Crisi climatica, femminismo, diversità: tutte le parole che con Trump non devi usare

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L’era della suscettibilità non è mai finita. Si è solo spostata a destra. Secondo quanto riportato dal New York Times, l’amministrazione del presidente Donald Trump sta lavorando per vietare o limitare l’uso di centinaia di parole sui siti web governativi, nei documenti ufficiali e in altri testi pubblici. I giornalisti lo hanno scoperto spulciando memo governativi, linee guida ufficiali e non. Tra i termini messi all’indice ci sono parole come “attivisti”, “crisi climatica”, “diversità”, “uguaglianza”, “femminismo”, “immigrati”, “LGBT”, “salute mentale”, “razzismo” e “vittime”.

Tutto per fare contenta la base elettorale del Maga, che non vedeva l’ora di vendicarsi contro termini percepiti come ostili e capaci di triggerare emozioni negative.

Alcune di queste parole sono state bandite in contesti specifici, come i riferimenti alle persone transgender che “non si allineano con la posizione attuale del Governo”. Il Times ha sottolineato che la lista pubblicata è probabilmente incompleta, poiché esistono più memo interni di quelli ottenuti dal giornale e alcune direttive sono vaghe, senza specificare esattamente quali parole evitare.

Va detto che tutte le amministrazioni presidenziali modificano il linguaggio dei discorsi ufficiali per riflettere la loro posizione politica, ma i cambiamenti introdotti da Trump 2.0 rappresentano una “svolta significativa” nel linguaggio usato dal Governo federale e dai suoi dipendenti. Modifiche che riflettono l’impianto ideologicamente più aggressivo e organizzato della destra populista statunitense, che già nel primo mandato aveva preso di mira concetti come diversità e uguaglianza, sostenendo che minano il “merito” e favoriscono individui non qualificati, senza però riuscire a rivoluzionare granché.

Il Times ha documentato cambiamenti o rimozioni di termini su 250 siti web governativi, ma il numero effettivo è probabilmente più alto. Il giornale ha fornito esempi di testi pubblici prima e dopo l’insediamento di Trump, evidenziando in rosso i contenuti rimossi. Tra le parole bandite ci sono anche “scienza del clima”, “donne”, “sottoprivilegiati” e “patrimonio culturale”.

Alcuni termini sono stati vietati in modo particolare. Ad esempio, “prostituta” è stata sostituita con “lavoratore sessuale”, ma anche “sesso” è finito nella lista dei termini proibiti. Allo stesso modo, “diversità di genere” è stata bandita, riflettendo l’avversione dell’amministrazione Trump per temi legati all’identità di genere.

Il rapporto del Times conclude che, mentre la presidenza ha un’influenza significativa sul discorso pubblico, la scomparsa di questi termini suggerisce che Trump e la sua amministrazione siano più interessati a soffocare il dialogo nazionale che ad ampliarlo, specialmente su argomenti considerati “sfavorevoli”.

Questa politica linguistica ha suscitato critiche, con molti che vedono in essa un tentativo di censurare temi cruciali come i diritti civili e la giustizia sociale. Nonostante ciò, resistenze interne sembrano persistere: una ricerca sul sito di un’agenzia governativa ha rivelato 193 occorrenze del termine “diversità di genere”, segno che non tutti si adeguano alle direttive di Trump.

In un’epoca in cui le parole hanno un peso sempre maggiore, la lista dei termini proibiti di Trump solleva domande sulla libertà di espressione e sulla direzione che il Governo sta prendendo. Come disse negli anni Settanta il comico George Carlin, “l’oscenità non è più quella di una volta”.