Una misura che, si affrettano a specificare da Washington, non è di emergenza ma che certamente non può non apparire come indice dell’aumentata tensione di questi giorni in Medio Oriente. In particolare, gli Usa nelle scorse ore hanno ordinato l’evacuazione del personale americano ritenuto “non indispensabile” dall’Iraq. La misura riguarda sia l’ambasciata Usa a Baghdad che il consolato ad Erbil: “Si invitano coloro che sono interessati dall’avviso – si legge in una nota del Dipartimento di Stato – a prendere un volo civile nel più breve tempo possibile”.

una decisione improvvisa

Tutto avviene in giornate decisamente delicate per il Medio Oriente. Lo scorso 2 maggio entrano in vigore le nuove sanzioni Usa contro l’Iran che, tra le altre cose, prevedono a loro volta sanzioni per quei Paesi che dimostrano di essere ancora in affari con Teheran. Anche le deroghe date ad alcuni paesi, tra cui l’Italia, sulla possibilità di importare petrolio iraniano vengono annullate e l’Iran di fatto rischia di rimanere isolato sotto il profilo economico. La risposta del governo del presidente Hassan Rouhani riguarda il non rispetto di alcuni punti dell’accordo sul nucleare, con il Paese asiatico che dunque si ritiene svincolato da una buona parte del patto siglato con Obama nel 2016.

Da quel momento, è un crescendo di accuse reciproche: l’Iran punta il dito contro Trump, ritenendo di essere ingiustamente colpito da sanzioni che rischiano di mandare a rotoli l’economia. La Casa Bianca dal canto suo, ritiene il governo di Teheran responsabile dell’aumento della tensione nel Golfo, specie dopo il sabotaggio di alcune petroliere saudite ed emiratine che, secondo Washington, è frutto di un’azione iraniana.

La decisione di far allontanare personale americano dalle sedi operative di rappresentanza in Iraq, va inquadrata nel contesto dell’attuale tensione in corso. La raccomandazione, contenuta nella nota del dipartimento di Stato Usa, di “evitare le strutture statunitensi nel paese arabo e di essere consapevole della possibile evoluzione degli eventi”, evidenzia i timori per possibili escalation od attacchi contro obiettivi americani in Iraq, lì dove operano in funzione anti Isis anche diversi gruppi direttamente od indirettamente riconducibili all’Iran. La decisione del governo statunitense, arriva nonostante il comando della coalizione anti terrorismo impiegata in Siria ed Iraq certifica il “non aumento dei rischi nell’area per obiettivi sensibili dell’occidente”. Ad affermarlo, in particolare, è il portavoce britannico delle forze internazionali presenti in medio oriente Chris Ghika che, poco dopo, smentisce però di avere divergenze con la linea del governo Usa.

baghdad prova a mediare

Intanto il primo ministro iracheno, Adel Abdul Mahdi, che in questo mercoledì si trova ad Ankara per un incontro con il presidente turco Erdogan, prova a gettare acqua sul fuoco: “Né Usa e né Iran vogliono la guerra, entrambi sono paesi amici dell’Iraq e per questo noi cerchiamo di porre in essere un’azione di dialogo con tutte e due le parti in causa”, afferma il capo dell’esecutivo di Baghdad.

Ma la tensione comunque cresce e proprio l’Iraq potrebbe essere nella scomodo posizione di ritrovarsi tra due fuochi opposti. Anche se è proprio nel paese arabo che, come detto in precedenza, in funzione anti Isis le forze internazionali a guida Usa e le milizie vicine a Teheran più di una volta trovano punti di contatto durante la guerra al califfato.