La Turchia è passata dall’autoproclamarsi “Paese libero” dal Covid-19 all’introdurre misure straordinarie di contenimento nell’arco di sole due settimane. Le autorità pubblicano resoconti giornalieri sul numero di morti e contagiati, ma il regime di silenzio che continua ad essere imposto, e che sta colpendo i giornalisti che cercano di indagare su quanto sta accadendo, lascia supporre che la situazione nel paese possa essere gravissima.

Da zero a mille casi in 14 giorni

Ankara, 9 marzo. Il ministero della Salute conferma che il Paese è libero dal Covid-19, alla luce dell’inesistenza di casi di infezione acclarata o sospetta. La convinzione che il paese sia al sicuro dalla pandemia è tale, che l’unica misura adottata dalle autorità è la richiesta, ai cittadini di rientro dall’estero, di un auto-isolamento domiciliare di 14 giorni. Nello stesso periodo, sebbene l’Arabia Saudita avesse già confermato le prime infezioni, le autorità turche decisero di non adottare alcuna restrizione o tipo di sorveglianza nei confronti delle decine di cittadini di rientro dai pellegrinaggi nei luoghi santi dell’islam.

Il giorno seguente viene riportato il primo caso, e nelle due settimane seguenti il bilancio sale sensibilmente. Soltanto fra il 23 ed il 24 marzo i contagi passano da 1529 a 1872, mentre le morti da 37 a 44. Il ministero della salute, tuttavia, invita alla calma: la maggior parte delle vittime era anziana e con problemi pregressi.

Nonostante il bollettino sia relativamente basso, specie se comparato con quello dei paesi dell’Europa occidentale, e le dichiarazioni non allarmiste della massima autorità della sanità, il paese viene rapidamente isolato dal resto del mondo, le libertà di movimento ristrette e l’industria riconvertita per soddisfare la domanda ospedaliera. Fra le misure più importanti che sono state intraprese: il coprifuoco per gli over-65, la chiusura di scuole e università, la chiusura al pubblico degli eventi sportivi, il blocco dei voli con 68 paesi, la sospensione dei servizi religiosi nelle moschee, la limitazione degli orari d’apertura degli esercizi commerciali, la sospensione a tempo indeterminato tutte le sessioni plenarie delle amministrazioni locali.

L’ultima misura che potrebbe essere attuata è una possibile amnistia generale, riguardante tutti i detenuti eccetto quelli condannati o in attesa di sentenza per reati di terrorismo, omicidio volontario e crimine organizzato. Le discussioni in merito sono già iniziate e il piano potrebbe portare al rilascio anticipato di almeno 70mila persone.

Sullo sfondo delle misure di contenimento, avvengono altri eventi emblematici che sembrano indicare l’esistenza di un problema vasto e negligentemente occultato: le industrie sono state chiamate ad avviare la produzione su larga scala di apparecchi respiratori, lo stesso esercito viene coinvolto nella riconversione dell’apparato industriale, è stato annunciato un piano per l’assunzione di 32mila persone in ambito sanitario, sono state ridotte o eliminate le tariffe per facilitare l’importazione massiccia di beni destinati al settore ospedaliero, e sono stati preparati celermente degli accordi commerciali fra lo stato e i produttori di mascherine (ma senza la loro partecipazione) che, se non accettati da questi ultimi, comportano la requisizione immediata e coercitiva degli stabilimenti.

Una verità nascosta?

La serie di iniziative e misure implementate nelle ultime due settimane potrebbe essere il modo con cui le autorità, dopo aver colpevolmente sottovalutato la questione Covid-19, stanno facendo mea culpa, ma potrebbe anche significare qualcos’altro. Il 20 marzo, il pneumologo Muhammet Emin Akkoyunlu ha partecipato ad un dibattito televisivo, denunciando che nel paese i casi totali di Covid-19 potrebbero essere 145mila.

La corsa ai ripari del governo sarebbe legata alla consapevolezza di questi numeri che, al tempo stesso, non possono essere confermati perché semplicemente non vengono effettuati abbastanza esami diagnostici. Se è vero che la stima di Akkoyunlu potrebbe peccare di eccessiva esagerazione, è altrettanto vero che la censura imposta ai media potrebbe indicare che le autorità stiano tentando di nascondere la realtà.

Ismail Çiğil, caporedattore del quotidiano Ses Kocaeli, è stato fra le prime vittime della nuova morsa contro il giornalismo turco. L’uomo è stato prelevato dalla polizia nel suo appartamento, il 18 marzo, dopo aver dato notizia dei primi due morti nella città di Derince.

Dopo essere stato rilasciato, il giornalista ha dichiarato che da quel momento in poi il quotidiano avrebbe aggiornato i lettori sulla base delle notizie “ufficiali“, ossia fornite dalle autorità. Eppure, le notizie diffuse da Çiğil non erano false, né distorsive, perché provenienti da informatori all’interno degli ospedali; infatti, i due morti riportati dal giornale sono stati in seguito confermati in via ufficiale. Come Çiğil, altri sei giornalisti sono stati arrestati negli ultimi giorni fra Antalya, Kocaeli e Bartin; l’accusa è sempre la stessa: diffusione di bufale per manipolare l’opinione pubblica.

Quanto sta accadendo nel paese, però, dalla quarantena tacita alla stretta sull’informazione, fa sorgere il legittimo dubbio che a voler plagiare i cittadini non siano i giornalisti, ma le autorità.