La presidente della Camera degli Stati Uniti, Nancy Pelosi, dovrebbe visitare Taiwan come parte del suo tour in Asia, come riferisce un alto funzionario del governo taiwanese e fonti del governo statunitense. La visita, la prima per un esponente della Camera degli Stati Uniti in 25 anni, non risulta essere attualmente nell’itinerario ufficiale reso pubblico da Washington e arriva in un momento in cui le relazioni Stati Uniti e Cina sono ai minimi storici.

L’ultimo alto rappresentante del Congresso a essere stato a Taiwan è Newt Gingrich che ha visitato Taipei nel 1997 pochi giorni dopo il suo viaggio a Pechino e Shanghai. Il ministero degli Esteri cinese, allora, criticò la mossa di Gingrich ma la questione si risolse solo con dichiarazioni diplomatiche.

Ora, invece, la situazione è decisamente diversa con la Cina che minaccia apertamente il ricorso a una soluzione militare in caso che la presidente Pelosi decida di fermarsi a Taiwan nel suo viaggio. “Vorremmo dire ancora una volta che l’Esercito popolare di liberazione cinese non resterà mai a guardare. La Cina adotterà risposte risolute, e forti contromisure per difendere la sua sovranità e integrità territoriale”, ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian recentemente.

Non è ancora chiaro il giorno esatto in cui la Pelosi dovrebbe arrivare sull’isola “ribelle”, che Pechino considera come parte integrante della propria nazione: secondo fonti taiwanesi (e statunitensi) la sosta potrebbe essere effettuata già domani, martedì 2 agosto, mentre fonti cinesi non confermate riportano la data del 4, sfruttando il pretesto di una sosta per il rifornimento dell’aereo.

Frattanto gli Stati Uniti si stanno preparando per qualsiasi possibilità e infatti sappiamo dalla Cnn che il dipartimento della Difesa sta lavorando 24 ore su 24 per monitorare eventuali movimenti cinesi nella regione e per stabilire un piano per garantire la sicurezza della terza carica dello Stato Usa.

Il coordinatore del Consiglio di sicurezza nazionale per le comunicazioni strategiche John Kirby ha dichiarato lunedì che l’amministrazione Biden sosterrà Pelosi in un viaggio a Taiwan e che “vogliamo assicurarci che quando viaggia all’estero, possa farlo in sicurezza. Non c’è motivo per la retorica cinese. Non c’è motivo per intraprendere alcuna azione. Non è raro che i leader del Congresso si rechino a Taiwan”, ha detto ancora Kirby alla Cnn. “Non dovremmo essere intimiditi dalla retorica cinese o da potenziali azioni. Questo è un viaggio importante e faremo tutto il possibile per sostenerla” ha detto ancora il coordinatore del Consiglio di sicurezza nazionale.

L’eventualità della fermata taiwanese è supportata soprattutto dai movimenti delle forze armate statunitensi: nelle ultime ore diversi assetti, comprese portaerei e unità da assalto anfibio, hanno preso il mare e si stanno schierando nei mari contigui a Taiwan. Sembra quindi che la U.S. Navy stia creando una “zona cuscinetto” per l’aereo della presidente Pelosi, nel caso in cui lei decidesse di fermarsi sull’isola. Attualmente la delegazione del Congresso è atterrata a Singapore e dovrebbe procedere nei prossimi giorni a visitare la Corea del Sud, il Giappone e Malesia: secondo i cinesi, invece, sarà dalle Filippine, ovvero dalla base Clark, che sino al 1991 è stata sotto diretto controllo statunitense e dal 2016 ospita un contingente dell’U.S. Air Force impegnato nel pattugliamento del Mar Cinese Meridionale, teatro di una diatriba territoriale tra la Cina e gli altri stati rivieraschi, che dovrebbe decollare il volo della Pelosi diretto a Taiwan.

Le risorse navali statunitensi nella regione includono la portaerei Uss Ronald Reagan insieme al suo gruppo d’attacco (Carrier Strike Group – Csg), che è tornata velocemente nel Mar Cinese Meridionale dopo aver fatto scalo a Singapore la scorsa settimana, la nave d’assalto anfibia Uss Tripoli, che si trova vicino a Okinawa, e la nave d’assalto anfibia Uss America , che si trova a Sasebo, in Giappone. Queste ultime due unità ospitano ciascuna un Meu (Marine Expedtionary Unit) dell’Usmc che solitamente è forte di 2200 uomini e hanno a bordo un certo numero di F-35B. In più, nel Pacifico, la U.S. Navy può contare sulla portaerei Uss Abraham Lincoln, la Lhd Uss Essex e altre 36 navi da guerra, nonché tre sottomarini, che sono alle Hawaii per partecipare all’Esercitazione Rim of the Pacific (Rimpac), che si concluderà giovedì.

Nel frattempo, i siti web di monitoraggio dei voli mostrano che due HC-130J Combat King II – l’unica piattaforma dedicata al recupero del personale ad ala fissa dell’aeronautica americana – sono arrivati a Okinawa da Anchorage accompagnati da più KC-135 Stratotanker per il rifornimento in volo. È molto probabile che il volo della Pelosi sia stato scortato, dalle Hawaii sino al suo balzo verso Singapore – con tappa alla base Andersen a Guam – da F-22 Raptor per effettuare la scorta nei delicati cieli del Mar Cinese Meridionale.

L’U.S. Air Force nell’area ha tutti gli assetti in grado di dare copertura al volo di Stato: alla base di Kadena, a Okinawa, è basato il 961 Gruppo del 18esimo Stormo che utilizza gli E-3 “Sentry”, i velivoli Awacs che forniscono informazioni di comando e controllo in volo, sorveglianza a lungo raggio, rilevamento e identificazione di qualsiasi oggetto in aria o sulla superficie terrestre, quindi anche sul mare. In Australia, invece, sono presenti due bombardieri stealth B-2 che, arrivati intorno al 10 luglio, sono impegnati in una lunga missione di addestramento e deterrenza strategica.

Gli Stati Uniti, quindi, hanno un imponente dispositivo aeronavale con diversi assetti sparsi in un’area che va dall’Australia alle Hawaii passando per le Filippine, la Corea del Sud e il Giappone che sembra essere in fase di mobilitazione – non generale – per fornire sicurezza al viaggio della presidente Pelosi.

La questione politica

Occorre ora fare una riflessione politica sul significato della possibile visita a Taiwan della terza carica dello Stato statunitense. Innanzitutto, se accadrà, i protocolli diplomatici saranno molto importanti: se ci sarà ufficialità, quindi se ad esempio verrà accolta presso l’ufficio presidenziale di Taipei, sarà considerato un atteggiamento provocatorio da parte cinese. Anche altre opzioni di alto profilo, come una vista al parlamento di Taiwan potrebbe essere vista come tale, mentre se dovesse limitarsi a restare nella legazione statunitense la reazione di Pechino potrebbe essere inferiore.

Tuttavia, Pechino ha lanciato avvisi quotidiani sulla visita della Pelosi, lasciando intendere che la situazione potrebbe degenerare. Secondo la Cina è infatti possibile che l’aereo della presidente tenti di atterrare in un aeroporto di Taiwan con la scusa di un’emergenza, come un guasto o il rifornimento di carburante, quindi i caccia di pattuglia cinesi, i radar e il personale impegnato nelle recenti esercitazioni, dovrebbero comunque rimanere in allerta in prossimi giorni. Secondo i cinesi, se l’aereo della Pelosi dovesse davvero avere problemi durante il suo viaggio, i caccia cinesi potrebbero decollare e scortarlo sino a farlo atterrare negli aeroporti nella provincia di Hainan, sul Mar Cinese Meridionale o in altri aeroporti in Cina. Viene affermato che la Cina potrebbe fornire servizi e assistenza professionali, purché l’aereo della Pelosi rimanga lontano da Taiwan. È intuibile, da queste parole riportate dal Global Times – media di Stato cinese – che Pechino manterrà in volo i suoi caccia per osservare le mosse dell’aereo statunitense e intervenire tempestivamente in caso di necessità, quindi avvicinandosi al dispositivo di sicurezza Usa che, come detto, sarà composto da caccia di scorta e unità navali.

Il significato del volo della Pelosi a Taiwan, anche se non avverrà, resta profondamente legato a questioni di politica interna statunitense e cinese, e quindi di riflesso ai meccanismi di quella internazionale: in Cina ci si avvicina al congresso autunnale del PCC (Partito Comunista Cinese) che molto probabilmente vedrà un terzo straordinario mandato per Xi Jinping, che però, qualora dovesse rispondere in modo “poco incisivo” a una provocazione statunitense come il viaggio a Taiwan della presidente della Camera, potrebbe venire silurato dal Politburo nonostante il suo accentramento di potere: il presidente Xi sarebbe quindi costretto a reagire duramente per consolidare il suo potere.

Dall’altra parte del Pacifico, a Washington – forse consci di questa possibilità – il Congresso, e nella fattispecie le sue ali più intransigenti rappresentate dalla Pelosi ma non solo, potrebbero avere deciso per il viaggio a Taiwan proprio per innescare un cambiamento interno in Cina, rischiando però di “scherzare col fuoco”, come affermato dallo stesso Xi nella telefonata di due ore e 17 minuti di giovedì scorso col presidente Joe Biden. Questo tentativo potrebbe trovare sponde all’interno della stessa Cina per via della campagna anti-corruzione lanciata dal premier cinese che ha silurato diverse personalità di spicco della politica e del mondo militare, ma risulta molto più interessante far notare come la decisione di visitare Taiwan sia espressione dell’indipendenza del Congresso rispetto alla Casa Bianca, e quindi del conflitto in atto tra i due rami del potere statunitense: l’esecutivo Usa ha detto che spetta alla presidente della Camera decidere dove viaggia e che ha poca voce in capitolo nella sua decisione, e nonostante gli avvertimenti del Pentagono della scorsa settimana, che riferivano che non fosse “il periodo giusto”, la Pelosi sembra che abbia continuato nel suo intento.

Il rischio è che si sia messo in moto un gioco di potere pericoloso con ripercussioni incontrollabili, in quanto la leadership cinese non comprende completamente le dinamiche politiche negli Stati Uniti: per loro la visita della Pelosi sarebbe solo il primo passo verso il riconoscimento ufficiale della sovranità di Taiwan data la caratura del personaggio. Sostanzialmente, leggono quanto sta accadendo coi loro filtri, dati dalla loro cultura e dal loro ordinamento statale, non comprendendo appieno le sottili dinamiche interne della politica statunitense.

Ad aggravare questa visione distorta c’è anche il fatto che Nancy Pelosi è “persona non gradita” in Cina. La presidente della Camera è stata infatti sempre molto critica verso il PCC: ha incontrato dissidenti pro-democrazia e il Dalai Lama, nel 1991, dispiegò uno striscione in piazza Tienanmen per commemorare le vittime del massacro del 1989, e negli ultimi anni ha espresso sostegno alle proteste a favore della democrazia a Hong Kong. Cambiando lato della barricata, l’aver annunciato la possibile tappa a Taiwan diventa vincolante per la credibilità della stessa Pelosi, che qualora dovesse evitare di fermarsi sull’isola subirebbe discredito internamente, e comporterebbe la ricezione in Cina di un segnale di debolezza da parte statunitense, che però risulterebbe falso, con tutti i rischi che ne possono conseguire legati alla sottovalutazione della reale forza del proprio avversario.

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