Come riportato lo scorso mese, la prima battaglia della guerra israeliana al coronavirus è andata piuttosto bene. Alcune decisioni ponderate e prese rapidamente in seguito alla terribile esperienza italiana hanno permesso ad Israele di chiudere presto i confini e di limitare la diffusione del virus. Il numero dei casi è rimasto relativamente basso (circa 20.000, ovvero 460 per ogni milione di persone) così come il tasso di mortalità (attorno all’1,5%). Ma poi le cose sono cambiate, e non in meglio.

C’erano già segnali di pericolo

Guardandosi ora indietro, i segnali di pericolo erano già tutti ben evidenti. Quando il governo del primo ministro Benjamin Netanyahu decise di porre fine al lockdown generale nella seconda metà di aprile e di riprendere in fretta le solite attività, gli esperti commentavano che stesse accadendo tutto troppo presto.

Sono state criticate due decisioni in particolare, quelle che, a posteriori, hanno provocato più danni. La prima è quella che ha permesso a tutte le scuole, dagli asili alle superiori, di riprendere le lezioni senza alcuna misura di protezione. Le scuole israeliane vantano il più alto tasso di concentrazione all’interno dell’Oecd, e ben presto si sono trasformate in dei veri e propri focolai.

La seconda decisione criticata è stata quella di permettere fino a 250 partecipanti ai matrimoni; come se questo non bastasse, molte famiglie (adottando un comportamento tipicamente israeliano) hanno invitato alle cerimonie il triplo del numero di persone consentite. In alcuni casi le location sono state suddivise in più aree e settori, ma non sempre è stato assicurato il rispetto di queste restrizioni. Il risultato? Contagi tra diverse generazioni di famiglie allargate che, rientrando poi nelle rispettive cittadine, hanno creato ulteriori nuovi focolai in tutto il paese.

Aumento dei casi a metà luglio

Verso fine luglio il numero dei nuovi contagi giornalieri arrivò ad aggirarsi tra i 1.500 e 1.800; un nuovo record per Israele, che raggiunge quasi quello degli Stati Uniti, là dove la pandemia è completamente fuori controllo. La mancata preparazione di Israele per la fase successiva della battaglia al virus ha provocato una seconda ondata di COVID-19, mentre altri paesi si stanno ancora riprendendo dalla prima.

In precedenza Israele pianificava di coordinare le proprie azioni seguendo il modello dell’Austria (un paese con una popolazione simile e che era già stato colpito dal virus circa 10 giorni prima) in modo da avere abbastanza tempo a disposizione per imparare dall’esperienza austriaca e comportarsi di conseguenza. Tuttavia questo piano non si è mai realizzato: Israele ha avuto fretta di far ripartire l’economia, mentre l’Austria, avendo avuto maggiore cautela, deve ancora affrontare una seconda ondata degna di nota.

È possibile un secondo lockdown in Israele

Israele non si è mai nemmeno preoccupato di creare un’organizzazione epidemiologica sufficiente a gestire la situazione, che avrebbe aiutato ad effettuare controlli, tracciare ed isolare i nuovi casi e prevenire così un aumento dei contagi. Diversi paesi, dalla Corea del Sud alla Germania, hanno adottato tali sistemi. Tutti i team di consulenti israeliani concordavano sul fatto che questa soluzione dovesse essere una condizione essenziale per poter allentare le restrizioni, tuttavia non è mai stata implementata a dovere. Non era forse questo il “paese delle start-up”, pronto a qualsiasi sfida scientifica o tecnologica? Come si è arrivati a questo punto, e perché il paese sta ora considerando l’ipotesi di un secondo lockdown per abbassare drasticamente questa nuova impennata?

Purtroppo il motivo principale ha a che fare con lo stesso Netanyahu. Poiché verso la fine di aprile sembrava che il virus stesse scomparendo, da quel momento pare che il primo ministro non se ne sia più interessato. Aveva d’altronde molta altra carne al fuoco: persuadere i propri avversari politici del partito Blu e Bianco ad entrare a far parte di un’alleanza nazionale di emergenza; combattere ed affievolire il sistema giudiziario in vista del suo processo con tre capi di accusa per corruzione; ed infine cercare di convincere anche Knesset ad approvare finanziamenti per alcune delle sue spese folli. Netanyahu era così sicuro di avere sconfitto il virus da continuare a vantarsi di ricevere telefonate dai capi di stato di tutto il mondo per ricevere consigli da esperto. Ma da allora il suo siparietto è diventato una battuta ricorrente per il pubblico israeliano: si dice che i leader telefonino sì, ma solo per assicurarsi di non ripetere gli stessi errori di Israele, tanto sciocchi quanto costosi.

Gli errori di Netanyahu avranno un prezzo

Per questi errori ci sarà un prezzo da pagare. Netanyahu deve affrontare una situazione a cui Ariel Sharon, uno dei suoi predecessori, avrebbe dato il nome di corales (in spagnolo indica l’unica via che il toro può percorrere per entrare nell’arena del matador). Da un lato deve fermare la diffusione del virus, poiché il sistema ospedaliero israeliano potrebbe collassare sotto queste crescenti pressioni, come è accaduto in Lombardia e a New York nel mese di marzo. Dall’altro, le centinaia di migliaia di israeliani che sono rimasti senza impiego o hanno chiuso la propria piccola attività a causa del virus pretendono che il governo li aiuti, ma fino ad ora l’assistenza finanziaria da parte dello stato si è dimostrata abbastanza ridotta.

Alcune manifestazioni notturne hanno avuto luogo recentemente a Gerusalemme intorno alla residenza del primo ministro. Molti dei partecipanti sono giovani che votano Likud. Le vicende hanno visibilmente infastidito la famiglia Netanyahu, e la preoccupazione del presidente è piuttosto evidente: per la prima volta infatti non può solamente annunciare delle nuove elezioni poiché potrebbe perderle, in quanto il pubblico sembra avere perso la fiducia nei confronti del politico che i quotidiani locali hanno apostrofato “il mago”.

E dietro le quinte, come al solito, si aggira l’Iran: una serie di misteriose esplosioni ha colpito il paese a partire da fine giugno. Tra queste, gli iraniano attribuiscono ad Israele la responsabilità per quella più significativa, un’esplosione all’interno dell’impianto nucleare di Natanz, in seguito alla quale pare che il programma nucleare iraniano sia stato ritardato di anno o due. L’Iran prenderà sicuramente in considerazione l’idea della ritorsione; se dovesse anche metterla in pratica, Israele e gli Stati Uniti passerebbero al contrattacco. Quest’estate il Medio Oriente si trova sull’orlo di una potenziale escalation militare, nonostante sia il coronavirus a dover richiedere l’attenzione dei vari leader.

Traduzione a cura di Stefano Carrera

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