana, tra le 8 e le 18, due F/A-18 vennero messi in grado di decollare su allarme in un tempo massimo di 15 minuti. Successivamente, dal primo gennaio 2019, la disponibilità del servizio di difesa aerea è stata estesa con orari che vanno dalle 6 alle 22 per 365 giorni l’anno. Il servizio, come da programmi, è diventato totale, cioè nell’arco delle 24 ore ogni giorno, con l’inizio del 2021.

Sino a quando il progetto elvetico di ritornare a effettuare scramble, che prende il nome di PA24, non era stato completato, a difendere i cieli svizzeri, durante le ore notturne, ci ha pensato l’Armée de l’Air francese che aveva il diritto di sorvolo del territorio della Confederazione, ma senza poter usare armi in condizioni normali.

Quali che siano le rimostranze francesi, la tempistica della reazione dell’Eliseo dimostra, una volta di più, come la Francia non intenda subordinarsi alla politica di oltre Atlantico e cerchi di diventare il Paese egemone del Vecchio Continente sfruttando l’Ue e l’asse con Berlino: qualcosa che le è permesso anche, ma non solo, grazie all’uscita del Regno Unito dall’Unione.