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Politica

Criminalizzata anche l’anguria “palestinese”: la deriva della sempre più intollerante Germania

La Germania sta consolidando una deriva securitaria che equipara la solidarietà pro-palestinese a una minaccia per l'ordine democratico.

La transizione della Germania verso una democrazia sempre più blindata e intollerante verso le voci critiche non è più una sensazione: è un fatto documentato. Il governo guidato da Friedrich Merz (Cdu), infatti, sembra aver ereditato e addirittura intensificato la deriva securitaria degli ultimi anni. L’ennesima prova arriva da un dossier appena pubblicato dall’Ufficio federale per la protezione della costituzione (BfV), i servizi segreti interni tedeschi. Il documento, intitolato “estremismo laico pro-palestinese”, non è una semplice analisi: è un atto politico che equipara la solidarietà verso il popolo palestinese a una minaccia per l’ordine democratico.

La criminalizzazione del dissenso: angurie e manifesti come “minaccia”

Il dossier dei servizi tedeschi descrive un presunto mondo oscuro e pericoloso fatto di organizzazioni, movimenti e individui che condividono «l’ostilità verso Israele». Tra i simboli di questo presunto estremismo troviamo la mappa della Palestina storica, lo slogan «dal fiume al mare» e persino l’immagine di un’anguria affettata, i cui colori rimandano alla bandiera palestinese. Secondo i servizi segreti, esporre questi simboli equivale a «negare il diritto di esistere di Israele». Viene citato persino Handala, il celebre bambino rifugiato disegnato dal fumettista Naji Al-Ali, diventato icona globale della resistenza palestinese. Ora, anche Handala per i servizi diventa un «simbolo identificativo» di una rete eversiva che, secondo il BfV, collegherebbe «estremisti di sinistra, islamisti e gruppi di destra» in un’unica, indistinta minaccia.

In Germania la stretta sui pro-pal è documentata anche dall’Onu

La criminalizzazione del dissenso in Germania verso la politica israeliana è documentata dalle organizzazioni internazionali. Nell’ottobre 2025, un rapporto delle Nazioni Unite (Onu) esortava Berlino «a smettere di criminalizzare, punire e reprimere il legittimo attivismo di solidarietà con la Palestina». «Siamo allarmati dal persistente schema di violenza della polizia e dall’apparente repressione dell’attivismo di solidarietà con la Palestina da parte della Germania», hanno affermato gli esperti. Secondo le Nazioni Unite, infatti, dall’ottobre 2023 la Germania ha intensificato e ampliato le restrizioni nei confronti dell’attivismo e delle proteste di solidarietà con la Palestina, nonostante le azioni siano state nel complesso pacifiche e finalizzate a esprimere rivendicazioni legittime, come la richiesta di interrompere le esportazioni di armi verso Israele, la fine del genocidio e dell’occupazione illegale israeliana, la garanzia dell’accesso degli aiuti umanitari a Gaza, il riconoscimento dello Stato di Palestina e la responsabilità dei responsabili di crimini atroci.

Lo scorso aprile, la polizia di Berlino è intervenuta duramente contro i manifestanti pro-pal arrestandone alcuni, inclusi minori. Le immagini diffuse da Middle East Eye immortalano agenti di polizia che costringono le persone a terra, le trascinano via e le immobilizzano con forza aggressiva.

In Germania persiste un forte tabù, a livello politico e istituzionale, nel criticare apertamente Israele, condizionato dall’imbarazzante passato nazista del Paese. Tra il 1941 e il 1945, il governo nazista tedesco e i suoi collaboratori assassinarono sistematicamente circa sei milioni di ebrei. Questo retaggio storico continua a influenzare profondamente la politica estera tedesca, che vede Berlino come secondo fornitore di armi a Israele dopo gli Stati Uniti.

Sebbene la Germania abbia brevemente sospeso alcune spedizioni nell’ottobre 2025, in seguito all’approvazione da parte di Israele di un’offensiva di terra per la conquista di Gaza, i trasferimenti sono ripresi già a novembre. Il 21 aprile, insieme all’Italia, la Germania ha bloccato una mozione presentata da Spagna, Irlanda e Slovenia per sospendere l’accordo commerciale tra UE e Israele. Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha definito «inappropriata» l’iniziativa dei tre Paesi, affermando: «Dobbiamo parlare con Israele delle questioni cruciali… e questo deve avvenire in un dialogo critico e costruttivo con Israele».

La stretta sulla libertà di stampa: il caso Esken e il blacklisting

Se il dossier del BfV colpisce la libertà di espressione politica, un altro episodio recente mostra come anche la libertà di stampa sia sotto attacco. La deputata Spd Saskia Esken, figura di spicco del partito di governo, ha pubblicamente suggerito un blacklisting – un boicottaggio pubblicitario – nei confronti del podcast Ben ungeskriptet condotto da Benjamin Berndt, reo di aver intervistato il politico dell’AfD Björn Höcke. Un fatto gravissimo, che sta facendo molto discutere.

Non solo. Nelle scorse settimane vi abbiamo raccontato come la Germania abbia ora un rapporto controverso con la libertà d’informazione e con la censura. Si tratta infatti di un Paese che, pur vantando un alto punteggio nei rapporti internazionali sulla libertà online (come quello di Freedom House), ha messo in piedi un vasto apparato di censura e controllo dei contenuti digitali. Secondo recenti studi e inchieste giornalistiche, Berlino non solo è il fulcro europeo di queste pratiche, ma influenza attivamente le politiche dell’Unione Europea in materia. A dirlo è un recente studio di Liber-net, un’iniziativa no-profit per la libertà digitale, presentato a Berlino nei giorni scorsi dal Ceo Andrew Lowenthal, ricercatore australiano e attivista per la libertà di espressione, ripreso dal quotidiano tedesco Berliner Zeitung e dal blog investigativo Racket News del giornalista dei Twitter Files, Matt Taibbi.

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